Don Ettore Merici: un sacerdote a servizio della Pastorale Vocazionale Unitaria
La notizia della morte di don Ettore Merici si diffuse rapidamente nella mattinata del 2 settembre, creando sgomento non solo nella città e Diocesi di Brescia, ma pure in tutti gli altri ambienti a livello regionale e nazionale, che avevano legami pastorali con don Ettore. Un tragico incidente automobilistico, accadutogli nella serata del 1° settembre, stroncò la sua giovane vita: a nulla valsero i tentativi di salvarlo; spirava, infatti, all’ospedale di Brescia qualche ora dopo. Aveva appena 37 anni.
Sarebbero molte le ragioni per ricordare don Ettore Merici.
L’amico
Il primo pensiero che inonda il cuore e la memoria rievocando la sua figura è innanzitutto quello dell’amicizia. Don Ettore fu un autentico amico per tante persone. Un amico sincero, leale, prezioso. Di quelli che fanno risplendere la verità biblica: “Chi trova un amico trova un tesoro” (Sir. 6, 14). Sbrigativo senza mai essere superficiale; franco e sincero senza mai essere sgarbato; puntuale e preciso senza mai essere pedante; capace di dimostrare affetto, gentilezza e tenerezza senza mai cadere in alcuna forma di sdolcinatura. Aperto al dialogo e al confronto, anche alla polemica, se necessario, senza perdere il rispetto dell’altro; non rompeva mai un buon rapporto con chi esprimeva opinioni ed idee divergenti. Capace di iniziative condotte con costanza, senza mai essere cocciuto. Era anzi disposto a rivedersi e a cambiar strada quando si accorgeva dell’errore. Generosissimo, senza mai lamentare il peso delle sue giornate o deporre il fardello delle molteplici attività che la sua Diocesi gli domandava.
Questo è il volto umanissimo che amiamo ricordare di don Ettore: un volto luminoso, sorridente, buono ed intelligente.
Ma il rammentare l’umanità di un amico non può farci scordare che essa era un tutt’uno con il suo essere sacerdote, con la sua vita ed attività di “presbitero”.
Il sacerdote
A questo proposito è giusto ricordare che don Ettore fu realmente un sacerdote di Cristo e della Chiesa. La sua vocazione affonda le radici nell’infanzia quando viveva gioiosamente la sua vita nella parrocchia di Pontoglio. Una vocazione, poi, coltivata nel lungo cammino, tredici anni, del Seminario Diocesano. Erano anni ferventi, segnati dai fermenti del rinnovamento conciliare e dalla febbre sessantottesca che coinvolgeva il mondo giovanile. Don Ettore e i suoi compagni hanno attraversato quel tempo di formazione con equilibrio, accogliendo con l’entusiasmo dei giovani le novità del Concilio senza, per questo, cadere in smarrimenti e sbavature. E fu con questa preparazione che entrò serenamente nell’attività pastorale; prima come vicario parrocchiale poi come animatore vocazionale e dei “tempi dello Spirito” della Diocesi di Brescia. Don Ettore ha sempre fatto trasparire nel suo ministero sacerdotale la basilare convinzione del “primato dello Spirito” nella vita del cristiano e che l’anima di ogni apostolato è la preghiera. Questa certezza l’ha tradotta in opere cominciando da se stesso, l’ha insegnata, comunicata senza mai indulgere a forme di pietismo o ricercare forme di “santità” tutta esteriore. Chiaro nella predicazione, concreto nelle proposte, fedele alla preghiera, nelle sue forme tradizionali e nuove, ha costituito per molti giovani in ricerca un aiuto. L’amore alla persona di Cristo, Salvatore dell’uomo e la corresponsabilità nella Chiesa, erano in lui temi ricorrenti e sentiti.
Amava la Chiesa del nostro tempo in tutta la sua complessa e meravigliosa realtà: dalle parrocchie più tradizionali ai cammini di gruppi, movimenti, associazioni; dalla vita del presbiterio a quella della più piccola comunità religiosa maschile o femminile. In tutto sapeva essere attento a cogliere la presenza del “Signore che chiama”.
E questa sottolineatura ci porta spontaneamente a considerare un terzo aspetto tipico della personalità di don Ettore Merici: l’attività vocazionale.
