N.03
Maggio/Giugno 1989

La Parrocchia educa i preadolescenti a valori vocazionali

I preadolescenti alla “moviola”.

Prima di ogni altra considerazione, conviene porsi in ascolto dell’“arcipelago” del vissuto dei preadolescenti, così come emerge dall’ultima autorevole indagine su questa fascia di età del nostro Paese. Ci riferiamo alla ricerca complessa, raccolta in AA.VV. L’età negata (LDC Torino, 1986), un testo di studio sistematico circa la situazione dei ragazzi, che impone di ripensare molti luoghi comuni circa questa categoria. Ecco alcuni dati significativi, in ordine al discorso vocazionale.

 

 

 

Modelli e valori

Alla domanda: “A chi vorresti assomigliare?”, il 43,1% dei preadolescenti maschi risponde indicando un personaggio dello sport, mentre il 12,9% delle ragazze preferisce i personaggi dello spettacolo. In corrispondenza con il crescere dell’età, il preadolescente abbandona i modelli identificatori “esteriori” in cui si proietta, per rientrare in se stesso. A 14 anni, il 28,8% dei preadolescenti afferma di voler assomigliare a se stesso.

In tutta la fase preadolescenziale, i soggetti conferiscono importanza assoluta ai genitori. La significatività delle altre figure di adulti educatori è estremamente ridotta. Antepongono il sacerdote al genitore solo il 2.9% dei soggetti, il catechista l’1,8%, l’insegnante di religione l’1,4%, l’animatore del gruppo lo 0,8%. E col crescere dell’età, decresce rapidamente l’importanza loro attribuita, in concomitanza con quella dei genitori. Il preadolescente non sceglie l’insegnante tra i suoi ideali di vita (solo l’1,4% i maschi e il 3% le femmine), indicando con ciò che la scuola non è orientativa per i modelli.

Il 56% dei preadolescenti trascorre davanti al televisore due o più ore al giorno: la valutazione dei programmi televisivi con i genitori decresce con il progredire della maturazione dei figli. Solo l’8,7% dei preadolescenti ritiene che la televisione influisca negativamente su di loro, mentre il 24,4% è convinto di non riceverne alcun danno.

Circa i valori (cioè “le cose che contano di più nella vita”), come dimensione importante dell’io ideale e del progetto di sé, il preadolescente polarizza il suo interesse prioritariamente attorno a: salute (66,8%), fede in Dio (44%), volersi bene (32,7%) più accentuato nelle femmine che nei maschi), avere una bella famiglia (25,6%), l’educazione ricevuta (20,2%), il lavoro (19,3%), l’onestà (18,8%) e l’aiuto agli altri (15,8%). Con l’età, si accentuano i valori legati alla soggettività e all’autoaffermazione. Il passaggio da interessi infantili a interessi più personali avviene tra i 12 e i 13 anni, periodo considerato come “spartiacque” rispetto al dinamismo di scoperta e alle modalità di rapporto interpersonale.

Aumentando l’età, si nota una caduta del valore religioso, sia preso a sé stante che entro un quadro di valori più ampio. Ad es., dal “vado a Messa perché è mio dovere” (43,3% fino a 12 anni), si passa al “vado a Messa perché è importante per me” (29,4% a 13-14 anni). Al termine della preadolescenza, già 6 soggetti su 10 presentano un quadro di valori in cui quello religioso è assente. La religiosità, crescendo il ragazzo, investe scarsamente la sua progettualità, gli offre scarsi appigli per una definizione futura di sé in termini esplicitamente credenti.

