N.05
Settembre/Ottobre 1990

Il linguaggio etico nei comportamenti dei giovani

Si parla tanto di etica e di linguaggio etico in questi anni, ma non sembra che vi sia oggi una grande chiarezza d’idee sul quadro di valori cui i giovani di oggi fanno o possono fare riferimento, in una società sempre più contraddittoria oltre che sempre più complessa. Non è male quindi richiamare molto brevemente i valori concreti espressi più o meno consapevolmente nel e dal vissuto quotidiano dei giovani. Poi potremo anche far qualche valutazione di merito.

 

Soggettivismo etico

Il primo di tali valori è la libertà soggettiva o, se si preferisce, la tendenza al soggettivismo etico. In fondo il motto implicito del tempo presente è “tutto è mio e me lo gestisco come voglio”, tutto cioè è giudicato e gestito in termini totalmente soggettivi: il lavoro come il coniuge, il corpo come gli svaghi, il peccato come i figli, la formazione come l’esperienza religiosa. Si dice spesso che dietro tale spinto soggettivismo vi sia la cultura liberale radicale, quasi libertina, dell’Occidente capitalistico; ma noi cattolici abbiamo mai riflettuto se ed in quale misura la nostra esaltazione dei diritti dei singoli e della persona singola unica ed irripetibile abbia un segreto collegamento con l’attuale “saga” della soggettività? E possiamo oggi parlare ai giovani (oggi tutti molto soggettivi) senza aver mai fatto una tale riflessione?

 

Smemoramento generazionale

Senza un tale impegno capiamo poco la seconda tendenza culturale (non oso chiamarla “valore”, forse trattandosi addirittura di un disvalore) oggi dominante: il disinteresse per il senso, per il significato, per la direzione di marcia della vita singola e collettiva. Le parole ed i valori che hanno dato senso alle precedenti generazioni (il progresso, lo sviluppo, la crescita, la trasformazione sociale ed economica, l’arricchimento, la mobilità professionale e sociale, ecc.) non hanno molto significato per i giovani d’oggi, con la conseguenza di una crescente inclinazione allo smemoramento o all’arretramento della presenza.

In fondo i ragazzi che si rifugiano nei “viaggi” della tossicodipendenza o nei “contenitori” delle grandi discoteche hanno in comune la comune propensione a non identificarsi con la società e la storia, ad arretrare la propria presenza in esse, a smemorarsi sul piano puramente esistenziale.

E noi cattolici, oggi, siamo capaci di elaborare una cultura, o almeno un messaggio, che ridia il senso (il dovere ed insieme il gusto) di stare nella realtà e fare storia, contro ogni tentazione di arretramento e smemoramento?

 

Coinvolgimento sociale

Per tanti che si smemorano, c’è una parte di giovani che vivono una logica o almeno un’aspirazione di successo: nella professione specialmente, ma anche nella vita sociale e culturale. È il terzo valore che constatiamo come vissuto nei giovani, in dimensioni certo minoritarie, ma di grande coinvolgimento: si studia più seriamente, si cercano percorsi formativi di “eccellenza”, ci si perfeziona a lungo e costantemente, si cerca un lavoro di buona qualità ed in cui identificarsi, si mira anche a crescere velocemente.

Qualcuno vede in queste pulsioni giovanili solo del piccolo e banale rampantismo capitalistico, ma è probabile che si debba invece prender atto che l’impegno professionale (ancorché a forte valenza di crescita individuale e talvolta anche puramente esteriore) sta diventando una variabile importante dei valori giovanili, un’espressione seria di coinvolgimento nella più complessiva evoluzione della società.

Ed anche qui probabilmente la cultura cattolica è rimasta un po’ indietro nei confronti di altre culture, specie di quella liberale e capitalistica che è oggi vincente in Occidente.

 

Etica della solidarietà

Dove non siamo rimasti indietro, anzi possiamo dire di essere praticamente all’avanguardia, è nell’espressione vissuta del valore di solidarietà. Se ci si guarda intorno è facile constatare che è nel mondo ecclesiale (nelle parrocchie, nel volontariato, nell’associazionismo, ecc.) che si realizzano oggi comportamenti ispirati all’impegno di solidarietà con gli altri, specialmente cori le fasce di marginalità sociale e di solitudine esistenziale.

In altre parole a tutti i poveri (nella accezione di povertà sia di tipo materiale che di tipo immateriale, dai lavoratori stranieri cioè agli anziani soli) ci pensa oggi prevalentemente la variegata presenza sociale della comunità ecclesiale italiana. Talvolta l’impegno alla solidarietà si tinge di pregnanza filosofica e quasi ideologica, ma non c’è dubbio che in generale c’è nella realtà cattolica di oggi una grande propensione alla solidarietà concreta, minuta, quotidiana; con dentro una spinta di “dono” che è anch’essa un valore umano non indifferente, su cui altre culture sono totalmente disarmate.

Forse per questo, si va affermando la tendenza a riguardare la realtà sociale con logiche valoriali diverse da quelle tipiche della solidarietà vissuta del mondo ecclesiale: si pensi soltanto a quanto si tenda ad esaltare la tematica dei diritti (La gente non avrebbe bisogno di solidarietà e dono se le fossero garantiti tutti i diritti, da quelli di cittadinanza a quelli di libertà a quelli di copertura collettiva dei propri bisogni); o si pensi a quanto sottilmente venga proposto il valore della “reciprocità” di diritti e di doveri come valore più alto del dono stesso (non fa bene all’igiene mentale di una società avere un regime di dono senza contro-doni). Si potrebbe dire che si tratta di tentativi volti, specialmente sulla sinistra della cultura sociopolitica italiana, a dare assetto “statuale” e quindi laico ad un bisogno di giustizia sociale che è oggi coperto dai comportamenti di solidarietà. Ma è anche vero che noi cattolici non possiamo solo accontentarci di un’elaborazione ancora troppo generica (emotiva o ideologica) dei valori di solidarietà e di dono; in fondo la tematica dei diritti e quella della reciprocità interpella in modo forte anche la nostra personale e collettiva cultura.

 

Valori processuali

Si potrebbe anche continuare il richiamo dei diversi valori quotidianamente vissuti nel mondo giovanile, ma bastano probabilmente già quelli indicati qui avanti per capire come nella realtà attuale ci sia da rilevare due cose importanti: la prima è che non siamo in presenza di una società senza valore, ce ne sono e tanti, pur se in forme talvolta oscure e contraddittorie; la seconda è che non abbiamo valori già dati, ma abbiamo spunti valoriali da perfezionare costantemente, con un forte quotidiano impegno culturale ed etico. Abbiamo in altre parole non valori predefiniti ma valori processuali, da vagliare e far crescere. Forse l’etica oggi possibile e necessaria è il discernimento, il capire gli orientamenti di valore e promuoverli. Può apparire un’ipotesi stravagante, ma non credo che lo sia poi tanto.