N.03
Maggio/Giugno 1989

La maturazione vocazionale

Riflettendo sulle ‘storie di vita e di vocazione’, con le quali per motivo di ministero mi sono incrociato in questi anni, vado sempre più confermandomi sulla ‘misteriosità’, ovvero sulla profondità di ciascuna, sulla loro peculiarità e irripetibilità.

La vita e la vocazione di una persona, viste da vicino e quasi per fotogrammi al rallentatore, risultano alla fin fine come un itinerario originalissimo e armonico.

Le fasi evolutive che scandiscono la vita – contrassegnate dai noti termini di fanciullezza, preadolescenza e adolescenza… – servono ordinariamente ad inquadrare le strutture e la dinamica fisica e psichica di una persona.

Tali aspetti sono da tener presenti nella storia e maturazione vocazionale. È tuttavia necessario, senza ovviamente prescindere da tali fattori evolutivi, allargare l’orizzonte per cogliere il ventaglio dei ‘fattori dinamici’ che dialogano quasi naturalmente nella maturazione vocazionale di un soggetto.

Mi chiedo quindi, aprendo questo numero di Vocazioni: quali sono i ‘fattori dinamici’ compresenti nella maturazione vocazionale e che devono essere tenuti sott’occhio, contemporaneamente seppur in diverso grado dall’educatore, nella fase evolutiva dalla fanciullezza alla preadolescenza e adolescenza?

Mi sembra che sono soprattutto questi ‘fattori’ – il ‘maestro interiore’, le ‘attitudini’, la ‘comunità’ – che naturalmente convergono o devono convergere nella maturazione vocazionale, fermo restando la corrispondenza personale al lavoro formativo.

 

 

 

1. Il ‘Maestro interiore’

È il grande tema vocazionale dello ‘Spirito Santo educatore’.

Non è tuttavia la valenza vocazionale dell’azione dello Spirito che mi interessa qui sottolineare. Tutti siamo infatti consapevoli e concordi sull’universalità dell’azione dello Spirito Santo: “non c’è cuore umano, non c’è ambiente o realtà in cui lo Spirito di vita e di conversione, donato da Gesù dall’alto della croce, non sia all’opera. Prima ancora che arrivi la nostra parola o il nostro esempio, lo Spirito è già là”[1].

Quello che mi preme sottolineare, nell’individuare i fattori dinamici compresenti nella maturazione vocazionale nella fase evolutiva di un giovane, è la consapevolezza per gli educatori alla fede di avere nel Maestro interiore un alleato unico nell’azione educativa e che in definitiva il nostro servizio è anzitutto quello di “aiutare gli altri a percepire la voce di questo Spirito, fargli spazio nel cuore degli uomini, accompagnare la sua azione”[2].

Si tratta allora per noi educatori alla fede e alla vocazione – prima di aiutare gli altri a fare spazio all’azione dello Spirito – di essere sensibili a ciò che compie nel nostro cuore ed a lasciarsi condurre da Lui. Non bastano infatti solo le doti naturali per essere un educatore cristiano: la completezza e l’efficacia della proposta educativo-vocazionale – se non vogliamo correre il rischio che l’iniziativa della chiamata sia opera di uomini, ma autenticamente di Dio – reclama nell’educatore alla fede l’auto discernimento permanente dell’azione dello Spirito anzitutto sulla propria vita.

Considerato inoltre che lo Spirito è colui che ha ispirato la ‘Scrittura’, un’educazione all’ascolto del Maestro interiore passa per l’esercizio della meditazione orante sulla Parola di Dio. “Per questo le scuole della Parola sono un aiuto pratico agli educatori, e fanno da modello e da riferimento per un’azione educativa autentica… Il silenzio, le giornate di ritiro e gli esercizi spirituali in cui si impara ad ascoltare il Maestro interiore, sono momenti di grande importanza, anzi di pratica necessità per chiunque compie un cammino educativo”[3].

 

 

 

2. Le ‘attitudini’

Nel cammino di maturazione vocazionale le cosiddette ‘attitudini’ finiscono per essere al centro del servizio di discernimento. Le attitudini sono tuttavia sempre frutto di un serio cammino spirituale: all’inizio del cammino le attitudini possono essere semplicemente e ordinariamente delle ‘capacità germinali’, che si possono cogliere anche con il solo buon senso.

Mi preme inoltre sottolineare che le ‘attitudini vocazionali’ – pur elencabili in astratto in riferimento alla base fisica, mentale, affettiva, spirituale, ecclesiale – diventano vere solo in riferimento alla storia e condizione personale di un soggetto.

