La scuola: Itinerario Vocazionale?
È una forzatura parlare di scuola come ‘itinerario vocazionale’? La scuola, infatti, considerata nel suo insieme come istituzione scolastica, non ha come finalità immediata l’educazione cristiana e,quindi, la formulazione di itinerari educativi verso la maturità cristiana.
Questa è la finalità specifica della scuola cattolica.
“La scuola tuttavia non può mancare di un suo progetto educativo. Appare infatti superata, da parte delle differenti pedagogie, la falsa utopia della scuola ‘neutra’. E’ opinione acquisita dalla comune coscienza del Paese che pure alla scuola spetti il compito di formazione della persona, del cittadino e del lavoratore e non solo quello della sua istruzione”[1].
Consapevoli, dunque, che la scuola contribuisce in modo decisivo alla maturazione anche delle nuove generazioni cristiane, variamo il presente numero di Vocazioni per aiutare la comunità cristiana a rapportarsi e interloquire con la scuola stessa per collaborare nel servizio essenziale dell’educazione delle giovani generazioni.
Non è infatti fuori luogo riproporre i soggetti della comunità cristiana che devono saper collaborare con la scuola – si pensi anzitutto alle famiglie e agli insegnanti – e ad un ambito privilegiato di tale collaborazione, l’insegnamento della religione cattolica.
Scuola e formazione della persona
È il tema della educazione e formazione della persona, che non può non essere chiaro a tutti gli educatori. Quale educatore, soprattutto se impegnato tra le giovani generazioni nella scuola, non si riconosce in queste indicazioni e su questo progetto educativo: “educare non vuol dire formare personalità moralistiche, velleitarie, incapaci di progettazione, monopolistiche nelle opinioni, o persuasori occulti, ma personalità coscienti e animate da spirito di servizio”[2].
Di fronte a una situazione giovanile che storicamente presenta condizioni e aspetti sempre nuovi, ci sono degli interrogativi difficili ma ineludibili, che ritornano e che ogni educatore deve affrontare continuamente. Chi sono questi giovani? A che cosa tendono? Di che cosa ha bisogno questa generazione?
Sono soprattutto gli interrogativi che devono risuonare nel cuore e nell’intelligenza di ogni insegnante responsabile ogni qualvolta entra nella sua classe. Credo che buon educatore è colui che riesce a discernere il ‘carisma’ di una generazione ed il ‘carisma’ del singolo giovane, per condurli a sintesi ‘tirando fuori’, quindi forgiando le potenzialità della persona.
Mi ha colpito il commento di un quotidiano ai risultati di un sondaggio di opinione sui giovani degli Stati Uniti di venti anni fa, la mitica e contraddittoria generazione del ‘68. “L’America rimpiange i ragazzi del ‘68 e del ‘69, la mitica generazione dei figli dei fiori, della rivolta universitaria, della protesta del Vietnam. La giudica molto meno egoista dei giovani d’oggi, meno materialista, più patriottica, più responsabile”[3].
Dal sondaggio d’opinione emerge un certo rimpianto per una generazione più altruista e più entusiasta, persino più patriottica, pur tra enormi contraddizioni, a confronto con quella contemporanea che sembra caratterizzarsi invece per un’aurea mediocrità: “la gioventù odierna, conferma il commento, vuole un milione di dollari, la Porche e lo Yacht prima dei trent’anni. In un unico campo le due generazioni sono state giudicate alla pari: quello dell’anticonformismo”.
‘Anticonformismo’: è una parola equivoca dal punto di vista educativo e della formazione della persona. Ed è qui che desidero riprendere la riflessione sul compito della scuola in vista della formazione della persona.
Se, per certi aspetti, il sondaggio d’opinione citato può offrire qualche indicazione per la lettura della situazione giovanile italiana contemporanea, serve anche a riconfermare l’educatore nella necessità di discernere il ‘carisma’ di questa generazione, per non rischiare di cadere anche per il futuro in inutili rimpianti storici.
E penso, in questo scorcio estivo in cui sto scrivendo, ai tanti giovani con i quali noi educatori abbiamo condiviso durante l’estate incontri, routes, camposcuola e che ora sono già nei banchi di scuola.
Questi giovani non sono certo rappresentativi di tutti i loro coetanei. Se infatti osservo i cosiddetti ‘piazzaioli’ , quelli che nel periodo estivo si ritrovano a gruppi chiusi nelle nostre piazze ed il loro stare insieme e camminare non va ordinariamente al di là della banalità quotidiana; se penso alla loro storia tanto simile – cresciuti davanti alla televisione, spesso senza un libro e qualcuno che li facesse pensare – si evidenzia subito la reale difficoltà di quanto poco di umano e cristiano è rimasto nell’educazione di questa generazione.
