Centro Diocesano Vocazioni e pastorale familiare
È compito della pastorale familiare suscitare iniziative adatte per fare di ogni famiglia una famiglia cristiana. Ciò comporta di risvegliare nelle famiglie cristiane la consapevolezza delle risorse di testimonianza e azione loro proprie. Sono esse i soggetti attivi di evangelizzazione, di educazione nella fede e di animazione della carità, secondo le forme specifiche della famiglia.
Tutto ciò è possibile passando attraverso la riscoperta del matrimonio, vocazione e sacramento degli sposi. Per il consenso nuziale, essi sono segno portatore di grazia. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale del rapporto stesso di Cristo sposo con la Chiesa. Sono inseriti in uno stato di vita e in un ordine dotato di un proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Perciò la pastorale della famiglia non può che fondarsi sull’annuncio che la vita umana è vocazione all’amore e si realizza nella sua interezza in due modi specifici: il matrimonio e la verginità.
Ripartire “dalla Galilea”: la chiamata cristiana
“Non si può dubitare che oggi è impallidita l’interpretazione della vita come vocazione e quindi come risposta d’amore definitivo”. Occorre consentire con questo rilievo dell’Arcivescovo di Torino, nella lettera pastorale per il programma 1989-90 (G. Saldarini, 19/8/1989, n. 1); non solo, occorre anche riconoscere che con lo smarrimento di senso della vita come vocazione, si sono smarriti pure la percezione del valore sacramentale del matrimonio, i suoi contenuti di unità, fedeltà e fecondità, e la sua dimensione ecclesiale.
Ricorrendo a un riferimento geografico biblico, la pastorale familiare deve ripartire dalla Galilea, il luogo della chiamata. Si tratta di obbedire al comando dell’angelo che annunciava alle donne che Gesù è risorto: “Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (Mc 16,8). Il lieto annunzio di Cristo sul matrimonio e sulla famiglia comporta anzitutto l’ascolto di quella chiamata che egli aveva rivolto, esemplarmente, a Simone, Andrea, Levi, ai Dodici; “Seguitemi” (Cfr. Mc 1,17; 2,14; 3,13); prima ancora, l’obbedienza sempre rinnovata alla sua predicazione: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (1,15).
La pastorale familiare richiede dunque, in radice, una ispirazione e contenuti comuni alla pastorale per le vocazioni. Nello stesso tempo, l’annuncio del matrimonio alla coppia coniugale e la catechesi della famiglia devono illuminare anzitutto il vissuto e la trama dei gesti quotidiani, l’esperienza genitoriale, la relazione educativa, tutto ciò che corre oggi il rischio di attuarsi in forme appena funzionali, in cui il fare e l’avere contano più dell’essere e dell’agire con senso etico. La casa, i beni comuni e le relazioni rischiano di essere consumati, o coltivati in maniera narcisistica e sterile, invece che essere apprezzati e coltivati in vista del “senso” che hanno per l’esistenza umana. L’amore viene gestito come spontaneità e intimità, momento di gratificazione, e sfugge ad un progetto di comunione aperta alla vita e alla comunità, perché pago di se stesso.
In tale contesto, la pastorale familiare deve farsi insieme evangelizzazione e promozione umana, perché la famiglia “diventi famiglia”. Tocca infatti alla famiglia riscoprire la pregnanza di significati dei gesti, delle parole, degli spazi condivisi; il valore dei silenzi cercati insieme con amore; il senso umano delle cose e delle memorie comuni, che non sono oggetto semplicemente di consumo; la preghiera comune e la pietà religiosa nelle modalità tipiche della casa. Perché sia formazione di comunità di persone: a vantaggio della gratuità; “disposti (gli sposi) ad accogliere responsabilmente e con amore i figli che Dio vorrà donare” (Cfr. liturgia nuziale), “ad essere per loro i primi annunciatori della fede e secondare la vocazione propria di ognuno e quella sacra in modo speciale” (Cfr. LG, 11).
