La famiglia educa alla scelta vocazionale
Sono entrate nel linguaggio corrente espressioni diventate ormai “luoghi comuni”. Si dice abitualmente: “famiglia cristiana”, la famiglia “primo seminario” delle vocazioni, l’educazione “compito della famiglia”. È nota l’importanza dei luoghi comuni; essi veicolano convinzioni largamente diffuse e radicate nella coscienza della gente. Accanto ai valori occorre peraltro ravvisarne anche i limiti e le ambiguità; senza qualche precisazione rischiano di dire tutto e niente e si prestano a indebite generalizzazioni che non aiutano a camminare in modo corretto nell’ambito esigente della pastorale vocazionale.
La novità cristiana della famiglia
“Famiglia cristiana”, ad esempio, si presta all’equivoco di una preconcetta emarginazione di tante famiglie che non si riconoscono nell’aggettivo sia perché non lo vogliono sia perché non si sentono di definirsi tale a causa delle proprie insufficienze e fragilità o anche a motivo di alcuni significati culturali che sotto tale nome sono stati tramandati.
D’altra parte, l’aggettivo risulta qualificante e come tale non si può abbandonare a cuor leggero. Il dirsi cristiana comporta, per la famiglia almeno due costanti attenzioni. Anzitutto i cristiani sperimentano che ci sono molti modi di essere fedeli e coerenti con il medesimo Vangelo nel “fare famiglia” dentro alle circostanze mutevoli della storia umana. In questa ottica, alcuni preferiscono parlare di famiglia di cristiani o, almeno, di “famiglie cristiane” al plurale. In secondo luogo occorre ravvivare la coscienza che la famiglia cristiana non si oppone mai alla famiglia umana, cioè alla famiglia in quanto opera dell’uomo, esperienza umana che travalica i confini delle varie forme in cui è vissuta, ivi comprese quelle ispirate dalla fede. È il caso di ribadire che la famiglia cristiana è la stessa famiglia umana (con l’unica precisazione che riteniamo tale quella fondata sul matrimonio e ad esso collegata trasformata dal dono di Dio). Senza la consistenza “umana”, la famiglia perde il suo significato universale di intima comunità di vita e di amore coniugale – familiare (cfr. GS, 48); senza “umanità” la famiglia cristiana risulta incomprensibile e inafferrabile. Le famiglie di cristiani amano, sperano, lottano e crescono al pari di tutte le famiglie; la diversità o differenza è data dal mistero di Cristo che esse accolgono esplicitamente come presente in se stesse. La famiglia è cristiana quando accoglie nella fede sia il dono di Dio nei suoi riguardi, compiuto e manifestato in Gesù Cristo che s’incarna nella “umanità” dell’uomo, sia il compito di essere segno e strumento nella storia umana della salvezza ricevuta in dono, come una chiesa domestica (LG, 11). La fede, dunque, non emargina né separa; è piuttosto una testimonianza e una proposta offerta con amore, come “dono che si fa dono”.
È alla luce di questo orizzonte di grazia divina e di responsabilità umana che la famiglia costituisce come il “primo seminario” di nuovi germi di vocazioni. Lo è quando e se è animata da spirito di fede, di carità e di pietà (OT, 2 citata in P.P.V., 38). Ogni famiglia è pertanto provocata a compiere un passo decisivo: quello di riconoscere che deve incontrarsi con il Signore Gesù; in lui avrà coscienza di essere essa stessa una vocazione particolare e un luogo di crescita vocazionale. In Cristo, nella fede e nella Chiesa, ogni famiglia scopre poi che il suo compito educativo è intimamente connesso e viene trasformato dal dono ricevuto così che acquisisce come una sua compiutezza. In altre parole, l’educazione ha sempre le sue radici umane nella generazione, nella trasmissione della vita ai figli; ma nella fede in Cristo la pedagogia familiare acquista una dimensione religiosa, specificamente cristiana, che la riveste di una singolare autorevolezza e responsabilità. Il legame tra educazione familiare e scelta vocazionale si fa stretto e diventa un fatto che si può chiamare misterico in quanto non può prescindere dal dono di Dio e dall’incessante azione dello Spirito del Signore Gesù.
Il lungo richiamo – ne chiedo scusa ai lettori – mi sembra opportuno per mettere a fuoco meglio di quanto avviene solitamente il compito educativo delle famiglie cristiane in ordine alla scelta vocazionale dei figli. Verrà in luce che il tema non riguarda soltanto le famiglie cristiane; tutte le famiglie, tutte le persone che hanno a cuore la famiglia, l’educazione e le scelte dei figli per dare un senso compiuto alla loro vita troveranno motivi di riflessione e di stimolo. Ciò che è comune e si ha in comune è molto, più di quanto siamo abituati a pensare nel cosiddetto “mondo cattolico”; la sanità morale delle famiglie e la loro precisa coscienza di comunità educante sono condizione basilare di ogni discorso vocazionale. Ugualmente basilare è la coscienza della novità cristiana che le famiglie hanno in dono quando si aprono alla fede; anche il loro compito educativo acquisisce risonanze originali.
