N.02
Marzo/Aprile 1989

L’animatore vocazionale laico: un “ministero di fatto”?

La proposta del riconoscimento a dei laici del “ministero di fatto” dell’animazione di vocazioni di speciale consacrazione giunge in forma esplicita dal Piano Pastorale per le Vocazioni in Italia del 1985[1] almeno per quanto concerne il livello parrocchiale. Essa è comprensibile considerando il felice risveglio nella Chiesa di sensibilità ministeriale dopo il m.p. Ministeria Quaedam di Paolo VI (1972) e, in area italiana, gli interventi pastorali dell’episcopato nazionale, soprattutto Evangelizzazione e Ministeri (1977).

Oggi, però, si ripresenta in un contesto alquanto mutato: da un lato il tema della ministerialità si è incrociato, nel dibattito teologico, con quello della teologia del laicato, proponendosi quasi come il suo superamento, dall’altro è insorto il timore, registrato anche dal recente Sinodo sui laici, che il moltiplicarsi di ministerialità “istituita” collochi in secondo piano molti altri doni e compiti dei laici.

Sono circostanze che non esimono da una riflessione e che, anzi, la rendono più urgente.

 

 

Ministeri laicali: criteri di individuazione

A me pare che i criteri per l’individuazione di un ministero laicale quale impegno stabile e riconosciuto nella comunità cristiana possano di fatto ricondursi a due: il collegamento con la natura stessa della Chiesa e l’utilità per la sua vita nell’attuale momento storico. Un criterio ecclesiologico, dunque, ed un altro pastorale.

In questa prospettiva si considererà l’indole e la natura vocazionale della Chiesa, che porta in sé il mistero di una chiamata rivolta da persone a persone. Si tratta di quel dinamismo vocazionale che trova le sue sorgenti nel mistero trinitario e che il P.P.V., n. 3-4, descrive in termini davvero esaurienti: “Nel suo nome, Ecclesia, è segnato ed espresso il suo volto vocazionale”. Prima d’essere congregata (riunita) essa è Ecclesia convocata; costituita non anzitutto per il fatto che in molti vi convengono, quanto piuttosto per una “con-vocazione” trinitaria.

Appartenendo alla sua natura misterica, la vocazione appartiene anche alla sua missione: la Chiesa è simultaneamente chiamata e chiamante, appunto com’è salvata e sacramento di unità e di salvezza universale, gregge ed ovile, comunità di grazia e società gerarchica. “Costituita nel mondo come comunità di chiamati è, a sua volta, strumento della chiamata di Dio”[2].

Guardando, poi, all’attuale momento storico si vedrà presto “che il persistente stato di crisi delle vocazioni di speciale consacrazione rappresenta uno dei problemi principali dei nostri giorni”; fenomeno certamente negativo appena attenuato da leggeri segni di inversione di tendenza, e che in ultima analisi si configura come “crisi di Chiesa nei suoi aspetti fondamentali: sacramento di Cristo, segno di comunione, popolo missionario”[3].

 

 

Il ministero dell’animatore vocazionale

È in questa situazione, di diritto e di fatto, che assume senso e valore un riconoscimento della ministerialità dell’animatore vocazionale. Da una parte essendo quella vocazionale un’autentica nota della Chiesa, esige figure che la esprimano e la mostrino; d’altro canto la situazione storica lascia emergere l’urgenza di una programmazione pastorale che coinvolga allo scopo il maggior numero di cristiani e valorizzi carismi specifici.

Essa considera anzitutto, per riprender una distinzione che sembra eloquente, la presenza nella comunità cristiana di animatori vocazionali, per così dire, “nativi”, che sono ad esempio i vescovi coi presbiteri ed i genitori; e di animatori vocazionali “nomi-nati”. È su questi ultimi che si vuole portare l’attenzione, nell’intento di abbozzarne la configurazione ecclesiale; soprattutto sui laici, visto che per loro vale la proposta di riconoscimento della ministerialità.

Qualificare vocazionalmente l’indole stessa della Chiesa, significa dire pure che tutto il suo operare deve esserne informato. La pastorale delle vocazioni non può e non deve essere un momento isolato o settoriale della pastorale globale[4]. Ciò comporta che tutte le attività di una comunità cristiana, dagli aspetti più ordinari alle scelte prioritarie dettate dalle varie situazioni, devono avere un’attenzione all’aspetto vocazionale. Esso rientra in quella funzione dell’annuncio, che insieme con le altre santificante e caritativa forma l’ineludibile spazio tridimensionale nel quale è tradizionalmente racchiusa l’intera missione della Chiesa.

Questo primo dato, importantissimo, non elimina ma suppone che in una comunità vi siano figure di cristiani che esibiscano nel proprio specifico impegno ciò che, comune a tutti, nessuno deve dimenticare e ciascuno deve attuare. È vero sempre che la responsabilità di tutti non è e non può essere una responsabilità indistinta.

Si ricorderà in primo luogo che la natura sacramentale della Chiesa suppone essa stessa una “logica simbolica”, dove l’uno singolare è per il tutto e il tutto è per ciascuno; e che l’essere questa Chiesa un “corpo”, quello di Cristo, comporta sempre, oltre al coinvolgimento, la distinzione delle funzioni.

Ed ancora che l’attività pastorale, ogni attività, è cosa troppo seria e grave da essere svolta semplicemente sulla base del volontarismo e non anche di preparazione e competenze adatte e appropriate.

