N.01
Gennaio/Febbraio 1989

Lettere al Direttore

Caro Direttore,

sono P. Aurelio Biundo, Segretario Provinciale dei Frati Cappuccini della Provincia di Messina, di ritorno dal Convegno indetto dal Centro Nazionale Vocazioni. Di esso, sino ad oggi, sono stato un partecipante assiduo, seguendone con attenzione le tematiche. Ne sono contento e vi ringrazio.

Ho pensato di prendere la penna per scrivere gli stimoli ricevuti e di farne dono per la Rivista “Vocazioni”.

Se Lei reputa opportuno far dilatare questa eco attraverso le pagine della rivista gliene sarò grato.

La ringrazio del lavoro che attraverso lo scritto viene portato avanti, perché proprio di questa mentalizzazione, scelta nelle pagine della vostra rivista, si ha oggi bisogno, per servire con più lucidità le nostre comunità ecclesiali.

La saluto con affetto fraterno.

 

In viaggio con il pianeta adolescenza

Ogni educatore, genitore, insegnante, catechista ecc., religioso o laico che sia, ha dovuto prima o poi imbattersi in questa fase dell’età evolutiva che è l’adolescenza, o per averne fatto oggetto di studio, o per desiderio di conoscerla meglio, o per averle dedicato giorni di vita, avendo vissuto accanto o dentro il fenomeno adolescenziale.

Ma la cosa più rilevante è il fatto che ogni educatore ha vissuto anch’egli questo periodo della vita, e ciascuno ha di esso i propri ricordi, le proprie esperienze, che lo hanno vivamente segnato e strutturato nella sua specifica personalità.

Se la Chiesa, che è in Italia, in uno dei suoi organismi istituzionali, certamente più rinomati in questi ultimi tempi, qual’è il Centro Nazionale Vocazioni, ha sentito il bisogno di confrontarsi, nel Convegno annuale, tenutosi alla Domus Mariae dal 3 al 5 gennaio, sul tema “Nuovi Adolescenti e Vocazione”, ciò l’ha fatto, non per rispolverare cose vecchie e risapute, né per proiettare desideri inconsci e frustrazioni latenti, ma per leggere accuratamente una realtà perché venga debitamente riconosciuta a tutti gli effetti presenza attiva nelle varie comunità ecclesiali.

Per la Chiesa italiana la novità non consiste nell’aver scoperto l’adolescenza, comune del resto alla crescita di ogni persona, ma nel fatto che essa oggi presenta caratteristiche nuove, e in quanto tale ritorna con forza alla ribalta quale pianeta nuovo sempre da esplorare con attenzione e delicatezza tutt’altro che superficiali…

È vero che al Convegno mancavano i diretti interlocutori: gli adolescenti.

Ma essi erano presenti nel vissuto quotidiano degli esperti e degli educatori. E di questo il Convegno ne ha dato prova. La teoria, dedotta dalle analisi e la pratica, espressa nel vissuto degli educatori, si sono ancora una volta confrontate illuminandosi reciprocamente.

A mio giudizio, senza nulla togliere agli esperti, che, specie qualcuno, hanno fatto parlare più di loro che dei dati in oggetto, le esperienze, incarnate in quella ricca tavola rotonda dagli educatori feriali, hanno invece costituito il punto fondamentale, perché hanno saputo coniugare bene i dati osservabili rapportandoli ai presupposti contenutistici e ai metodi adottati. L’esperienza ne è uscita incoraggiata, l’analisi illuminata e confortata.

In un Convegno di oltre 700 persone è ovvio che si toccano tanti punti, si formano tante pieghe, si intravedono tanti sentieri, di modo che è difficile poter operare una sintesi se non si ha ben chiaro il punto di osservazione.

