N.06
Novembre/Dicembre 1989

I gruppi familiari luogo naturale di ricerca, di annuncio e di promozione vocazionale

Essendo un padre di famiglia penso bene di sviluppare questo tema tenendo d’occhio la moglie e i figli che Dio mi ha affidato. Trovandoci inoltre sovente in vari gruppi familiari per crescere insieme penso anche opportuno allargare un po’ l’orizzonte…

Una volta, di ritorno da una di queste giornate familiari vissute nella semplicità più spontanea, nel confronto più disarmato e nella preghiera più immediata, un amico desideroso di notizie mi chiese: “Cosa avete fatto tutto il giorno? C’era qualcuno a parlare?” Gli risposi: “No, non c’era nessuno a parlare, ma abbiamo passato una bella giornata insieme”. Al che l’amico concluse quasi deluso: “Ma allora non avete fatto niente!”. Come dire ad una casalinga che stando a casa non fa niente… oppure come dire che il trio di Nazaret, Maria, Giuseppe e Gesù, per trent’anni, non ha fatto niente…

Questa premessa già rivela che esiste un certo modo di vivere la coniugalità e la vita familiare utile e congeniale ai fini di fare diventare questo modo un luogo di annuncio, di ricerca e di promozione vocazionale.

E tale “modo” è quello della più semplice discrezione nel vivere il dono della coniugalità e della famiglia. E tale “modo” dovrebbe essere trapiantato di sana pianta nei vari gruppi dove invece talvolta il frastuono del fare o la vistosità dell’etichetta possono essere d’ostacolo al richiamo vocazionale.

Esiste un filo invisibile che lega tutte le coppie e le famiglie desiderose di essere luogo di semina vocazionale da parte di Dio (che resta comunque un Deus absconditus nel proprio amore di coniugi e di famiglie…), e questo filo è “esistere per il Regno di Dio”. Soltanto questa finalità fatta propria con profonda consapevolezza dai vari gruppi familiari promuove questi a luoghi “vocazionalmente propizi”.

A me hanno sempre insegnato che tante solitudini unite insieme non fanno una compagnia. Così è per le famiglie. Tante famiglie unite insieme non possono fare gruppo “per il Regno di Dio” se ogni coniuge ed ogni nucleo familiare non ha chiara e non ha “sposato” la causa del Regno di Dio. Occorre cioè che ogni famiglia abbia già interiorizzato per conto proprio che la coniugalità vissuta come vocazione è una sorta di piccola alleanza ad immagine della Grande Alleanza e che la propria piccola storia coniugale riflette la grande “storia” dell’amore di Dio. Soltanto così assortiti i gruppi familiari potranno svolgere il loro ruolo di ricerca, annuncio e promozione vocazionale al loro interno e anche rispetto alle persone non facenti parte del gruppo. E bisogna dire anche che la “guida” (coppia o sacerdote che sia) di questi gruppi, sempre in semplicità e discrezione, spolveri incessantemente la motivazione radicale del vivere per il Regno se non vuole che il gruppo finisca nelle terre secche del pettegolezzo e della noia.

 

 

 

Caratteristiche: fraternità e laicità

Quando un luogo è curato diventa accogliente e ci si sta bene. Perché i gruppi familiari siano vocazionalmente propizi occorre che siano luoghi curati e accoglienti. E per essere curati e accoglienti i loro membri devono creare spazio vitale fatto di fraternità e di laicità. Con la “fraternità” vissuta è agevole lasciare intravedere il Dio Padre che chiama. Con la “laicità” vissuta viene sottolineata la dimensione della maggioranza dei componenti il gruppo e viene evitato il rischio di sentirsi mosche bianche.

Ecco un ragionamento che avrebbe fatto piacere anche a San Tommaso. La fraternità è un segno di riconoscimento di Dio, la santità è il vertice di tale segno di riconoscimento, la coniugalità e la familiarità sono i modi più legati al secolo in grado di offrire tale segno di riconoscimento; quindi la coniugalità e la familiarità sono via secolare alla santità in quanto creativi di fraternità.

Quando si parla di “santità” ci si rifà alla regola generale valida per ogni cristiano desideroso di “viverla” e cioè la regola della adesione alla volontà di Dio. I gruppi familiari devono essere santi così che traspaia, grazie alla fraternità vissuta, la santità di Dio… ed è vocazione!

Uno spunto sulla secolarità. Al numero 31 della Lumen gentium si legge “L’indole secolare è propria e particolare dei laici”. Questa perentoria affermazione viene ripresa anche dalla Christifideles laici al numero 15. Perché non dedurre da questa affermazione che, essendo il matrimonio la realtà creaturale più legata al secolo (in fatti Gesù dice che “di là” né ci si sposa né si sarà sposati) è l’ambito privilegiato di testimonianza dei laici? Insomma dovremmo sentire il dovere (e perché no il diritto?) di fare il nostro “dovere” di amanti nel Signore nella più disarmata quotidianità. Anche nella citata Christifideles laici si mette in guardia dal pericolo della “clericalizzazione” dei laici quando si parla di “rischio di creare di fatto una struttura ecclesiale di servizio parallela a quella fondata sul sacramento dell’ordine” (n. 23).