Quelle dei “ministri” animatori vocazionali sono, dunque, anzitutto figure-memoria per gli altri fratelli i quali, a motivo delle molteplici altre urgenze comunitarie che attirano la loro disponibilità caratterizzando il loro servizio ed a ragione dell’umana debolezza, potrebbero soggiacere alla tentazione della chiusura e delle unilateralità. In questo senso, si potrebbe convenire con G. Cardaropoli che scrive: “la qualifica di animatori, data agli operatori della pastorale vocazionale, comporta che il loro compito non è soltanto quello di essere essi stessi agenti diretti della pastorale vocazionale, ma anche di sensibilizzare tutta la comunità e di preparare gli altri operatori pastorali a sentire la responsabilità vocazionale”[5].

Sono, poi, figure-operative, nel senso che privilegiano con stabilità e continuità delle scelte pastorali non per un’appropriazione esclusiva e meno ancora per una delega di tipo liberatorio, ma perché cresca armonicamente in tutte le sue dimensioni il Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Ciò evidentemente suppone la concomitanza di due fattori, senza i quali una siffatta figura ministeriale risulterebbe svuotata di senso e di valore: la presenza per lei stessa di una vocazione dall’Alto, vista come attuazione personale della grazia battesimale la quale si manifesta, non ultimo, in qualità naturali e in attitudini personali che, divenendo competenza mediante la formazione e lo studio, rendono atti ad uno specifico servizio; e l’opzione ecclesiale, che contiene una forma di riconoscimento dei pastori e l’accettazione della comunità.

 

 

L’animatore vocazionale laico

Ma cosa comporta il fatto che sia un laico ad essere pubblicamente investito di responsabilità ministeriale in vista della animazione vocazionale? Egli certamente può esserlo giacché è partecipe, a suo modo, del sacerdozio di Cristo.

Se è vero che tale “partecipazione” non è un concetto quantitativo bensì modale, nel senso che indica come ciascuno, corrisponde alla missione di tutta la Chiesa, allora si dirà che non esistono tanto cose differenti che un laico possa e debba fare rispetto alla animazione vocazionale svolta da un presbitero o da un religioso/a. Esiste invece uno stile diverso, uno stile laicale che deve contrassegnare il suo ministero e che deriva dalla sua condizione di vita nella Chiesa. A me pare che sia ancora attuale L’avvertimento dato ai laici da G. Lazzati, di volere vivere qualsiasi ministerialità in fedeltà al loro essere laici e, come tali, consapevoli di essere, secondo il dettato conciliare, cercatori del Regno trattando le realtà temporali e ordinandole secondo Dio.

Vi sono degli aspetti, nel ministero di animazione che di per sé richiedono l’intervento del presbitero, quali i sacramenti, e soprattutto l’Eucaristia. E ve ne sono altri, come il servizio della direzione spirituale, che non esigono necessariamente un’investitura da parte della Chiesa ma solo la competenza del direttore (con il corteggio della virtù della prudenza e del dono spirituale del consiglio) e la libera scelta del soggetto.

Vi sono, però, dei compiti che interpellano e coinvolgono più direttamente un laico, in quanto fanno riferimento a quella “indole secolare” che è sua propria e peculiare per il fatto di essere implicato nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la sua esistenza è intessuta.

Si pensi al servizio che all’animazione vocazionale giunge da una qualificata competenza nelle scienze umane; a quanto, nel loro ambito, esse contribuiscano a penetrare il mistero dell’uomo per coglierne le leggi dello sviluppo, le motivazioni del comportamento, verificarne la maturità. E pure all’apporto di sostegno e di consiglio a favore della famiglia, particolare luogo di crescita vocazionale; alla qualità del consiglio, della proposta e dell’intervento che giungono da chi dall’interno avverte la complessità di situazioni sociali, culturali ed economiche che rendono difficile in una persona giovane l’accoglienza di una proposta e il proseguimento di un cammino magari generosamente iniziato.

L’elenco è solo esemplificativo. Ma ovviamente suppone la compresenza di figure ministeriali che nell’animazione vocazionale portino la voce di stili differenti e convergenti. Qualità umane e spirituali, capacità di discernimento e solida preparazione culturale specifica, quali si richiedono dai responsabili dell’accompagnamento di un cammino vocazionale sarebbe arduo richiederle tutte presenti ed alla stessa maniera in un unico soggetto. Più giusto supporre una comunità di figure che sinfonicamente attuino nel seno di una comunità la ministerialità della animazione vocazionale.

 

 

Quale riconoscimento?

Con queste premesse l’interrogativo circa la opportunità del riconoscimento della qualità ministeriale all’animatore vocazionale laico esige una risposta articolata.

Non è infatti il modo di riconoscimento che è importante. È secondario, infatti, che sia espresso attraverso un rito liturgico che lo caratterizzi quale “ministero istituito” accanto agli altri due esistenti del lettore e dell’accolito; o in altra forma canonica o, ancora, mediante il tacito ed effettivo consenso dell’autorità ecclesiastica. Ciò che conta non è che il ministero dell’animatore vocazionale sia un “ministero istituito” o un ministero “di fatto”; importa invece che di fatto esso ci sia in una Chiesa.

Che intervenga poi per esso una forma di riconoscimento, comunque sia attuata, è importante non già ai fini del servizio effettivo ma come affermazione che l’animazione vocazionale è assunta dalla comunità nel proprio progetto pastorale con la voce di chi in essa esercita il servizio della autorità. Per il soggetto, poi, il momento del riconoscimento della sua ministerialità si configura non come l’inizio di un servizio ma come la celebrazione ecclesiale del suo carisma; per tutti, infine, un modo per mostrare che nella vita della Chiesa ciascuno svolge un ruolo prezioso, in forza della iniziazione cristiana e dei doni dello Spirito.

 

 

 

 

 

Note

[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, n. 37.

[2] Ivi, n. 1.

[3] Ivi, nn. 9 e 12.

[4] Ivi, n. 26.

[5] G. CARDAROPOLI, Vocazione e pastorale vocazionale, Roma 1983, p. 121.