Per un’educazione degli adolescenti ad un progetto di vita
Dato il contesto e le difficoltà nell’educare gli adolescenti ad una vera capacità di scelta e di durata, su che cosa insistere in vista di una capacità di progetto di vita? Quali sono i presupposti da garantire da cui partire per un’autentica maturazione vocazionale? Ci sono alcune istanze pedagogiche emergenti.
Una concezione personalizzata della vocazione
Ci sono varie concezioni della vocazione, non tutte adeguate per una maturazione vocazionale. C’è una concezione fissista, quasi cosistica. Parla dell‘aver o non aver la vocazione”, del perderla o ritrovarla. Oppure si parla dell‘ideale della vocazione” o di una “predestinazione” più o meno manifesta, quasi di un decreto ad eterno. Manifestano una comprensione assai ristretta della realtà vocazionale.
Non ci sarebbe bisogno di maturazione. Sono espressioni teologicamente esatte, pedagogicamente inopportune.
Più esattamente la vocazione va concepita e vissuta all’interno dell’alleanza, in termini personalistici. Si parla allora di “essere o non in stato di vocazione”, di mutua interpellanza, di un cammino a due, Dio e l’uomo. Dio interpella l’uomo attraverso i segni ordinari o meno; l’uomo risponde e interpella a sua volta Dio entro un dialogo mutuo. Dio non tratta da burattini. Coinvolge e rispetta la responsabilità della persona fino in fondo.
Rispondere ad una vocazione non è anzitutto fissarsi un ideale e prefiggersi la perfezione. Piuttosto è accettare di aprirsi ad incontrare l’altro e il radicalmente Altro, è rendersi in qualche modo vulnerabili, è cessare di difendersi, di guardarsi, di costruirsi… per impegnarsi nell’ascolto dell’altro e degli altri, in un’avventura piena di incognite, di imprevedibilità, di vita.
Una autentica educazione all’amore
Strada indispensabile per procedere nell’autoidentificazione è la maturazione affettiva. Essa richiede una positiva e diretta educazione all’amore, educando e illuminando tutto ciò che vi ha attinenza.
Si tratta di una educazione della capacità d’amare, della educazione dell’affettività e della sessualità in modo esplicito e continuato, secondo le varie tappe evolutive. Di qui alcuni passaggi:
– occorre passare da una cultura del bisogno, dello spontaneismo e del desiderio, lasciato a se stesso, ad una azione educativa che coniuga e integra il bisogno e il desiderio con il reale altro da sé, con il progetto che orienta e sgancia dalla prigionia dell’immediato. Ciò è possibile tramite l’accettazione e la subordinazione di sé ad un “a priori”, ad un Assoluto trascendente e presente ad un tempo, reso visibile da dati testimoni. Perciò occorre passare gradualmente entro una cultura frammentaria e soggettivistica dal sistema dei bisogni, tipico della cultura radical/libertaria, al regno dei valori, della realizzazione dei fini incarnandoli. Ciò esige passare da una prevalenza accordata di fatto, in modo più o meno manifesto, con le varie facilitazioni, al principio del piacere, nelle sue varie forme di accontentamento, o alla formazione del personaggio, conforme ad un cliché, al principio della realtà e dei valori. È nell’autotrascendersi che la persona si realizza. Ma ciò esige costitutivamente la rottura della ricerca di sé narcisistica, l’assunzione positiva della realtà propria e altrui in nome dei valori cui si fa credito in modo vitale;
– occorre passare da una cultura del sensazionale, dello spettacolare, di ciò che fa notizia, dell’efficienza e del calcolo, ora facilmente computerizzato, dai risultati comprovati e gratificanti, rassicuranti… ad un ritrovamento del profondo di sé, della capacità di gratuità, di silenzio, del dono di sé, dell’insperato e dell’inatteso secondo la dinamica dell’uomo promosso nella sua integrità e dell’azione dello Spirito;
– passare dalla sindrome dell’assedio, cioè da una prevalente preoccupazione di realizzarsi, di salvarsi, al senso della missione. Le vocazioni sono per la vita del mondo. Perché il rinnovamento vocazionale continui nella fedeltà a Dio e all’uomo oggi, occorre perseverare o ritrovare o trovare e vivere il salto qualitativo che il Concilio ha chiesto a tutti e a ciascuno: vivere un esodo pasquale incessante dalla “sindrome dell’assedio” alla mentalità della missione. Si tratta di passare non per opposizione ma per integrazione attorno ad un polo prevalente e ben caratterizzante.
Una spiritualità frutto di integrazione fede-vita
Educare ad una vita di fede richiede andare oltre l’istruzione, lo studio, alla radice del fare per motivi o cause religiose. Comporta un lungo cammino di imparare, tramite il raccoglimento, ad incontrare Dio e a lasciarsi incontrare da Dio entro la vita propria ed altrui, con una ricca vita interiore. Questo richiede un prendere seriamente i due termini, la vista e la fede, in vista di una integrazione fede/vita. In particolare questo esige:
1. un vivere in rapporto vivo con il reale della vita propria ed altrui. Anzitutto a partire dal come essa è e da come cresce, non a partire solo dal dover essere. La formazione umana nelle sue varie dimensioni vi è costitutiva, con il suo dinamismo verso la pienezza anche se ferito. In ordine alla maturazione vocazionale, il cammino di maturazione personale e il cammino spirituale sono due variabili interdipendenti.
