La famiglia “celebra” la giornata delle vocazioni
Il presente contributo vorrebbe offrire qualche riflessione sulla risposta che le famiglie sono tenute a dare alla provocazione posta dalla “giornata delle vocazioni”. A tutti è chiesto di diventare “pietre vive in Cristo”. Alle famiglie in particolare è posto l’interrogativo: come educare le giovani generazioni ad essere pietre vive?
Dando per scontate, almeno a livello teorico, non poche distinzioni e precisazioni (la famiglia non è l’unica agenzia educativa; l’educazione non è l’unico compito della famiglia; ecc.), piace commentare qui l’insieme delle attenzioni che le famiglie prestano alle vocazioni in un compito a loro congeniale e, insieme, esigente e formidabile: umanizzare la società odierna, a partire dalle giovani generazioni che devono essere formate a un “umanesimo familiare”.
A sostegno di questa proposta c’è un incisivo testo di Giovanni Paolo II: “La Chiesa non può limitarsi a registrare i cambiamenti ma deve entrare in questo tessuto storico e trasformarlo. I cristiani devono porsi come coscienza critica di questa mentalità (quella che tende a sviare i valori fondamentali della famiglia) ed essere artefici di un autentico umanesimo familiare. Ciò comporta il discernimento evangelico, cioè la lettura e l’interpretazione della realtà familiare (e di tutta la realtà storica) alla luce di Cristo… In fondo all’origine della crisi familiare (e, in generale, della crisi odierna) c’è la rottura tra Vangelo e cultura che è il dramma della nostra epoca, come lo e stato di altre”[1].
Umanesimo cristiano, cioè integrale
Per comprendere il testo del Papa e la nostra proposta, si rende necessario chiarire il termine usato, quasi a sintesi dell’intera riflessione: umanesimo familiare.
Umanesimo è di per sé, una corrente di pensiero che esalta i valori e la dignità dell’uomo. In senso più ampio, umanesimo evoca oggi la dignità dell’essere umano quale principio e criterio di giudizio del vivere e dell’agire della società e, anzi, di ogni singola persona. Umanesimo familiare ci sembra che dica anzitutto l’autentica vocazione della famiglia che, nell’incontro con il Vangelo, risale “al principio, si realizza pienamente e vive la propria identità di comunione e di comunità di persone, nel pieno rispetto di tutti i suoi componenti: della donna, del bambino, del giovane, dell’anziano”[2]. Nel contempo, umanesimo familiare dice anche la responsabilità delle famiglie, chiamate a essere soggetto attivo e originale dell’umanesimo in generale; tocca alle famiglie umanizzare il mondo, la società, e la stessa Chiesa.
È evidente che si parla di un umanesimo cristiano: in Cristo si può realizzare la dignità piena dell’uomo e della donna e delle loro famiglie. “Soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”[3]: luce e compimento.
Un duplice impegno
La “giornata delle vocazioni” chiede alle famiglie di umanizzare le giovani generazioni, a cominciare dai propri figli, aprendo loro la strada dell’incontro con Cristo nel quale è la verità, la via e la vita (cfr. Gv 14,6). Ne segue un duplice coinvolgimento, accettando il quale le famiglie possono dire di celebrare bene la giornata.
1. Nel loro essere
Il primo coinvolgimento riguarda le famiglie in se stesse, il loro essere e il loro crescere “in umanità”. Le famiglie sono partecipi della Chiesa e, nella loro misura, sono autentiche “chiese domestiche”; nella Chiesa condividono la natura e la tensione secondo cui la Chiesa opera in modo efficace “per quello che è, in progressiva anche se imperfetta coerenza con quello che dice”[4]. L’umanizzazione chiede alla famiglia di essere soggetto attivo di quanto contribuisce a purificare, consolidare e trascendere la dignità della persona umana, a cominciare dal loro interno. Anche gli anziani sono “pietre vive”; lo sono pure i bambini che chiedono di venire alla luce. Con felice esemplificazione, osserva Giovanni Paolo II: “Lungi dal chiudersi dentro le pareti domestiche e dal fossilizzarsi in atteggiamenti rinunciatari col rischio di diventare vittima di altre forze operanti nella società, la famiglia si fa protagonista dell’avvenire della società, di cui è prima cellula. La famiglia deve quindi aprirsi alle molteplici opere di servizio sociale, specialmente a vantaggio dei poveri e degli emarginati: deve sfociare nell’impegno civile per animare cristianamente le realtà temporali.