Ponendomi da questo posto di osservazione, e qualificandolo come “punti emergenti e stimoli innovativi”, mi sembra di poter cogliere i seguenti elementi:

a. l’animatore è sollecitato ad accogliere incondizionatamente il mondo dell’adolescente, fatto di slanci e cadute, di entusiasmi e di facili umori. Si è invitati a farsi evangelicamente “piccoli”. Per ogni educatore ciò significa mettersi continuamente “in questione” per verificare modalità di interventi e cammini di fede rispettosi della crescita dell’adolescenza. Questi non dovrà mai essere considerato un oggetto da ammirare, né un soggetto da riempire, ma un soggetto da responsabilizzare in una diade continuamente dialogica;

b. l’educatore o animatore è chiamato a dare tempi e spazi “vitali” ed “effettivi” agli adolescenti.

Non si può parlare dell’adolescente se non si vive con l’adolescente.

L’educatore non cavalca una volta tanto una navicella per inseguire e fotografare il pianeta che gli sfugge, ma deve navigare su di esso, se cerca il suo bene o vuole sempre più conoscerlo.

Non briciole di giornate offerte a loro, ma giornate variamente e dinamicamente sbriciolate a loro, questo è chiamato a dare l’educatore;

c. l’educatore è chiamato a fare con gli adolescenti cammini esperienziali propositivi, che li spingano “oltre”, verso scelte coraggiose che sanno di generosità e dono. Il nuovo non può mai essere ripetitivo. E la forza del nuovo che sollecita nuovi cammini. Dinanzi agli insuccessi, accumulati dagli educatori, resta sempre la potenzialità di vita innovativa dell’adolescente, che è continua speranza per l’educatore;

d. l’educatore è chiamato a saper coniugare bene il “personale” e il “comunitario”.

Deve stare attento al “singolo”, senza perdere di vista che c’è il “branco”; e deve stare attento alle esigenze del branco senza uniformare e livellare il diverso, il singolo. Il rapporto dell’adolescente in quanto persona-individuo con la comunità ecclesiale evidenzia da una parte che l’adolescente è per la comunità e dall’altra parte che l’educatore non può essere mai gestore di cosa propria, ma solo un inviato dalla comunità e per la comunità. L’io e il tu dicono riferimento al noi comunitario, superando così ottiche meramente intimistiche e settoriali;

e. Infine l’animatore deve prendere sempre più coscienza che, in questa nostra società, che si qualifica per il pluralismo, non è egli solo e la sua comunità che si pone quale agente educatore dell’adolescente; questi vive in una famiglia, in una scuola, in un ambiente di lavoro, con gruppi di coetanei, sottoposti a continui flash ammaliativi e istanze competitive di massificazione. Sarà compito allora dell’attento animatore conoscere, dialogare, progettare assieme a questi altri agenti senza la pretesa di essere l’unico e il vero agente formativo. L’atteggiamento al dialogo e all’apertura con tutti questi altri agenti educativi renderà l’opera e il servizio dell’educatore più credibile agli stessi occhi dell’adolescente e più efficace la sua riuscita.

È ora, per un futuro di Chiesa, animata sempre dallo Spirito del Risorto, di intraprendere, fortificati da questi stimoli, questo viaggio con gli adolescenti. E la Chiesa vivrà sempre di quella freschezza e di quello slancio lungimirante che è proprio dell’adolescente.

Volesse il cielo che di questi adolescenti ne incontrassimo tanti!

Essi girano ancora in molti attorno a noi: nella scuola, nella catechesi, nei gruppi parrocchiali, nelle piazze antistanti le chiese, e forse aspettano che noi adulti facciamo il salto sul loro pianeta per intraprendere questo viaggio. Non deludiamoli! Non fingiamo di non accorgerci di loro! Ci accuserebbero di ignavia, e un grave senso di colpevolezza cadrebbe sulle nostre spalle!

All’adolescente che ti chiede il mantello, sii disposto a dare anche la tunica; a chi ti invita, forse con il suo silenzio, a fare un percorso, farne con lui anche due.

Da’ generosamente a chi ti domanda e a chi bussa al tuo cuore “non volgere più le spalle” (Mt 5,42). E la vita rinascerà possente, ricca anche di specifiche vocazioni, nelle nostre comunità ecclesiali!