La comunità religiosa “celebra” la giornata delle vocazioni
“Stringendovi a lui pietra viva” (1 Pt 2,4): il tema della giornata mondiale per le vocazioni di quest’anno indica un’importante strada di preghiera ma pone anche l’accento sulla spiritualità, sulla qualità di vita evangelica che dobbiamo far vedere se vogliamo che la nostra vita abbia qualcosa da dire sul piano delle vocazioni. È perciò un tema che interpella nel profondo soprattutto la vita religiosa.
La vera ragione
Ogni religioso/a infatti trova in questo “stringersi a lui pietra viva” la vera ragione della sua chiamata. Come dice un autore: “Una ragazza o un giovane consacrano a Dio la loro verginità e si consegnano al suo servizio nel celibato, perché all’improvviso Gesù si è reso presente nella loro vita. Questo Gesù è diventato così vicino, ha manifestato un amore così grande che ogni altro sogno di amore è stato spazzato via” (Y. Raguin).
È la dinamica di ogni vocazione religiosa ed è insieme il servizio di testimonianza che essa deve alla chiesa. La vita religiosa ha anche il problema, oggi come non mai, di avere vocazioni. Ogni comunità religiosa infatti sa che il dono di cui è depositaria non le appartiene; l’ha ricevuto per la chiesa, e quasi sempre per i più poveri nella chiesa: per loro lo deve custodire e promuovere. Ma guai alla comunità religiosa che facesse delle vocazioni per l’istituto la sua unica o principale preoccupazione. Il senso della vita religiosa è di essere una presenza e un servizio per gli altri, per i fratelli; e questo vale anche in ordine alle vocazioni: qui la prima regola da seguire è quella del disinteresse e della gratuità, mettersi cioè semplicemente a servizio, perché tutti quelli che si incontrano possano essere aiutati a trovare se stessi e la loro vocazione, a prescindere che siano o no chiamati alla vita religiosa. Solo a questo patto la comunità religiosa apparirà significativa e potrà suscitare vocazioni anche per le sue file.
Una verifica
Mi sembra che venga da qui l’indicazione principale per le comunità religiose che vogliono vivere seriamente la giornata mondiale delle vocazioni. Esse sono rimandate non tanto alle iniziative che potrebbero prendere per quella circostanza, quanto piuttosto a una verifica della loro vita – del loro stile di presenza e di apostolato – per vedere se esso è tale da “suscitare vocazioni”.
Un rinnovamento spirituale
Quello che si pone allora è innanzitutto un discorso di spiritualità, di rinnovato impegno spirituale e apostolico. Poiché nel nostro caso si tratta di vocazioni “evangeliche” una comunità religiosa avrà qualcosa da dire in ordine a esse nella misura in cui saprà presentare una proposta efficace e credibile di vita secondo il Vangelo.
Non è scontato che ciò avvenga. Anzi, la vita religiosa sembra accusare oggi un calo di mordente nella vita di molti nostri contemporanei anche tra i credenti. Dipende dalla secolarizzazione e dalla crisi della fede; dipende dalla diminuzione delle vocazioni e dall’invecchiamento e da altri fattori ancora. L’importante è che le sfide poste alla fede nel mondo d’oggi e lo stesso calo numerico non diventino per la vita religiosa decadimento spirituale.
Solo una vita religiosa fortemente orientata verso Cristo Signore, diceva recentemente P. P.G. Cabra all’assemblea dei religiosi/e europei – può dare le risposte che lui darebbe al mondo d’oggi ed essere significativa per le vocazioni. “È su questo punto della sua rinascita spirituale che si gioca il futuro della vita religiosa”. Quello che occorre innanzitutto è “una vita religiosa che ritrova se stessa prima di tutto come movimento di spiritualità, come ‘scuola di servizio del Signore’, come ‘luogo’ ove l’uomo può essere accompagnato verso il Padre”.
A questo rimanda innanzitutto il tema “stringendovi a lui pietre vive”. È un punto di verifica fondamentale per ogni comunità religiosa in occasione della giornata mondiale delle vocazioni.
Una spiritualità riacculturata
E tuttavia non basta l’impegno a vivere il Vangelo e il carisma dell’istituto (che è poi il proprio modo peculiare di leggere il Vangelo).