 

 

 

Dall’“oggi” al “domani”

Le grandi aspirazioni cui il preadolescente sente di tendere sono: essere intelligente (41,1%), socievole (35,8%), generoso (31,3%), sincero (33,9%), buono (29,9%). Per il loro futuro, i preadolescenti vorrebbero: essere onesti e responsabili (67,5%), formarsi una bella famiglia (45,5%), avere un lavoro sicuro (29,1%), essere veri cristiani (29%). Nei maschi predominano le aspirazioni legate al prestigio sociale ed economico, mentre le femmine accentuano le aspirazioni altruistiche, quali l’“essere buoni con tutti” e “aiutare gli altri, i bisognosi”. Notevole è il decrescere dei desideri religiosi (38% a 10-11 anni e 22,1% a 14-15 anni). Aumenta invece con l’età (20% a 10-11 anni e 29% a 14-15 anni) il desiderio di avventura, presente soprattutto nelle ragazze (28,6% per le ragazze e 22,2% per i maschi).

Circa le modalità di preparazione dell’avvenire, la maggioranza dei preadolescenti si concentra su di una progettualità immediata, concreta e a breve scadenza, quale è quella dell’impegno scolastico che totalizza il presente (terminare la scuola 62,8% e impegno nello studio 37,3%). Verso il futuro, il preadolescente ha un atteggiamento utilitaristico, legato al presente: forse, non si può ancora parlare di un “progetto di sé” consapevole, né di auto-progettazione riflessa, ma di una progettualità in dimensione operativo – pratica. Per il preadolescente è dominante il “quotidiano”, con tutto l’intrecciarsi di esigenze, bisogni, ricerca di gratificazioni che lo rendono prevalentemente attaccato all’“oggi”. Col crescere dell’età però, aumenta nel preadolescente il desiderio di “informarsi” e di “chiedere consiglio” sulle possibilità professionali (a 10-11 anni è il 30,3% e a 14 anni è il 61 %).

 

 

 

Preadolescente: un “pianeta” particolare

La preadolescenza è l’età compresa tra i 10 e i 14 anni: viene considerata talora un’appendice della fanciullezza e talora l’inizio dell’adolescenza.

Il preadolescente è ancora molto legato al proprio ambiente, ha un’autonomia assai limitata perché non rifiuta l’interferenza dell’adulto nella propria vita, anche se vive qualche momento di contestazione. L’equilibrio è assai importante in questo ambito. Ad esempio il preadolescente avverte negativamente l’iperprotezionismo dei genitori oppure l’eccessiva presenza della madre e l’assenza del padre.

In terza media, il preadolescente avvia un cammino verso l’autonomia: inizia a captare nuove prospettive. Egli porta in sé il desiderio della socialità e lo esprime ad esempio attraverso il potenziamento delle relazioni per rapporto affettivo con i coetanei. Questa è l’età che privilegia la socializzazione, cioè l’attenzione e la valorizzazione degli altri. Soprattutto oggi, è inevitabile che i figli unici debbano uscire di casa per trovare gli altri, non avendo fratelli nella propria famiglia. Diventa essenziale l’amicizia con elementi dello stesso sesso.

Attorno ai 10-11 anni, il preadolescente comincia ad avvertire l’attenzione all’altro sesso, sebbene non ricerchi una sessualità genitale ma affettiva. Il confronto con l’altro sesso lo aiuta a prendere coscienza della propria diversità. La co-educazione acquista gradualmente importanza, soprattutto in seconda media.

Il preadolescente inoltre sente il bisogno di “allargare la sua tenda”, con la conquista di nuovi spazi: di qui, il mito della bicicletta e poi del motorino, delle uscite e delle avventure, del gioco e dello sport.

Il preadolescente ha uno scarso senso critico, vive come una “spugna”, è facilmente permeabile; la sua immaturità cognitiva lo rende assai dipendente dai mass-media. Il peso esercitato dai modelli è notevole sui ragazzi. Questi, si identificano con i modelli, autentici o meno che siano, perché questi costituiscono l’elemento portante del concetto di sé.

In questa età, soprattutto in prima media, il preadolescente vive intensamente e con un po’ di inquietudine l’inizio della crescita puberale. È la scoperta del proprio corpo, che porta a curarne maggiormente l’espressività e ad evidenziare il gusto di protagonismo. Lo sviluppo psico-sessuale è anticipato rispetto ad un decennio fa, soprattutto per le ragazze. Per favorire la propria identità, il preadolescente sente l’esigenza di avere attorno a sé un clima di stima e di serenità.

