Il catechista laico a servizio della animazione vocazionale
Parlare di vocazione in questo tempo di frammentazione e dispersione, dove sembra prevalere solo la logica del consumo e dell’“egoità” più sfrenata, equivale a fare una scommessa di pascaliana memoria.
La cosa appare ancora più complessa quando si deve testimoniare e documentare una vita contro corrente a dei giovani adolescenti immersi nei difficili rapporti della società postindustriale.
Indubbiamente gli spazi di ascolto e silenzio, luoghi privilegiati per l’accoglienza di una vocazione, essendo sempre più esigui e sostituiti da falsi bisogni devono essere ripristinati in un linguaggio che sia sintonizzato sull’onda d’ascolto propria dei giovani.
Allora il primo dovere che s’impone ad un educatore è quello di riportare il giovane in una dimensione d’autenticità dove l’incontro con se stesso sia garantito dalla consapevolezza del proprio limite, contro quella mentalità scientista che osanna l’onnipotenza umana.
Senza questo lavoro di pre-evangelizzazione, mirante alla riacquisizione di un’autocosciente umanizzazione, qualsiasi nostro intervento cadrebbe nel non senso giovanile.
Ecco perché anni di pastorale giovanile e di attenti studi di questa ci hanno fatto maturare l’idea che attualmente nulla varrebbe una catechesi forte che scivolerebbe sull’involucro più esterno dei giovani lasciando cadere il messaggio nel nulla, se prima, attraverso un’accogliente apertura ai loro problemi e con una ferma testimonianza sui valori fondamentali, non si rompesse questa membrana protettiva, per incidere nel loro vissuto reale.
Sulla base della nostra esperienza in altre parole la prima operazione per innestare un’autentica animazione vocazionale sarebbe quella di riportare il giovane, violentato per buona parte della sua giornata da messaggi inautentici e dal “caotico rumore” dei video clip, alla domanda di senso su se stesso attraverso il metodo antropologico perché rimetta al centro della sua attenzione l’uomo e non il possesso come datore di significato.
Per raggiungere questo livello ci siamo accorti che la strada migliore è quella esperienziale, dove il catechista ed il catecumeno non partono da livelli differenziati, ma pariteticamente si confrontano sviluppando personali risposte ad esperienze vissute e testimoniate.
Solo quindi dall’autenticità della vita del catechista, percepita dal ragazzo in cammino, ci può essere la trasmissione di quell’imperativo categorico della conoscenza di se stessi che è pietra miliare per la ricerca della Verità.
Quindi non verità preconfezionate da mettere su un mercato già inflazionato ed aventi una capacità di imporsi molto inferiore ad altre raggiungibili più facilmente e con minor costo, ma atteggiamenti da maturare, in un cammino fatto insieme, come amore fraterno e carità.
Solo nel momento in cui il giovane scopre la sua vocazione a se stesso senza mascheramenti, nella nudità del suo essere, in un silenzio che gli appare intollerabile e possibile far calare una seconda testimonianza e cioè quella della Scrittura e dei testi mistici che diventano autentico incontro con Dio. Se, infatti, è vero che siamo noi i custodi della porta spirituale alla quale Dio bussa, potremo essere in atteggiamento di vigilanza solo prestando la nostra attenzione a Lui che ci permette una “nuova” conoscenza di noi stessi.
Giunti a questo punto il metodo si fa introspettivo ed autoanalitico.
L’irrompere del divino non è più visto come limitativo della sfera della propria possibilità, ma come lo spontaneo allargamento dell’orizzonte umano in un bisogno d’amore sempre più illimitato.
Solo ora, a nostro parere, il giovane è pronto per l’accoglienza delle verità di fede che non richiede più semplicemente per una curiosità intellettuale, ma per farle diventare pietre angolari del proprio progetto di vita che sicuramente si innesterà in quello più grande di Dio reso visibile dalla Sua Chiesa, testimone di carismaticità e di ministerialità.
Una volta che il ragazzo da spettatore passivo si fa attivo membro della comunità, attraverso quei talenti che ha ricevuto, segue certamente quel cammino che Dio nel Suo immenso amore, ha stabilito per lui fin dall’eternità.
A questo punto, qualunque sia la sua vocazione ed il suo ruolo nella chiesa, è già in se stesso lode di Dio e testimone per i fratelli.
Certamente l’esperienza che in queste poche righe abbiamo cercato di descrivere non è, come potrebbe apparire, così semplice perché richiede all’educatore una testimonianza di fede autentica, un reale cogliere nel giovane, comunque egli sia, il Cristo incarnato, un atto di speranza ed una buona capacità d’attesa simile a quella del seminatore e soprattutto una grande umiltà poiché egli stesso non è l’artefice della salvezza, ma solo “un servo inutile”.
D’altra parte perché questa esperienza possa realizzarsi pienamente è necessaria soprattutto una comunità che viva una catechesi permanente ed individualizzata nello stretto rapporto fra presbiteri e laici.
Siamo convinti che solo con i suddetti requisiti sarà possibile concretizzare, tenendo presenti i tempi moderni ed abbandonando vecchi cliché, un’animazione veramente a servizio della vocazione personale ed ecclesiale.