Le ‘attitudini’ sono quindi, ancora una volta, la storia irripetibile e misteriosa di un chiamato.

È opportuno tuttavia decifrare e discernere questa ‘storia vocazionale’.

Mi ha fatto sempre un po’ pensare al riguardo il quadro generale in cui si collocano le attitudini vocazionali: un cammino spirituale, ho già sopra accennato, teso ad acquisire uno ‘stato generale di salute buono’.

Ed ecco le attitudini essenziali, che soprattutto nella fase evolutiva di una persona, devono essere coltivate in vista di uno ‘stato generale di salute buono’.

A livello fisico, psicologico, intellettuale: la capacità di stabilire veri rapporti interpersonali, uno spirito di ricerca e creatività. A livello teologale: la fede, la speranza, la carità. A livello morale: le virtù fondamentali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), la fedeltà alla quotidianità, la castità. A livello apostolico: l’amore ai poveri, a tutti senza eccezione, l’umiltà di chi sa di essere mandato a portare un messaggio che non è suo.

Coltivare tali ‘attitudini’ potenziali in ciascuna persona e soprattutto nella fase evolutiva, significa di fatto responsabilizzare la persona aprendo e indicando concreti orizzonti di ricerca e di speranza: di fatto l’inserimento nella vita della comunità ecclesiale, negli itinerari di fede concreti, nei ‘circuiti di vita’ della comunità cristiana.

 

 

3. La ‘comunità’

Ovvero la mediazione della comunità cristiana, nelle sue diverse articolazioni – famiglia, parrocchia, scuola… – e nei vari ‘itinerari di fede’ presenti in essa.

Mi soffermo qui sugli ‘itinerari di fede’.

Più volte mi è capitato di riproporre questa indicazione magistrale del Piano Pastorale per le Vocazioni: “Fare proposte vocazionali ai giovani di oggi significa indicare un ‘cammino spirituale’,- ovvero un cammino di fede in chiave vocazionale”[4]. L’esperienza pastorale tra le nuove generazioni mi conferma sempre più nella bontà di tale indicazione pedagogico-pastorale.

È ormai ampiamente sperimentato nella comunità cristiana il ‘cammino di fede’ in chiave vocazionale, così riproposto dal S. Padre alle giovani generazioni nel messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni di quest’anno:

– Itinerario della Parola pregata: “Apritevi alla preghiera e alla Parola che nutre le fede”.

– Itinerario sacramentale: “Imparate a realizzare una sintesi costruttiva fra fede e vita”.

– Itinerario di servizio: “Addestratevi all’esercizio della carità; collaborate alle iniziative di servizio, specie in favore degli ultimi’.

– Itinerario di testimonianza: “Siate testimoni di Cristo di fronte ai vostri coetanei”.

Pur essendo tutti consapevoli che la completezza di un cammino di fede deve contemperare tutti questi aspetti di vita e sincronizzarli nella crescita di una persona, non mi sembra scontato tra gli educatori alla fede che, come Dio non educa a ‘casaccio’, così un cammino di fede per sua natura deve necessariamente essere mirato vocazionalmente. Sarei per dire, che il ‘fine ultimo’ dell’educazione e specificamente dell’educazione alla fede non può non essere mirato, nel quadro dell’accompagnamento alla ‘maturità’ del singolo nella comunità cristiana, a condurre verso la ‘verità della propria vocazione’: “la forza dell’azione educativa e del personale cammino verso la maturità è proporzionata all’attenzione con cui assimiliamo e ci lasciamo illuminare nel profondo dal disegno di Dio sull’uomo”[5].

Se meta o ‘fine globale’ del cammino educativo è quello della maturazione e discernimento vocazionale – sempre con una particolare attenzione al segmento di età a cui il cammino è proposto (fanciullezza, preadolescenza-adolescenza, giovinezza) – ritengo molto utile tenere presenti quelli che sono chiamate le ‘mete’ o ‘fini settoriali’, che compendiano i diversi scopi che si intendono perseguire in determinati momenti dell’iter educativo.

Nella fase evolutiva della maturazione vocazionale che stiamo considerando mi sembrano importanti le seguenti mete o ‘fini settoriali’: l’educazione alla ‘gratuità’, all’‘amore’, all’‘impegno’.

 

– Educare alla gratuità

Ovvero educare al ‘farsi prossimo’, alla sensibilità ai bisogni degli altri nella quotidianità e nella reale situazione in cui un giovane vive.