Il suo pensiero è ancora logico-concreto, cioè ha un’intelligenza analogica-intuitiva e induttiva.

Il preadolescente non ha ancora un progetto di vita esplicito e razionalizzato, perché egli ha bisogno di vivere più che di verbalizzare, di provare più che di giustificare, di entusiasmarsi più che di elaborare un piano organico di vita.

 

 

 

Una prospettiva nuova?

Fino al Vaticano II, l’età vocazionalmente privilegiata o unica era quella della preadolescenza e dell’adolescenza, nella convinzione che la vita di speciale consacrazione passasse necessariamente attraverso il seminario minore (o scuola apostolica). Poi, di fronte all’esaurirsi graduale del flusso verso il seminario minore, l’attenzione si è spostata sempre più verso i giovani e i giovani/adulti, nella persuasione che fosse ormai questa la riserva delle vocazioni. In questa ipotesi di lavoro, si è inteso raccogliere i frutti di una seminagione vocazionale fatta altrove e da altri, anche se non meglio identificati.

Oggi, si prende coscienza che Dio chiama ad ogni età e che il germe della vocazione abbisogna di essere coltivato per giungere a maturazione. Il primo e vero problema non è quindi “seminario minore sì, seminario minore no”, quanto piuttosto l’interrogarsi sul “come” accompagnare la maturazione dei germi vocazionali di tutti i ragazzi e ragazze che ne hanno avuto il dono. Sarebbe pastoralmente sbagliato ritenere che non abbia più rilievo la cura vocazionale delle fasce inferiori di età, quale ad es. quella della preadolescenza e dell’adolescenza, o scaricare solo sui responsabili del seminario ogni impegno di animazione vocazionale.

L’odierna complessità della vita si manifesta anche in un ritardo di decisione vocazionale (ormai, non prima dei 18/20 anni e a volte oltre i 25). Si allunga pertanto l’adolescenza e la giovinezza non ha confini precisi. Ma l’intuizione della vocazione sembra avvenire nella preadolescenza, nell’adolescenza o nella prima giovinezza. La conferma viene dalle vocazioni adulte, che costituiscono spesso la ripresa e la realizzazione di un’intuizione precedente. Il rischio di privilegiare l’attenzione vocazionale ai giovani e ai giovani-adulti consiste nel lasciare in ombra tutti coloro che già prima hanno germi vocazionali, appunto i preadolescenti. Questi formano un pianeta composito, che non può essere rappresentato con un’immagine univoca. Tra i ragazzi infatti, c’è chi si impegna, chi ha alle spalle una famiglia credente, chi viene abitualmente all’oratorio solo per giocare, chi vive con gioia il gruppo, chi viene spinto in parrocchia per fare la Cresima ecc. Ebbene, si tratta di aiutare i ragazzi a vivere il quotidiano con senso religioso. La spiritualità cristiana, e quindi anche la vocazione, non è un piano costruito al di sopra e al di fuori della vita abituale, della ricerca della propria identità: essa costituisce invece il quadro portante di tutta l’esistenza. La storia del preadolescente è come una donna incinta: è sformata, non attraente. Ma dentro vive e cresce il Cristo, l’uomo nuovo che fa nuova ogni cosa. Ecco perché è una vicenda splendida, da non trascurare.

 

 

 

Vocazione: non dall’esterno

Per il preadolescente, la “vocazione” è un’intuizione soprattutto affettiva, non intellettiva. Per lui, rimane sterile un discorso verbale sui valori, compresi quelli vocazionali, mentre gli è possibile cogliere i valori dentro ad esperienze concrete, a testimonianze reali e a fatti precisi. Nel ragazzo predomina “il fare” e quindi la concretezza, l’immediatezza e la spontaneità vincono sulla logica razionale. Non conta tanto parlare della vocazione in astratto, quando presentare alcuni esempi di vocazione, a partire dalla Scrittura, dalla storia della Chiesa e dalla vita odierna. Anche in prospettiva vocazionale, si tratta di offrire valori dentro modelli accessibili che il preadolescente può recepire, apprezzare e conservare nel cuore.