Anche nella Chiesa la famiglia cristiana ha un suo posto e un suo ministero, essendo chiamata a condividere, proprio come famiglia, la missione di salvezza della Chiesa stessa. Questo la famiglia compie nella misura in cui è fedele alla sua identità e si sviluppa come comunità credente ed evangelizzante, nel dialogo con Dio e nel servizio di ogni uomo secondo il comandamento della carità. In questo modo la famiglia diventa anche sorgente di vocazioni, perché, quale ‘chiesa domestica’, partecipa alla triplice missione della Chiesa di Cristo alla missione sacerdotale, regale e profetica.
In questo contesto, i Padri Sinodali, radunati a Roma nel 1980 per discutere su ‘I compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo’, affermarono nel loro Messaggio finale che la speranza del ‘rifiorire di vocazioni sacerdotali e religiose’ (n. 20) riposa nelle famiglie illuminate evangelicamente”[5].
2. La “grazia pedagogica”
Il secondo coinvolgimento riguarda l’apporto specifico delle famiglie alle vocazioni di speciale consacrazione. È ben noto che le famiglie non possono sostituire né i seminari né gli altri centri di formazione vocazionale. Non ci sembra poi sufficiente relegare il contributo delle famiglie al “buon esempio” o, se si vuole, alla testimonianza. I figli hanno il diritto di diventare “pietre vive” e ciò riguarda le famiglie nella loro misura.
Con una rischiosa analogia pensiamo alle famiglie come al “grembo” di Maria che al Verbo ha dato la figura umana di Gesù di Nazareth: un bambino, un ragazzo che cresceva in “età, sapienza e grazia” (Lc 2,40) mediante la vita familiare, mediante la presenza attiva di Maria e di Giuseppe, secondo i loro doni.
Con la formazione ed educazione loro proprie le famiglie umanizzano coloro che il Padre chiama a seguire Cristo nella speciale vocazione.
Umanizzano se e quando:
– aiutano la coscienza dei figli ad aprirsi verso il traguardo della sequela di Cristo, nella fervida convinzione che “chi segue Cristo, uomo perfetto, si fa pure lui più uomo”[6];
– coltivano con competenza, con amore e con sapienza quella “umanità” dei figli che è data, certo, dalla loro corporeità e dalla loro salute bio-psichica ma ancora di più è data dall’essere persona umana, cioè in permanente relazione e in continua apertura agli altri e all’altro. C’è un bagaglio umano di abitudini e di comportamenti “virtuosi” senza dei quali la vocazione manca di spessore storico e non riesce a diventare “segno”. “Io credo nell’uomo”, dica ogni famiglia;
– educano i figli ad avere una “personalità” e a spendere il loro dono nella comunità ecclesiale e in quella civile. Educano, in altre parole, al servizio, mancando il quale il “ministero” resta una vuota parola e rischia di diventare sinonimo di potere.
Pietre vive, diremo in conclusione, si diventa. Le famiglie occupano un posto importante, anzi necessario (senza essere esclusivo) in questo divenire. È un fatto di “grazia pedagogica o educatrice” come dice stupendamente S. Paolo nella lettera a Tito (cfr. 2,11-13).
Note
[1] Giovanni Paolo 11, Discorso ai Vescovi dell’Emilia Romagna, 2 Maggio 1986.
[2] Giovanni Paolo II, Ivi 3.
[3] Gaudium et spes, 22.
[4] CEI, Il Rinnovamento della catechesi, 145.
[5] Giovanni Paolo II, Ivi.
[6] Gaudium et spes, 41.