I presbiteri: formatori degli operatori vocazionali laici
È chiaro che il ruolo essenziale nell’esercizio della pastorale vocazionale spetta al Presbitero della Comunità.
La complementarietà dei ruoli
Il suo carisma pastorale specifico, quello dell’edificazione nell’unità della comunità, consiste infatti nell’essere a servizio dei singoli e molteplici carismi che lo Spirito suscita nella comunità. Egli è precisamente quell‘amministratore fedele e saggio” della casa di Dio (cfr. Lc 12,42 ss.) il cui compito è quello di aiutare e sostenere i diversi carismi che il Signore distribuisce. Questo ministero egli lo svolge, mettendo le persone in grado di esercitare i loro carismi, con un’adeguata formazione e creando loro gli opportuni spazi di azione nella comunità; ma soprattutto donando sapientemente il “cibo” divino della grazia nel “tempo opportuno” della prova. Un nutrimento spirituale che consenta alle persone di essere perseveranti in questo dono di se stessi. Con tutto ciò, il Presbitero è colui che riporta all’unità dell’edificazione della Chiesa questa ricchezza di capacità presenti nelle persone a lui affidate.
Anche senza approfondirne i fondamenti teologici, che pure ci sono e di validissimi, è sufficiente però tener presente la dimensione essenziale della personalizzazione nella pastorale vocazionale, per comprendere come essa non possa essere prerogativa e funzione del solo presbitero della comunità. Al contrario, si deve dire che essa è compito preciso di tutti coloro che esercitano nella comunità un qualche ruolo di responsabilità ed in particolare di responsabilità educativa.
Dei genitori, innanzitutto, se è vero, come anche di recente il Papa ricordava nella Mulieris Dignitatem, che la loro paternità/ maternità non è solo fisica, ma innanzitutto spirituale. Essa cioè deve essere tesa allo sviluppo completo della persona dei figli in tutte le sue dimensioni, naturali e soprannaturali. Ciò significa aiutare i figli a leggere tutta la loro vita come risposta ad una vocazione divina. Una risposta che investe tutte le componenti di una vita umana: da quella affettiva, essenziale e delicatissima, a quella dell’inserimento nella vita sociale mediante il lavoro, a quella dell’inserimento nella vita ecclesiale mediante il servizio e la testimonianza.
Analogo discorso va fatto per i catechisti e gli animatori dei gruppi, innanzitutto per quelle fasce di età, adolescenziali e giovanili, fondamentali per la scelta di vita. È un discorso analogo a quello dei genitori, perché va sottolineato che, pur con una doverosa gradualità rispetto all’età del catechista o dell’animatore, il suo ministero non è certo quello dell’indottrinamento degli adolescenti e dei giovani affidatigli, ma in qualche modo va inserito nell’ambito della paternità/maternità spirituali. Risposta di fede a Dio e risposta alla propria personale vocazione costituiscono un tutt’uno inscindibile. Pertanto, o il catechista e l’animatore, ad immagine del Cristo, si pongono in quest’atteggiamento responsabile di dono della loro propria vita nei confronti di chi è loro affidato per una crescita di fede, o è semplicemente ridicolo pensare che Cristo possa servirsi di loro per chiamare un giovane alla sequela nel “discepolato”, di una vita familiare e laicale vissuta secondo Dio, o, addirittura, alla sequela “apostolica” di una vita consacrata sacerdotale o religiosa.
La famosa frase del Papa Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi: “il mondo non ha tanto bisogno di maestri, quanto di testimoni” non è mai tanto vera quanto nei confronti di una pastorale vocazionale. O, essendo noi per primi dei testimoni, presentiamo alle persone altri testimoni vivi e credibili dei diversi modi di vivere la vocazione cristiana, o neanche si è sfiorato il problema. Ma sopratutto, o concepiamo la nostra missione di essere “profeti” e “maestri nella fede” nello stile del Nuovo Testamento, o abbiamo tradito la nostra missione. Questo stile appunto consiste nel fatto che “siamo tutti discepoli, perché uno solo è il Maestro” (cfr. Mt 23,8). Il maestro della fede neotestamentario è dunque solo un “discepolo” che introduce altri fratelli a vivere la loro personale relazione con Dio, l’unico Maestro Interiore, nell’ascolto orante, individuale e comunitario della parola di Dio, e nel servizio fattivo della carità.