Quando la pastorale familiare promuove diffusamente queste istanze di conversione, come vocazione e compito delle famiglie, opera nella direzione di fare delle famiglie il primo “seminario”, (nel senso latino originario della parola: un vivaio in cui i semi della vocazione di speciale consacrazione trovano terreno buono), o, se vogliamo, il primo “probandato” alla vita cristiana, assunta quale affare serio, compito impegnativo e permanente.
Gli stessi Consultori familiari che fanno riferimento ad una visione cristiana della vita, anche se non sono in senso stretto organismi pastorali della Chiesa, possono indirettamente offrire un servizio prezioso per la pastorale delle vocazioni, in quanto si propongono di prevenire e di curare le patologie nelle relazioni familiari, e sono a disposizione per iniziative di educazione affettiva e sessuale dei giovani e delle giovani, nonché di formazione dei fidanzati alla vita matrimoniale. Quello della formazione degli adolescenti e dei giovani, è un capitolo tutto aperto e da scrivere nell’azione pastorale della Chiesa. Non tocca solo la pastorale familiare e del matrimonio. Ma questa non può ormai limitarsi ai cosiddetti “corsi” per fidanzati. Molto tempo prima, occorre porre delle premesse educative perché i tempi lunghi del fidanzamento non siano vissuti all’insegna della banalità. Quelle premesse educative sono compito congiunto di una pluralità di risorse educative e pastorali da attuare nella linea di educare alla vita come “vocazione all’amore”.
È appena il caso di scusarsi con il lettore per questi cenni e richiami troppo schematici, prima di passare in rassegna alcuni ambiti e soggetti di servizio comune per gli operatori della pastorale familiare e della pastorale delle vocazioni.
Adolescenti e giovani
Fin dalla preadolescenza e nel lungo arco che li attende prima di giungere al matrimonio, i giovani sono sollecitati per un verso a gestirsi con autonomia, rispetto ai referenti fondamentali: la famiglia, la parrocchia e l’oratorio, la scuola…; d’altra parte sono variamente sollecitati a “misurarsi” in esperienze nuove, non importa se effimere; a comunicare attraverso gesti e sensazioni gratificanti più che attraverso il confronto delle idee, a consumare piuttosto che custodire e coltivare. Questi lunghi anni – dalla Cresima pressappoco fino al tempo in cui i giovani, ormai adulti, si presentano in parrocchia per chiedere di sposarsi – interpellano l’intera comunità cristiana e varie competenze pastorali, che dovrebbero confluire nella pastorale giovanile.
I problemi che si pongono sono complessi e delicati anche quando nelle parrocchie o nelle associazioni, di fatto, operano educatori e sacerdoti validi. Tanto più gravi questi problemi si presentano quando il parroco è solo e, per età o fatica, non sa o non può farsi animatore e guida spirituale dei suoi giovani. Ma anche allora, vale il detto di Gesù: “Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” (Lc 18,27).
Con l’aiuto anche di coppie di genitori cristiani, ricchi della grazia del matrimonio e della esperienza familiare, vanno proposti momenti educativi ed esperienze intense di preghiera e di servizio, per rivelare agli adolescenti e ai giovani che proprio la loro età è occasione in cui riscoprire e non tacitare la voce potente di Cristo che chiama.
Il Papa Giovanni Paolo II insegna. Ogni volta che s’incontra con i giovani ripropone loro un messaggio: la vita è vocazione, cui rispondere con libertà e responsabilità generosa. L’esperienza dell’amore, che si delinea sull’orizzonte di un giovane cuore con “la sua irripetibile espressione soggettiva, la sua ricchezza affettiva, la sua bellezza addirittura metafisica”, scrive il Papa, contiene una possente esortazione a non falsarla e a non deturparla e distruggerla; e contiene un appello, ad esser puri di cuore e a vedere, per mezzo di quell’amore, Dio che è amore. “Perciò vi chiedo, continua il Papa, di non interrompere il colloquio con Cristo in questa fase estremamente importante della vostra giovinezza; vi chiedo anzi di impegnarvi ancora di più”, perché quando Cristo dice: seguimi, la sua chiamata può indirizzare ad un altro amore ancora, o a seguire lui quale sposo della Chiesa nella condizione coniugale di sposo o sposa[1].