La pastorale vocazionale
Lavoro intelligente, il suo, attento ai “segni dei tempi”, sostenuto da una fede incrollabile nella dimensione che da anni la Chiesa proponeva come passaggio obbligato dalla pastorale vocazionale sacerdotale alla pastorale di tutte le vocazioni.
Il cammino avviato in Diocesi negli anni ’60-‘70, veniva raccolto e potenziato in uno stile metodico e personale, facendo dell’attività vocazionale non un semplice momento settoriale o di emergenza dell’azione della Chiesa, ma piuttosto la sintesi e l’anima del suo dinamismo spirituale e apostolico.
Convinto che ogni vocazione trae origine dall’imperscrutabile disegno della Provvidenza e si concretizza nella risposta personale maturata in un mirabile intreccio di grazia divina e di libera volontà umana, suo slogan era che la grazia passa normalmente attraverso delle mediazioni. Preminente la mediazione della comunità cristiana gerarchicamente organizzata: in altre parole della Chiesa locale.
“È la Chiesa locale – ripeteva spesso nei vari convegni diocesani e nelle settimane vocazionali a livello zonale ricorrenti ogni anno – sotto la guida del Vescovo, che deve affrontare il problema delle vocazioni come momento dell’unica azione pastorale diretta ad educare gli uomini alla maturità cristiana”.
Tutti i membri della comunità devono essere impegnati per tutte le vocazioni del popolo di Dio, così che la Chiesa venga edificata in una visione organica e vitale secondo la pienezza di Cristo e le pluralità dei carismi dello Spirito, per rispondere alla sua missione nel mondo.
“Tutti per tutte le vocazioni!”
Questo mi piace ricordare di lui. Ha creduto anche quando attorno c’era freddezza e compatimento.
Ha creduto fermamente che, finita la generazione spontanea, si stava scoprendo il valore della mediazione della Chiesa locale, in campo vocazionale.
Il suo frequente richiamo, a vari livelli, non escluso quello regionale, dove fu responsabile per due tornate e nei convegni periodici a carattere nazionale, era diretto a richiamare l’attenzione sulla responsabilità comunitaria della Diocesi e della parrocchia.
Responsabilità non facoltativa, ma parte integrante ed elemento essenziale all’interno di tutta la pastorale in un’azione concorde ed unitaria, senza zone di riserva, ma con ampio respiro cattolico, aperto e disinteressato.
La pastorale vocazionale, così concepita, così presentata in dodici anni di lavoro indefesso è balzata in primo piano in un crescendo appassionato e costruttivo. Sacerdoti, religiosi, religiose, laici, tutti impegnati per tutte le vocazioni, tutti uniti nella preoccupazione di formare una mentalità nuova, una sensibilità aperta, preparando così – anche se in tempi lunghi – l’humus per una promettente primavera vocazionale.
Don Ettore confidenzialmente a volte mi riferiva della difficoltà nell’affrontare nel suo cammino “profeti di sventura”, come li chiamava, nei confronti della sua fiducia nel metodo che ricalcava l’indirizzo dell’Episcopato Italiano che aveva fatto proprio il documento conciliare O.T., sempre però certo che attraverso quei momenti Dio stava portando avanti il suo disegno profetico.
E gioiva di offrire col suo lavoro qualche inevitabile amarezza quale contributo indispensabile alla riuscita del suo progetto. In questa luce il Centro Diocesano Vocazionale voluto da don Ettore è diventato un fattore di accompagnamento, nello sforzo di rispecchiare la fisionomia della Chiesa locale in tutte le sue componenti, ad essere sintesi di tutta la sua sollecitudine vocazionale. Centro che doveva essere non una supplenza, ma una promozione, un aiuto, un’animazione della pastorale delle vocazioni nella Diocesi, nelle parrocchie, nei nuclei familiari, nelle associazioni giovanili, nei movimenti e gruppi, nelle stesse comunità vocazionali per una simbiosi di esperienze, di fede e di apostolato.
Questo il suo impegno realizzato come responsabile diocesano e regionale.
È una ricca eredità che va raccolta ed impreziosita di nuove esperienze, sicuramente patrocinate dal cielo dalla Sua invisibile ma efficace presenza.