N.06
Novembre/Dicembre 1989

Lettere al Direttore

Carissimo Direttore,

è stato stimolante incontrarla a Lecce, perché da lei ho ricevuto illuminazioni molto utili.

Ho buttato giù, purtroppo di fretta, la riflessione che segue e veda lei se può avere qualche utilità per la rivista “Vocazioni”.

Spero di incontrarla ancora, anche perché come membro del Consiglio Direttivo Nazionale A.N.S.P.I. sto impegnandomi per “risvegliare” un’attenzione più viva e costante al discorso vocazionale negli Oratori e Patronati italiani. L’A.N.S.P.I. federa oltre undicimila Oratori parrocchiali o di Congregazione ed è inconcepibile che non si vada a fondo, in queste sedi, sul problema delle vocazioni. L’Arcivescovo di Torino, come Lei sa, punta molto anche sugli Oratori. E, fin da ora, grazie.

Anche nelle Comunità che fanno riferimento a questo mio Servizio (Consultorio Interprovinciale d’assistenza Familiare) si rende attuale la riflessione sulla risposta che tutti dobbiamo dare al Dio che chiama sempre.

Le auguro di vivere sempre la gioia del suo sacerdozio!

dott. Samuro Palamenghi

 

 

 

Sinceramente fatico a capire la preoccupazione, direi la paura di molti per il calo vocazionale.

Non che non ci si debba riflettere e seriamente, ma anche questa è una paura difficile da accettare, così come quella di taluni sacerdoti che, con la fine del sistema congruale da parte dello Stato e nel dubbio che un popolo di Dio che non sa dare vocazioni, non dia nemmeno denaro e sostentamento, vedono lo spettro della fame, o quasi…

È quasi evidente che noi le vocazioni non le meritiamo. Dunque poco servono progetti e organigrammi, senza una conversione che segni un ritorno alla radicalità del vangelo. Oggi si prega: ma come? Oggi si professa una fede cristiana: ma ha sapore di servizio sociale, spesso, non senti il sapore del divino.

Non a caso le vocazioni si manifestano, e in crescita, là dove le comunità cristiane vivono l’esperienza della prova e dell’emarginazione.

Un contesto cristiano che concede più ad un perbenismo ricco d’ogni comfort, che fa dell’amore caritativo una sorta d’amministrazione del bene e, Dio non voglia, anche della sua Parola… non dà spazio per il fiorire di vocazioni.

Né i giovani hanno modelli di credibilità dinnanzi a loro, perché noi offriamo buon spettacolo di mediocrità, di compromesso, di diatribe all’infinito anche all’interno della chiesa.

Ciò nonostante, Dio chiama perché ha assicurato alla sua chiesa che con lei sarà fino alla fine dei tempi. Penso, piuttosto, che un segnale chiaro e distinto ci venga dalle chiamate “tardive”.

Se è vero che nulla vi è di definitivo in una vocazione, nulla è definitivo neppure nello svolgersi di una vita umana e di un’anima. La vigna accoglie anche a sera. Il “per sempre” temuto e rifuggito dai giovani, affascina adulti e anziani che, d’un tratto, scoprono che Cristo li ha da molto irretiti e sta attendendo che la rete sia portata a riva.

Punterei, dunque, sulle vocazioni adulte perché esse sono la paternità d’altre avventure e giovani. Incoraggia a scoprire i progetti del Signore in questa direzione una considerazione che, teologicamente, ha una sua validità.

Il battesimo ci è stato ripresentato, dai testi conciliari, come l’universale vocazione missionaria d’ogni cristiano. Per effetto di questa fondamentale chiamata, noi siamo tutti compartecipi di un sacerdozio comune e, come redenti dal Cristo e inabitati dallo Spirito Santo, siano tutti chiamati all’intimità di un rapporto contemplativo divino. “Trarrò tutti a me”, Gesù fa questa chiamata contemplativa e unitiva.

Sono le modalità e gli stati di vita che mutano, ma ciascuno di noi vive un sacerdozio, una missione, una vita contemplativa, sol che voglia abbandonarsi a dire “sì”.

Matrimonio, sacerdozio ministeriale, verginità e celibato consacrati sono poi uniti in una sola radicalità: la “nuzialità” con il Cristo, ad immagine del rapporto di nuzialità gelosa di Jhwh con Israele.

Se, dunque, convivono con noi e in noi tutte le “vocazioni” è meno drammatica la situazione, perché si dovrà piuttosto portare all’evidenza della luce la specificità, la tendenza, la potenzialità di un aspetto su altri. E questo è un lavoro di cesello che possono fare solo i genitori (se preparati e assistiti) ed un valido direttore o consigliere spirituale, che sia guida ed esempio di vita.

Ma… i leaders, i punti di riferimento dove sono? Senza dubbio esistono, non sempre li vediamo, travolti da una vita cristiana sbiadita, anche da parte di chi dovrebbe esserne il portabandiera.

Quanto ai giovani, è certo che non capiranno nessun discorso vocazionale fin quando presenteremo loro un Dio con lo sconto, rimpicciolito perché non li spaventi con le sue leggi e i suoi divieti… Il Dio dell’amore e della gioia, il Dio vero è quello che affascina ancora. Gesù non ha rincorso il giovane che, volendo seguirlo, si era spaventato perché gli pareva troppo quanto Gesù gli domandava.

Sono considerazioni discutibili, non v’è dubbio, ma penso che ci sia del vero, così da farci riflettere.