Più che un discorso vocazionale esplicito e a sé stante, prima dei 14 anni è utile un approccio vocazionale a tutta l’età del preadolescente. Si tratta di far sprigionare da ogni sua attività (ludica, catechetica, culturale, sportiva, familiare ecc.) quel tanto di “salvezza” che il Signore vi ha inscritto. Questo permette di favorire lo sviluppo dei prerequisiti vocazionali, perché diventino capacità operative di risposta, nell’adesione sempre più libera e convinta. Dal cantiere sempre attivo della preadolescenza, emerge una gamma di virtù che fanno da fondamento ad ogni ulteriore costruzione della personalità umana e cristiana. Ad es.: la bontà, la disponibilità, l’apertura, la prudenza, la fortezza, la giustizia, la temperanza, l’ubbidienza, la laboriosità, la semplicità, la fedeltà ecc.

L’immaturità presente nei ragazzi non è automaticamente sintomo di non-vocazione: essa è propria dell’età e viene progressivamente superata lungo il cammino di crescita. È stato scritto che per il preadolescente l’ordine è un moderato disordine: anche il Signore lo sa. E noi adulti, catechisti, sacerdoti, genitori? La funzione dell’accompagnamento vocazionale è proprio questa: coltivare le “ipotesi vocazionali” del preadolescente, proprio perché al di sotto dei 14 anni il discorso vocazionale va fatto in termini impliciti, sulla base di un quadro di valori oggettivamente portanti.

A questa età, anche la direzione spirituale ha una connotazione notevolmente affettiva: il sacerdote è anzitutto un amico che aiuta a gestire bene i comportamenti. Il preadolescente non ricerca primariamente il maestro, il perfetto, il colto: cerca anzitutto uno da cui si senta accolto e amato, compreso e ascoltato. Ecco perché il sacerdote ed il catechista devono cogliere le occasioni più adatte per cercare, incoraggiare, richiamare il preadolescente, al di là dei momenti formali (catechismo, confessione ecc).

 

 

 

Qualche suggerimento

1. Partire dal dato: nell’orientamento vocazionale, è importante valorizzare il tessuto umano della preadolescenza. Un principio fondamentale della pedagogia adeguata a questa età è: amare ciò che il ragazzo ama per portarlo ad amare ciò che Gesù ama. Se il ragazzo e la ragazza si sentono “snobbati” nei loro interessi, cesseranno di confidarsi e di dialogare col mondo adulto. Molti casi di disagio negli anni seguenti nascono proprio da un contesto di svalutazione del soggetto a questa età. Occorre invece partire dai bisogni profondi del preadolescente, che si esprimono in interessi, per arrivare ai valori, i quali ispirano le motivazioni che sostengono i comportamenti. La voglia di fare, la vita di gruppo, le amicizie, le propensioni, le cose che attraggono, le delusioni, la scoperta di sé e degli altri ecc. non sono elementi spuri, da lasciare in disparte, ma fattori da valorizzare opportunamente.

I preadolescenti sono spesso formalizzati su contenuti esplicitamente religiosi, ricevuti nella preparazione alla Cresima. Più difficile risulta per i catechisti riscrivere nell’esperienza quotidiana in termini vivi, il messaggio della fede. Puntare soprattutto sulla catechesi come comunicazione di un insegnamento, significa spesso procedere sulla via dell’insignificanza e dell’inefficacia. A livello contenutistico, è importante aiutare i preadolescenti a prendere coscienza della vita come vocazione, cioè ad amare la vita con i suoi valori, impegnando realmente le proprie risorse. La vita comunitaria stimola a superare ciò che chiude, irrigidisce, crea sospetto, rende litigiosi; educa a trascendere la pigrizia, il timore, la facile rinuncia. A tutti va proposto il massimo, anche se non tutti vi arrivano allo stesso modo e nello stesso tempo. Di qui, l’esigenza di stabilire proposte articolate, cammini differenziati, vari modi di aggregazione per risvegliare l’umanità del ragazzo e disporla alla fede.