2. Far esperienza dal vivo dei presupposti psico-spirituali dell’educazione vocazionale. E precisamente:
– la presa di coscienza della miseria morale e spirituale dell’uomo e della impossibilità a farcela, ad uscirne veramente da solo;
– l’esperienza di un piano di salvezza all’opera oggi…;
– il senso del Dio vivente, trascendente e presente nella storia per salvare;
– il senso della parola di Dio;
– il senso della Chiesa, segno e strumento di salvezza.
Perché questi presupposti psico-spirituali si ricreino, occorre una ripetuta e variata azione di catechesi battesimale e vocazionale, una proposta implicita ed esplicita, specifica. Non bastano né l’attendismo, né il genericismo. Tale catechesi ha da seguire dati itinerari propri dell’età dei soggetti così da evangelizzare e illuminare da dentro della loro vita.
3. Avere un accompagnamento educativo e vocazionale personalizzato, sotto forma di aiuto per la crescita personale o di consiglio spirituale vero e proprio. Oggi questo accompagnamento personalizzato è tanto più indispensabile quanto più forte è la tendenza sia all’individualismo e all’autodidattismo, sia all’atomizzazione e alla frantumazione di sé.
4. Passare all’immediato e dal vissuto… ad un equilibrio dinamico tra il vissuto e la riflessione.
Oggi per tanti aspetti l’intelligenza umana da un lato è esaltata per tutto ciò che ha consentito e consente nel campo della scienza e della tecnica, dall’altro essa è in scacco seriamente dal modo di vivere.
In un quadro di vita più completo la mediazione dell’intelligenza appare indispensabile per operare una sintesi attiva, pur sempre in fieri. Occorre perciò favorire un equilibrio dinamico tra il vissuto della vita e la riflessione in vista di una fede ancorata su tutto l’uomo, arricchita e purificata dall’ambivalenza del vissuto, della esperienza in quanto tale. Questa mediazione è necessaria per poter passare dal soggettivismo nei vari settori della vita al senso del noi, ad una apertura stabile e duratura al tu, ad una capacità di relazione interpersonale ben fondata, capace di avvenire.
Un accompagnamento vocazionale
Prima di questi ultimi quindici-venti anni la promozione vocazionale, di risveglio e di maturazione, avveniva in un contesto di sostanziale continuità tra i fattori principali della formazione, cioè la famiglia, la parrocchia, la scuola, il seminario, la società più vasta… I messaggi e le proposte prevalenti erano quelli di una concezione di vita sostanzialmente religiosa e di una centralità e positività della realtà chiesa.
Nel contesto sociale attuale, così frammentato e complesso entro un processo di auto-identificazione così laborioso, si rendono oggi necessari dei punti di riferimento vocazionale. Nell’esperienza delle comunità che li hanno avviati, essi funzionano da boe per una navigazione difficile, da fari di orientamento, da centri di irradiazione vocazionale.
Questi centri sono costituiti da piccole comunità residenziali o da luoghi di incontro frequente. Qui degli adulti educatori assieme ad adolescenti o a giovani e adulti, interessati ad una chiarificazione del disegno di Dio su di loro, vivono la stessa avventura di ricerca e di risposta a Dio che chiama, ciascuno secondo il suo ritmo, in base a ciò che hanno già trovato e che ricercano ulteriormente. E questo per il tempo di almeno uno-due anni.
Partecipare direttamente alla vita di queste comunità capaci di osmosi positiva, luoghi in cui l’esperienza spirituale e il senso della missione nella chiesa e nella società contemporanea sono esplicitamente testimoniate dalla vita, oggi risulta essere valido aiuto, talora decisivo, ai fini di un adeguato accompagnamento dalla prima percezione della vocazione alle scelte impegnative. Noi esistiamo sempre in uno spazio-tempo concreto, condizionante al positivo o al negativo. Dio chiede una collaborazione umana intelligente e saggia, consapevole della sua strumentalità.
Nella nostra società, come abbiamo visto, complessa nella sua articolazione e frammentata nei suoi sistemi di valori, la funzione e l’avvenire di queste comunità di accoglienza e di una prima realizzazione vocazionale, in una Chiesa socialmente minoritaria, sono condizionati nel loro esistere al retroterra da cui nascono e che servono. Il reciproco collegamento con le comunità e con i gruppi parrocchiali di impegno cristiano e con i movimenti ecclesiali è indispensabile.
Una fedeltà dell’alleanza
Ogni fedeltà umana comporta una dimensione storica, si inscrive in una genesi creatrice di novità, resta aperta all’avventura dell’imprevedibile. L’esperienza dell’uomo fedele è anzitutto una condotta relazionale: non si indirizza a cose o valori a temporali, ma ad una o più persone viventi.
L’uomo fedele guarda in avanti. Alla vera fedeltà non basta appoggiarsi sul formalismo di un impegno contrattuale sottoscritto in un dato tempo. Il presente e l’avvenire obbligano più realmente che il passato. Questo non vuol dire autorizzare il relativismo scettico o il pensiero molle che danno luogo ad ogni versatilità o al rinnegamento. Non si disprezza l’osservanza della legge, ma non ci si ferma a questa o alle apparenze di fedeltà. Non si resta fedeli, lo si diviene. La fedeltà è meno fatta per essere conservata che essere continuamente inventata.
Perciò aiutare oggi gli adolescenti ad elaborare un progetto di vita valido, vocazionalmente aperto, comporta per gli educatori e genitori alcune conversioni indispensabili. Nella misura in cui essi saranno veramente in cammino, gli adolescenti saranno facilitati nel loro cammino vocazionale.