Eppure l’educatore – guardando ai ‘bisogni spirituali’ evidenti in quei giovanissimi impegnati in un cammino di fede nella comunità cristiana ma potenzialmente presenti anche in quelli che a prima vista sembrano solo disponibili ad abbeverarsi degli spot della coca-cola o delle canzoni disimpegnate di Jovanotti – ora che si ritrovano tutti insieme a scuola, non può abdicare alla vocazione sua e della scuola: “la scuola, oltre promuovere lo sviluppo della dimensione culturale, sociale e professionale dei giovani, deve loro fornire un’efficace struttura di valore e di principi morali”[4].
Ed eccoci al punto focale di questa riflessione! Qual’è il servizio educativo di cui ha bisogno urgente e inderogabile la generazione dei nostri giovanissimi?
A me sembra che attende di essere aiutata a percepire e discernere i ‘fini ultimi’, quindi ad aprirsi a interpretare e vivere la vita secondo i valori assoluti.
“L’educatore deve, dunque, avere la chiara percezione del fine ultimo, poiché nell’arte educativa i fini esercitano una funzione determinante. Una loro visione incompleta o erronea, oppure la loro dimenticanza, è anche causa di unilateralità e di deviazione, oltre che segno di incompletezza”[5].
Tutti noi sappiamo come la civiltà contemporanea tenta d’imporre all’uomo, ed in particolare alle giovani generazioni, una serie di ‘imperativi’ giustificati all’insegna del principio di sviluppo e di progresso, mentre di fatto lo sradicano e lo disorientano: “così, per esempio, al posto del rispetto per la vita, l’imperativo di sbarazzarsi della vita e di distruggerla; al posto dell’amore, che è comunione responsabile di persone, l’imperativo del massimo godimento sessuale, al di fuori di ogni senso di responsabilità; al posto del ‘primato’ della verità nell’azione, il ‘primato’ del comportamento di moda, del soggettivo e del successo immediato”[6].
Tradotto in termini educativi scolastici ciò può significare l’urgenza di offrire una proposta educativa che favorisca la maturazione di una coscienza critica e susciti nelle giovani generazioni le condizioni per una libera e graduale scelta di valori autentici.
Ma qual’è il ‘nodo’ pedagogico verso cui deve tendere e confrontarsi costantemente un siffatto progetto educativo? Credo, come afferma Giovanni Paolo II, che “urge recuperare il vero concetto di ‘santità’; come componente della vita di ogni credente”[7].
Se il filo conduttore e la sintesi di una pedagogia scolastica è l’educazione alla santità – in merito nella storia della chiesa non mancano esperienze e testimoni, basti ripensare un attimo all’azione educativa nella scuola di S. Giovanni Bosco – è necessario per tutti gli operatori scolastici credenti riconfermarsi anzitutto nel proprio ministero educativo vissuto come ‘via all’amore’[8].
Azzardarsi a parlare di scuola, nei suoi vari aspetti e componenti educativi, come ‘itinerario vocazionale’ significa alla fin fine dunque riprendere coscienza che “è un vero regalo pedagogico offrire al giovane la possibilità di conoscere e di elaborare il proprio progetto di vita, alla ricerca del tesoro della propria vocazione, dalla quale dipende tutta l’impostazione della vita. Sarebbe incompleta l’opera educativa di colui che ritenesse sufficiente soddisfare le necessità pur legittime della professione, della cultura e anche del lecito svago, senza proporre al loro interno, come fermento, quelle mete che Cristo stesso presentò al giovane del Vangelo, e sulle quali anzi commisurò la gioia della vita eterna o la tristezza del possesso egoistico”[9].
Note
[1] C.M. Martini, Itinerari educativi, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi religiosi, Milano 1988, p. 129.
[2] C.M. Martini, idem p. 132.
[3] E. Caretto, L’ America rimpiange i suoi figli dei fiori, in “La Stampa”, Società e cultura, venerdì 4 Agosto 1989, I.
[4] Giovanni Paolo II, Lettera pastorale nel I Centenario di S. Giovanni Bosco, L’attualità del metodo pedagogico di don Bosco.
[5] Giovanni Paolo II, idem, n. 16.
[6] idem, n. 16
[7] idem, n. 16
[8] idem, n. 16
[9] Giovanni Paolo II, idem, n. 19.