Non si può dire che la vita religiosa manchi oggi di uomini e donne degnissimi, che hanno dato tutto, in piena coerenza con la loro consacrazione. E tuttavia molto spesso essi non riescono più a esser per la gente, soprattutto per i giovani, una proposta convincente e trascinatrice. Anche gli ordini più gloriosi, la cui spiritualità ha fatto da guida a generazioni di cristiani, rischiano di trovarsi oggi a un punto morto, come se la loro proposta non interessasse più. Viceversa, gruppi e movimenti – che pure sono molto più “poveri” quanto a patrimonio etico e spirituale – registrano a volte un successo quasi clamoroso.
Il fatto è che non basta dire spiritualità, bisogna vedere anche come acculturarla. La gente di oggi ha bisogno di nuovi modelli di vita e di comportamento per entrare in profondità nella comprensione di se stessa e della propria vocazione evangelica. Ha bisogno di valori spirituali ma vuol anche sapere come incarnarli senza dover fuggire dal mondo.
Ciò vale per le vocazioni laicali ma anche per tutte le altre, comprese quelle alla vita religiosa. Ogni vocazione si pone nel mondo, non fuori di esso, e una comunità religiosa che voglia contribuire al fiorire di vocazioni deve essere innanzitutto in grado di far vedere che cosa vuol dire vivere il Vangelo nel mondo d’oggi e come sia possibile viverlo. In ogni suo aspetto, evidentemente: dal rapporto con Dio in Cristo all’impegno per gli altri nella chiesa e nella società.
Quali strumenti?
Attraverso quali strumenti la comunità religiosa potrà meglio arrivare a questo? Da dove partire?
Bisogna ribadire innanzitutto che l’accento deve rimanere sulla spiritualità: la vita religiosa è significativa per la chiesa – e tanto più per le vocazioni – non in quanto fa qualcosa ma per il carisma che vive. Il punto semmai riguarda il come vivere il proprio carisma e la missione. In questo senso vengono in evidenza due cose.
a) Occorrono innanzitutto delle comunità aperte, mischiate il più possibile alla vita della gente sul territorio. Se il carisma è un dono che ci è dato per gli altri, allora non ci appartiene e va condiviso. La comunità religiosa non è un fatto privato, tagliato fuori dalla chiesa e dalla vita della gente. I valori che si vivono in essa devono poter essere condivisi da tutti quelli che lo vogliono e se ne sentono interessati: dalla preghiera alla ricerca spirituale, fino al servizio apostolico nelle sue diverse forme.
Comunità aperte vuol dire comunità che riscoprono e praticano l’accoglienza, prestano attenzione alle persone, si rendono disponibili per l’ascolto e per ogni servizio utile alla formazione dei cristiani.
Nulla di più importante evidentemente anche per l’animazione vocazionale. Se si vogliono aiutare i cristiani a raggiungere le radici profonde della propria vocazione è a questo livello che bisogna innanzitutto agire. Bisogna che le comunità religiose – in una situazione in cui sempre meno le parrocchie riescono a rispondere alle attese molteplici e “specializzate” dei cristiani – sappiano inventare nuovi modi di incontro con la gente, per rendere disponibile a tutti, nella misura del possibile, il proprio patrimonio spirituale e culturale.
b) Il carisma include anche, nella vita della comunità religiosa, tutto l’ambito dell’azione apostolica e pure questo ha molto da dire per le vocazioni.
Intanto nessun apostolato appartiene alla comunità in esclusiva. Ciò che essa fa è sempre “opera di chiesa”; appartiene a tutti e dunque anche ai laici. Ciò significa che la comunità religiosa, “aperta” quanto al suo modo di vivere, diventa tale anche in ordine all’apostolato. Ci rendiamo conto sempre di più che è finito il tempo delle “opere proprie” gestite secondo una “logica di istituto” e dunque di separatezza e per così dire di “possesso”. Anche le opere dei religiosi/e devono diventare sempre più “di chiesa”, aperte alla più ampia partecipazione. Se la sapranno suscitare – ma questo presuppone che si tratti di servizi davvero attuali e significativi – allora promuoveranno anche le vocazioni. Anzi, questo loro stesso ottenere partecipazione che cos’è se non promozione vocazionale?
Dunque comunità religiose aperte, sia sul piano dell’impegno spirituale che del servizio apostolico. Comunità in un certo senso di tutti, punto di riferimento e di appoggio per tutti coloro che vogliono coinvolgersi nell’ideale evangelico proposto da un determinato carisma. Mi pare questa una delle vie principali offerte alla comunità religiosa per promuovere le vocazioni.