La fanciullezza e l’adolescenza – età in cui il ragazzo cerca di definirsi ed in cui deve apprendere ad ‘uscire dalla propria terra’ – “suggeriscono appunto esercizi di prossimità che facciano ‘uscire dalla propria terra’ mediante visite ad alcuni luoghi della marginalità del primo tipo: ospedali, case albergo, case di riposo, strutture protette, comunità alloggio, centri di riabilitazione, comunità di accoglienza, ecc.”[6].

La giovinezza – età e tempo dell’educazione a scelte di responsabilità ed in cui il giovane deve imparare a ‘tornare alla propria terra’ – “sembra richiedere, appunto, esercizi di prossimità che invitino a ‘tornare alla propria terra/territorio’ costruendo relazioni/gruppi/interventi di partecipazione dentro le povertà dei propri ambienti. Si suggeriscono pertanto varie forme di assistenza domiciliare nell’ambito della parrocchia o del decanato a persone sole, a famiglie con problemi”[7].

 

– Educare all’amore

Ovvero l’educare alla castità per educare all’amore. E ciò come componente essenziale di quel dinamismo interiore che permette alla persona di realizzare la sua vocazione fondamentale: essere per gli altri.

“Il tema della castità giovanile può essere letto secondo tre prospettive:

1. il dono di sé e la rinuncia allo spirito di possesso; 

2. la disponibilità alla voce di Dio;

3. la vigilanza e l’attesa del Signore che viene”[8].

Senza entrare in merito ai vari passaggi della formazione alla castità, come virtù del discepolo di Cristo, resta fermo per l’educatore come il lavoro educativo di un adolescente-giovane alla castità non va mai scisso dalla prospettiva più ampia che è l’adesione al disegno di Dio. Nel contesto del mondo adolescenziale-giovanile che fa oggi registrare una nuova attenzione al valore della castità, l’urgenza di metterlo a fuoco in un itinerario educativo vocazionale è condizione essenziale per imparare a rapportarsi agli altri e con se stessi, come ci insegna ed è vissuto il Signore.

 

– Educare alla responsabilità personale

Ovvero alla coerenza personale, alla continuità dell’impegno. Non sono i soli ‘gesti eccezionali’ che definiscono una struttura di personalità salda: i ‘gesti quotidiani’ ovvero la fedeltà nella ferialità sono soprattutto vincenti ai fini pedagogici di una maturazione umana e spirituale che resista all’usura del tempo ed ai suoi imprevisti.

Non basta solo – per educare alla responsabilità personale – la condivisione seppur impegnata di un ‘itinerario comunitario’: troppe volte l’itinerario comunitario, al di là delle migliori intenzioni dell’educatore, può nascondere il rischio totalizzante del ‘branco’.

Occorrono attenzioni specifiche alla persona e soprattutto la verifica della ‘progressione personale’ negli impegni quotidiani individuali e comunitari. Per un ragazzo e un adolescente resta sempre fermo il confronto con gli impegni di studio, di disponibilità in famiglia, di sincerità e gratuità nei rapporti amicali, di fedeltà al cammino del gruppo, ecc. senza mai perdere di vista la fedeltà personale alla Parola di Dio che illumina il cammino e le scelte quotidiane, perdona, invita a conversione.

“Nella faticosa salita verso la montagna, che è spesso usata come simbolo dell’itinerario cristiano, occorre tener conto esplicitamente delle difficoltà. Esse sono anzitutto la paura di ciò che ci attende, da cui deriva la voglia di evadere, il chiudere gli occhi per non vedere l’esigenza di camminare oltre, il sedersi. All’estremo opposto stanno l’ingordigia, l’impazienza, la fretta… L’impazienza nega l’esperienza che ci dice che abbiamo bisogno di tempi lunghi per arrivare là dove vorremmo”[9]

Credo che quanto detto siano delle semplici attenzioni pedagogiche, già note all’educatore, ma continuamente da tener presenti perché la convergenza dei tre fattori dinamici – il ‘maestro interiore, lo sviluppo delle ‘attitudini’ e la ‘mediazione della comunità’ – divenga sempre più decisiva per la maturazione vocazionale di un fanciullo, preadolescente e adolescente.

 

 

 

 

 

Note

[1] C.M. MARTINI, Dio educa il suo popolo, Centro Ambrosiano di documentazione e studi religiosi, Milano 1988, p. 51.

[2] Ivi p. 51.

[3] Ivi p. 52.

[4] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, Piano Pastorale per le vocazioni, n. 47. 

[5] C.M. MARTINI, ivi p. 41.

[6] C.M. MARTINI, Itinerari educativi, Centro Ambrosiano di documentazione e studi religiosi, Milano 1988 p. 93.

[7] Ivi p. 93

[8Ivi p. 98.

[9] Ivi p. 161.