Occorrono dunque educatori e sacerdoti insieme generosi e attenti. La preghiera, la pietà religiosa e i sacramenti (Confessione ed Eucaristia), il tirocinio nell’apostolato e nel servizio, il senso della Chiesa… Tutto ciò va coltivato, nei giovani e nelle giovani, dedicando tempo e risorse, cercando anche di riconoscere i più dotati di doni spirituali e di grazia. A questi è necessario allora aprire gli occhi sull’intero orizzonte della chiamata cristiana: vocazione alla verginità o vocazione al matrimonio. Entrambe sono da discernere gradualmente e vanno coltivate con stili di vita che consentano ogni giorno di scoprire il valore dei “consigli evangelici” la castità, la povertà, l’obbedienza. Anche un matrimonio duraturo e felice non comincia con la banalizzazione dell’affettività, ma con il tirocinio di una vita che si lascia interpellare sull’indirizzo da dare e sul progetto da assumere in risposta a Dio che chiama. Tanto più esigente e carico di amore è questo servizio, in quanto oggi, uomini e donne giovani, sebbene ricchi di generosità e motivazioni cristiane, sembrano incapaci di decisione definitiva e irreversibile per la vita.
Pensiamo alla parabola evangelica di quel Padrone che va in cerca di uomini a giornata per la sua vigna (cfr. Mt 20,1-15): anche oggi il Signore chiama a tutte le ore del giorno: nella fanciullezza e nella prima adolescenza, nell’età giovanile, in età adulta. La pastorale giovanile ha il compito di proporre i contenuti più esigenti della chiamata evangelica e del mistero di Cristo, offrendo opportunità di crescita spirituale ed ecclesiale che contrastino gli stili banalizzanti e consumistici di vita. Questi sono destinati a impedire non solo il radicarsi della vocazione religiosa o sacerdotale, ma anche il terreno di cultura più favorevole alla consapevole assunzione degli obblighi essenziali del matrimonio.
Gruppi-famiglia e di spiritualità
Sono esperienze e momenti che si moltiplicano nelle parrocchie, non appena vi sia qualche coppia preparata. Di solito programmano la propria attività prevedendo anche momenti periodici di ritiro e di spiritualità più intensa.
Sempre hanno bisogno di stimolazioni a partecipare attivamente alla vita liturgica e caritativa della parrocchia e alla più ampia comunità cristiana. Altrimenti la privatezza e il rischio della chiusura nella propria élite spirituale ne inaridisce la sorgente spirituale.
Operatori della pastorale familiare e della pastorale delle vocazioni utilmente collaborano nel favorire queste esperienze ecclesiali e nel formare coppie di sposi capaci di animarle e guidarle.
Le vocazioni che il Signore, non meno generosamente di ieri (dobbiamo credere), manda nella sua Chiesa trovano terreno fertile se nelle case si coltiva la spiritualità propria della famiglia: una spiritualità dell’azione, attenta alle vicende della storia e alle necessità presenti nel territorio; una spiritualità dell’alleanza, perché il matrimonio stesso è un patto di alleanza; una spiritualità pasquale, che dà senso e gusto al sacrificio e al perdono delle offese; una spiritualità del segno, per non consumare ma per coltivare i beni comuni, le relazioni interpersonali, l’essere prima che l’avere nella vita.