 

2. Andare oltre: l’umanità del ragazzo è una pista di lancio, non è la meta. Si tratta infatti di mediare l’incontro con Cristo e l’apertura a Dio percepito come amico. Il primo approccio a Gesù ha spesso il carattere di tentativo e di ricerca, di curiosità e di prova. In parrocchia e nei movimenti cristiani, il preadolescente è guidato a passare da una religiosità infantile ad un’adesione più matura, dalla pratica abituale alla scelta più motivata; dalla fruizione di prestazioni all’approfondimento del loro significato esistenziale. In genere, i preadolescenti escono di chiesa “in punta di piedi”, col certificato della Cresima in mano, ma con nel cuore la percezione che la religione sta loro stretta, perché percepita come un ostacolo alla loro carica di vita. Pur nella propria fragilità, il preadolescente va accompagnato con segni concreti ad acquisire la certezza intima che il Signore lo ama e gli si manifesterà. Una grande importanza riveste la catechesi, la quale però non deve limitarsi semplicemente al primo annuncio, ma deve perseguire un’ educazione globale, capace di interagire con la cultura. Per un preadolescente, figlio dei massmedia, il contenuto dottrinale è necessario, ma va messo in relazione con i messaggi informativi che egli riceve da tante agenzie educative, altrimenti non lascia traccia. Se non sono adeguatamente sostenuti, l’aspetto religioso ed i germi vocazionali rischiano di lasciarsi sopraffare dal condizionamento culturale negativo. La “professione di fede”, al termine della terza media, può risultare un’occasione propizia per scavare nella ricchezza del proprio “Credo” come stile di vita, all’interno del quale va fatta la proposta esplicita della vocazione come un’ipotesi interessante.

 

3. Aprire gli occhi: di fronte allo stupore dei mass-media, il preadolescente si trova impotente: la sua personalità ne resta profondamente segnata, senza potersene difendere. I ragazzi di oggi faticano assai più di quelli di ieri a pensare, a diventare critici, a vivere in modo più semplice ed autonomo. E unanimemente riconosciuto che i preadolescenti odierni sono malati di “indecisione cronica”, risultano fragili e sprovveduti di fronte alle immancabili difficoltà della vita. Sono sì più ricchi di impressioni, di informazioni e di stimoli, ma più poveri di verità, di libertà e di fantasia. Uno dei fondamentali prerequisiti vocazionali consiste nella capacità di prendere piccole decisioni, concrete e quotidiane; nel dire la propria opinione dopo aver riflettuto; nel compiere qualche gesto “controcorrente”; nel far credito all’amore; nell’evitare di affrontare le avversità in modo offensivo, violento, polemico; nel non fermarsi facilmente per tornare indietro. A questi valori occorre educare realmente i preadolescenti. Non si impara a scoprire il proprio posto nella Chiesa e nella società, se non si è disposti a compromettersi nelle piccole cose di ogni giorno. Non è possibile una donazione definitiva e totale in futuro, se oggi non si dà credito alla gratuità e alla generosità. Questo vale anche per la serenità con cui guardare al proprio corpo, come dono e linguaggio, contro la banalizzazione corrente della sessualità. Altrettanto dicasi per il modo di parlare, che oggi pare non essere alla moda se non è volgare. È pure efficace individuare con i ragazzi le delusioni e i germi di morte che portano con sé gli idoli del mondo: potere, ricchezza, piacere, culto dell’apparenza ecc. Occorre offrire ai preadolescenti, spesso a metà strada tra l’indifferenza e l’accettazione pacifica delle proposte del mondo adulto, occasioni forti di criticità e di fede per resistere alle tentazioni di acquiescenza.