Ed ora una confessione fraterna. I gruppi nei quali si vive, per così dire, una fraternità quasi “razziale” difficilmente sono luoghi vocazionalmente propizi. Una volta, con la scusa di portare testimonianza, fui chiamato con la moglie in una diocesi vicino a Roma. Prima di noi presero la parola alcune coppie locali. Ognuna presentò la caratteristica del gruppo di appartenenza (focolarini, neocatecumenali, rinnovamento dello Spirito e così via…). Ebbi la sensazione di trovarmi ad una sfilata di moda. Ognuno presentava il suo look, il suo modello. Preciso di non avere nulla “contro” i gruppi etichettati, ma non posso tacere certi rischi che corrono quando insistendo nel presentare il “modo” di camminare finiscono magari, talvolta, per trascurare la Strada, la Via. Non ho nulla contro la verità delle esperienze spirituali ma fraternamente posso bisbigliare di stare attenti a che gli “itinerari” non finiscano per confondere l’“itinerario” e questo è la via del Regno, Gesù Cristo.

I gruppi familiari possono benissimo riferirsi a questa o quella “modalità”, ma se vogliono veramente essere vocazionalmente efficaci non devono chiudersi nei loro piccoli spazi ma devono creare l’ampio spazio della fraternità… quasi nuovo sacramento!

 

 

 

La tentazione provinciale

Satana ha i suoi sogni. Satana ha un suo spazio. Satana ha un chiodo fisso, quello di “rubare” spazio al Regno. Come tutte le persone incapaci di creatività si macera nell’invidia nel vedere gli ampi spazi del Regno. Satana gode di un suo spazio, ma è uno spazio “provinciale”. Davide Maria Turoldo nel “Il diavolo sul pinnacolo” scrive: “Tutta la storia corre sulla traiettoria di queste due proposte; la proposta di Dio, proposta della divina alleanza: “voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” e la proposta di Satana, (sarete voi stessi come Dio”.

La tentazione da vincere quindi è sempre la medesima, è quella di vivere una coniugalità “provinciale”, rattrappita, limitata all’io tu e le rose, bloccata alla sistemazione.. A quando una coniugalità missionaria per il Regno? In tutti i gruppi, sempre si vive il grande spazio del Regno? Non capita a volte di “godersi” e di accontentarsi di un “principato” quando si ha a disposizione lo spazio cosmico – eterno di un Regno? Una ragazza, Antonella Sardiello, scrive: “…fare della propria famiglia il mondo, del proprio interiore la povertà, del cuore una casa per tutti…”.

Mi sono sempre chiesto perché mai Satana scelse di portare Gesù sul pinnacolo più alto del tempio per meglio tentarlo… Quando si guarda giù dall’alto il vuoto fa venire le vertigini. Quando si guarda lo stesso vuoto dal basso non vengono le vertigini. La tentazione fa venire le vertigini perché è una proposta vuota… Fa’ che non cadiamo in tentazione; insegnerà Gesù.

Perché i gruppi familiari non cadano in tentazione occorre che abbiano sempre la furbizia di guardare in alto. Il vangelo medesimo ha i suoi vuoti, ma essi sono in attesa di essere riempiti di fede. Davanti al sepolcro “vuoto” non si ha paura, ma una gran voglia di cercare… come Maria Maddalena… Davanti al vuoto lasciato da Gesù in salita verso il cielo nell’Ascensione, non si ha paura ma una gran voglia che, nel frattempo, Lui cresca e noi si diminuisca… E “nell’attesa della sua venuta” la maniera di riempire il tempo più congeniale ai gruppi familiari è quella di “riempire” il mondo di fraternità.

Qualcuno potrebbe esigere ora l’indicazione strategica per tradurre in pratica tali suggestioni. Confesso di non avere titolo né possibilità di farlo. Una cosa però credo di avere imparato, di taglio vocazionale. Tutti purtroppo sanno chi sono i “fiancheggiatori” dei vari terroristi. Rubando questo termine e redimendolo dalla sua malvagità potremmo dire che nei gruppi familiari bisogna diventare dei “fiancheggiatori” di Dio che chiama. E si diventa fiancheggiatori incessantemente pregando. Gesù, a proposito di vocazioni, ha detto semplicemente “Pregate il Padrone della messe…”.

Credo che il più bel regalo che un genitore possa fare ad un figlio sia quello di pregare il “collega” Padre o la collega Madre di indicare loro il posto nello spazio del suo Regno… e che lo facciano in barba a tutti i nostri “diritti” di “provinciali” genitori umani.