Al contrario, dimenticandosi questa elementare verità evangelica, oggi si corre spesso il rischio di sostituire nella catechesi al vecchio “nozionismo dei concetti”, che caratterizzava l’impostazione pre-conciliare, un nuovo “nozionismo delle esperienze”. Esso è certamente più attraente del precedente (e più confuso), ma purtroppo non fa che cambiare l’etichetta, il modo di presentazione, ad un medesimo, inadeguato contenuto, invertendo sempre il mezzo col fine. Il fine della catechesi non è far sapere qualcosa agli altri del Qualcuno Divino, ma rendere capaci gli altri di incontrare nella propria vita la Persona Divina del Cristo, per ascoltare ed imparare direttamente da Lui. La pastorale vocazionale, in quanto culmine della pastorale catechetica, non fa dunque che rendere più evidente questa elementare verità di fede neotestamentaria.
Altro soggetto essenziale della pastorale vocazionale, oltre ai presbiteri, ai genitori ed ai catechisti-animatori, sono tutte le altre persone istituite ed ordinate in un particolare ministero nella comunità, innanzitutto coloro il cui servizio implica una scelta radicale di vita. Intendo con questi, il ministero ordinato del diacono ed il ministero consacrato del religioso e, più specificamente, della religiosa e delle consacrate.
Così, il diacono, che vive nell’unità della sua persona il duplice ministero della vita familiare e laicale, e quello del servizio ordinato della carità e dell’annuncio nella comunità, è la testimonianza vivente per ogni laico che vocazione al matrimonio cristiano e alla testimonianza laicale non è sinonimo di una sorta di assurda privatizzazione della vita di fede e di carità. È ovvio perciò vedere in lui uno dei primi responsabili della pastorale vocazionale, in particolare quella orientata al mondo laicale, del quale egli costituisce l’essenziale trait d’union col Presbitero della comunità.
Un ruolo particolare nella pastorale vocazionale spetta poi alla religiosa ed alla consacrata. La loro vocazione infatti è quella di essere immagine vivente della Chiesa Vergine e Madre, altrettanto come il Presbitero è immagine del Cristo Sacerdote e Pastore. Seguendo infatti un’efficace terminologia resa famosa da H.U. Von Balthasar, la ministerialità nella Chiesa trova il suo equilibrio, solo se vive della complementarietà del “principio petrino” e del “principio mariano”. Senza quest’ultimo, si scadrà inevitabilmente nel funzionalismo. Il ruolo eminente della donna, ed in particolare della donna consacrata, nella comunità non è dunque soltanto quello della testimonianza nel servizio, in varie mansioni di carità e di annuncio specificamente femminili, ma soprattutto quello di rendere tangibile in una persona il mistero stesso della Chiesa, Sposa del Signore e Madre dei Credenti. Come Maria era grande agli occhi di Cristo, non per aver svolto come ogni donna la sua missione di madre, ma per la sua fede, discreta e forte (cfr. Lc 8,19-21; 11,27-28), con cui ha accompagnato la missione del Figlio fin sotto la croce, così si deve poter vedere in ogni consacrata.
I mistici hanno sempre contemplato in Maria sotto la croce il mistero insondabile, di reciproco dono che si compiva fra la natura divina del Figlio e quella umana di Maria, che completava quello scambio iniziato nell’Incarnazione. Era la divinità del Figlio a nutrire e sostenere la fede della Madre, era la fede e la carità della Madre a trasfigurare e sostenere la sofferenza del Figlio, quasi come un sacramento tangibile, per la Sua umanità, dell’amore e della vicinanza del Padre. In questo modo, come suggeriscono i Padri, la maternità verginale di Maria diventava in pienezza, nel tempo, segno della Paternità di Dio.