 

4. Grandi ideali e modelli credibili: il preadolescente è portato ad identificarsi in qualche modello. È quindi importante proporgli modelli positivi da imitare, adeguati alla sua età. Attraverso testimoni ed esempi reali, nel preadolescente può svilupparsi una vera e propria passione per l’ideale della vita come dono di sé agli altri, servizio, conseguimento della felicità. L’amore deve apparire l’elemento dinamico di tutta l’esistenza, capace di darle senso e tale da trasformarsi in “chiamata”. La parrocchia educa il preadolescente a liberarsi gradualmente dalle inibizioni, per vivere con scioltezza interiore, senza raggomitolarsi su di sé. Anche l’ideale della vita sacerdotale e religiosa attrae il preadolescente, se riesce a trasmettergli un sapore di gioia, una cordialità di donazione, una prospettiva di realizzazione di sé. La preadolescenza non è l’età in cui bisogna problematicizzare tutto: è piuttosto la fase della vita in cui si agisce per ciò che appassiona. La preadolescenza è stagione di fiori per molti frutti. L’educatore dei ragazzi coltiva il grano che cresce, non deve tenere i legumi “sott’olio”. Anche l’ideale della vocazione di speciale consacrazione deve potersi concretizzare in micro-realizzazioni di servizio operativo; ad es.: qualche iniziativa per i missionari, per il seminario, per monasteri di clausura, per centri di accoglienza e di recupero animati da consacrati ecc. Nella luce di autentici testimoni di Cristo nella vita consacrata, i preadolescenti apprendono più facilmente a non andare alla ricerca dello stupire ad ogni costo, del creare notizia attorno a sé, del seguire la legge del marketing (dove si è ripagati per quello che si dà). Essi apprendono invece l’amore disinteressato, che realizza il progetto anche se non sempre comporta una soddisfazione o gratificazione personale. Va pure coltivata la preghiera, in cui il ragazzo e la ragazza sono disponibili, se guidata con metodologie adeguate.

 

 

 

Sull’esempio di Gesù

Famiglia, parrocchia, oratorio, scuola cattolica, associazioni cristiane sono chiamati oggi a collaborare per porsi al fianco dei preadolescenti nel loro itinerario di crescita umana e cristiana, che comporta anche la ricerca vocazionale. La “vocazione” non è solo uno dei tanti temi da affrontare negli incontri di catechesi con i preadolescenti, ma è forse una chiave con cui aprire il tesoro insito nel cuore di ogni ragazzo e ragazza, benché essi stessi spesso ne siano ignari. E certo utile conoscere bene l’unità sesta del Catechismo “Sarete miei testimoni” e l’unità quarta del “Catechismo dei ragazzi” volume primo. Ma il metodo educativo dell’ “animazione” sembra offrire ulteriori possibilità per dare credito e fiducia alla vita, radice di ogni approccio vocazionale. In molteplici modi, dunque, occorre riproporre ai preadolescenti la domanda vocazionale: “Che cosa vuoi da me, Signore? Cosa posso fare io?”. Tutto questo, però, a partire dalla vita. Lo stesso Gesù, quando nel Vangelo incontra i preadolescenti, si manifesta sempre come Colui che “chiama alla vita”. L’episodio di Mc 5.21-43 è emblematico. Gesù risveglia tutte le energie assopite nella figlia di Giairo, di 12 anni: la fa alzare e camminare, comanda che le diano da mangiare, perché il suo itinerario di maturazione è ancora lungo. Sono presenti soltanto i genitori ed alcuni apostoli, a simboleggiare la stretta collaborazione tra famiglia e comunità cristiana nella ricerca del bene del preadolescente. Questa è forse la strada da battere anche oggi, nell’animazione vocazionale.