Preghiera personale e comune, iniziazione dei figli alla vita cristiana e celebrazione fedele del Giorno del Signore, frequentazione dei sacramenti, celebrazione delle stesse feste familiari (anniversari, visite di ospiti e amici, compleanni…) facendo memoria dei doni del Signore, la devozione dei santi e la pietà religiosa… ecco alcune circostanze e aspetti di vita cristiana in famiglia che gli operatori di pastorale dovrebbero raccomandare, perché la famiglia diventi se stessa: ciò che, ontologicamente e nel disegno della salvezza di Dio, essa già è. È condizione necessaria per il suo primo compito, secondo la “Familiaris consortio”: formare una comunità di persone (cfr. nn. 17- 27).
La vocazione di speciale consacrazione e, non di meno, il matrimonio domandano personalità mature e capaci di scelte irreversibili di libertà e responsabilità verso se stessi e verso la società. Al di fuori di una famiglia dotata di forte impronta spirituale, ciò è difficile. Si potrebbe anzi suggerire di misurarsi nella capacità d’essere al servizio della Chiesa domandando alla famiglia se sa apprezzare la vocazione sacerdotale e religiosa, di un figlio o di una figlia, fino al punto di pregare che dal proprio seno il Padrone della messe chiami operai per la sua messe.
Nel segno della castità e della carità
Consumismo e secolarismo offrono l’ambiente più favorevole a quella mentalità contraccettiva e a quel costume che plasma di sé anche le coscienze di tanti cattolici. Si tratta di una mentalità e di un costume che, anche se inconsapevolmente, declassa di fatto la sessualità dal rango dell’essere a quello dell’avere, banalizza l’atto sessuale da linguaggio denso di comunicazione a consumo o fruizione di piacere, svilisce il valore del figlio da persona e mistero a oggetto di una rigorosa programmazione tecnica e perfino a prodotto di manipolazione e fabbricazione. Tutto ciò crea nei giovani impedimento al radicarsi del seme di qualsiasi vocazione cristiana. E mortifica il matrimonio. La pastorale familiare cerca “alleati” per restituire il fascino della santità al matrimonio e il senso agli sposi della propria vocazione, quali “cooperatori dell’amore di Dio creatore e suoi interpreti” nel compito di procreare responsabilmente la vita e di educarla nella fede.
Occorre dar atto che oggi è cresciuto il senso di responsabilità dei genitori nel procreare e nell’educare e non si vuole che il figlio sia la conseguenza di gesti irresponsabili. Ma non si vuole neppure pensare al figlio come ad una creatura che Dio nella sua libertà sovrana chiama alla vita, anche nonostante la volontà nei coniugi di segno opposto. Spesso, di fatto, la procreazione responsabile viene intesa in senso negativo, di limitazione delle nascite. E più che responsabile si fa arbitraria.
In vista di una coerente vita coniugale, la Chiesa incoraggia le scelte di vita che coltivano nella coppia gli atteggiamenti morali della verità, dell’accoglienza e della gratuità, di una crescente armonia e rispetto nella conoscenza reciproca dell’altro come di sé, di un volersi bene responsabile e sempre in dialogo con la Sapienza del Padre che è nei cieli.
Pastorale familiare e pastorale delle vocazioni trovano dunque un altro obiettivo di convergenza comune, un altro possibile terreno per collaborare: il servizio alla vita. Intendo i molti ambiti a cui la carità coniugale e familiare deve aprirsi: credere nella vita e dare solidarietà alle famiglie che non hanno paura dei figli, accogliere la vita già concepita; dare una casa e sicurezza affettiva, anche se temporanea, a minori in affido; stringere vincoli saldi di solidarietà con famiglie in sofferenza a causa di persone malate, o con handicap, o anziani disabili.
L’esperienza insegna che le vocazioni sacerdotali e religiose sono sempre fiorite in famiglie generose sia nel generare la vita e nell’educarla, che nel compiere le opere di misericordia corporale e spirituale. Perché nel servire i piccoli, gli infermi e i poveri si rivela, specialmente ai giovani, il mistero e l’amabilità del volto di Cristo, che chiama a servire e non ad essere serviti.
Note
[1] Giovanni Paolo II, Ai giovani e alle giovani del mondo, n. 10