Così, facendo dalla croce questo grande dono ai suoi fratelli della maternità spirituale di Maria, Cristo ha donato alla sua Chiesa anche tutte le consacrate, prolungamento e concretizzazione nei secoli del ministero materno di Maria per ogni Figlio di Dio, in ogni occasione gioiosa e triste della sua vita.
Una consacrata, una religiosa che vive con questo stile di fede e carità adulta e forte, ma affettuosamente attenta ad ogni necessità dell’umanità delle persone, il suo dono ed il suo servizio a Dio ed alla Chiesa, è dunque un dono immenso di Dio alla comunità. Un dono capace di trasformare l’attribuzione del nome di “famiglia spirituale” ad una comunità cristiana, da metafora per le omelie, in una consolante realtà. Ed è inutile ricordare che la pastorale vocazionale all’interno della Chiesa, se deve essere davvero finalizzata al bene delle persone, solo con questa componente, messa bene in evidenza all’interno della comunità (la “luce sul lucerniere” del Discorso della Montagna), raggiunge la sua completezza, diventando un costante appello a tutto l’universo femminile per un dono autentico di sé, tanto per la vita familiare, quanto per quello di consacrazione.
Formare gli operatori
Da quanto detto si desume facilmente il centro ed il nucleo di questa formazione, la cui responsabilità ricade prima di tutto sui Presbiteri. Certamente, la figura di operatori specifici per la pastorale vocazionale all’interno della comunità, ha un suo senso, purché sia in funzione di un particolare e ben rilevato carisma della persona, e non solo per arricchire l’organigramma dei ministeri nella Chiesa di un’ulteriore figura.
Ciò che è essenziale, però, è che questa formazione sia estesa a tutte le componenti della comunità cristiana sopra ricordate. Proprio perché curare la dimensione vocazionale di ogni vita cristiana, significa educare la persona al sacrificio di se stesso per gli altri, secondo la volontà del Padre ed il modello datoci da Cristo, il centro di questa formazione deve consistere nell’educare tutti gli operatori della pastorale a saper incontrare gli altri come persone, per renderli capaci di riconoscere ed incontrare Cristo, presente nella loro vita. La centralità di un’autentica formazione spirituale degli operatori della pastorale, contro ogni forma di spiritualismo e di settarismo vecchi e nuovi nella vita di preghiera e di ascolto della Parola, e contro ogni forma di funzionalismo vecchio e nuovo nel concepire il servizio nella comunità, è la vera sfida per impostare seriamente una pastorale vocazionale.
Solo se gli educatori e gli animatori della comunità saranno veri educatori di persone e loro maestri spirituali, ciascuno al suo livello e secondo le sue capacità, sapranno aiutare ogni singola persona loro affidata a leggere la propria vita alla luce di un Dio che hanno aiutato a riconoscere presente ed operante nella loro vita.
I segni per una maturazione in questo senso da parte della comunità cristiana ci sono, ma spesso sono incompleti e scoordinati, quando non assurdamente in concorrenza fra di loro. Spetta ai Vescovi, ai Presbiteri ed a tutti coloro, laici e consacrati, che hanno un ruolo eminente di responsabilità nelle diverse comunità e gruppi, lavorare per un’autentica crescita del modo di far pastorale di tutta la comunità ecclesiale, avendo ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. Potrebbe essere perciò un primo passo verso questo fine l’inserimento, in ogni corso di formazione per genitori ed operatori pastorali, di un capitolo specificamente dedicato all’apprendimento di alcune nozioni e metodologiche essenziali alla cura spirituale dei singoli e quindi alla cura della loro personale vocazione.
In ogni caso, il consolidamento di un’organica dimensione di pastorale vocazionale all’interno della comunità, sarà il primo effetto ed il primo segno di una completa maturazione del modo di far pastorale della Chiesa di oggi.