La famiglia comunità educante
Un primo punto di riflessione riguarda la coscienza di “comunità educante” propria delle famiglie cristiane. Sotto gli occhi di tutti stanno fatti che chiedono un attento discernimento. Non sono pochi i genitori che, per trascuratezza o per stanchezza o per un diffuso complesso di inferiorità, sono tentati di dare le dimissioni da educatori; non riflettono a sufficienza che non educare o educare parzialmente e settorialmente diventa una contro-educazione, un educare nonostante e contro la propria volontà di non educare. Altro fatto dilagante è la tendenza a concepire l’educazione come un fatto tecnico, sussidiato da una miriade di suggerimenti e di ricette che iniziano immancabilmente con un accattivante “come”: come essere felici, essere persone di successo, sani, equilibrati, ecc. Qui si prescinde, al di là delle apparenze, dall’etica e paradossalmente si cade in un moralismo banale. Anche nel campo vocazionale abbondano le indicazioni minuziose con il rischio di configurare l’apporto educativo come un insieme di tecniche o di meccaniche o, almeno, di piccole “regole del gioco”.
Di fronte a questi fatti e ad altri consimili (come quello di collocare la famiglia come una tra le tante “agenzie educative”) sembra necessario ricondurre la riflessione su alcuni aspetti nodali.
La famiglia in ordine alla scelta vocazionale dei figli va considerata tanto come “soggetto” responsabile quanto come ambiente (o luogo) educativo. Come “soggetto” responsabile la famiglia è cosciente (o è tenuta ad avere coscienza) che il suo compito verso le vocazioni non si esaurisce nell’educazione; contribuisce infatti anche con il suo essere una comunità di persone, con il servizio alla vita nell’aspetto di procreazione, con la partecipazione alla vita civile ed ecclesiale (cfr. FC, 17). L’educazione tuttavia è momento eminente del compito della famiglia e si può dire che porta a sintesi tutte le altre modalità; è infatti un diritto-dovere che si qualifica come essenziale, originale e primario, insostituibile e inalienabile (cfr. FC, 36).
Come ambiente o “luogo” educativo la famiglia ritiene di qualificarsi come un sistema in sé compiuto, a carattere fondamentale, dove è possibile porre una serie di azioni educative che abbiano una continuità e un significato globale. Poiché educare alla vocazione riguarda la persona nella sua identità e verità, tra le azioni educative messe in atto dalla famiglia è eminente quella che riguarda la libertà e la responsabilità della persona stessa cioè la sua dimensione etica. L’ethos è intimamente legato all’educazione e ambedue sono legati all’identità della persona, alla sua verità, come si ama dire oggi.
Tra verità ed ethos il legame è essenziale: la verità della persona costituisce la persona nel suo essere (o identità) e perciò anche nel suo dover essere (vocazione, missione) nella sua “moralità”. L’equivalenza dei termini essere/identità, dover-essere/vocazione e missione rimanda a differenti ottiche e linguaggi con cui si considera e si esprime l’identico problema. Si tenga presente peraltro che in gran parte della cultura contemporanea l’essere è concepito come l’io, aprendo la porta a una diffusa soggettività che rischia di obliare l’oggettività dell’essere.
La sequenza di idee-forza che sono state richiamate va colta nella sua interezza e nella sua dinamica. In tal modo si comprenderà, tra l’altro, come si possa e si debba reagire alla diffusa mentalità e alla conseguente prassi che relega l’educazione nell’ambito di un compito “tecnico”, come si è accennato prima. L’educazione è altra cosa, è un “fatto etico” cioè chiama in causa la moralità, l’intima coerenza tra l’identità della persona e la sua responsabilità nel diventare ciò che è. Non bastano pertanto i modi e tanto meno le tecniche se non vi è viva coscienza del proprio e altrui essere; coscienza della connessione dell’essere con il dover essere, il “divenire” di una persona; infine, coscienza della cura permanente di questo “divenire” o crescita verso là pienezza dell’essere. Identità – moralità – educazione si connettono fra loro e non consentono riduzioni sbrigative o alienazioni pericolose. L’osservazione fatta vale per la famiglia e vale per il compito educativo che le è proprio. La famiglia è educante se è capace di essere se stessa e se educa in progressiva coerenza con il diventare, ogni giorno, ciò che è. L’educazione – conviene ribadirlo – prima di essere un fatto tecnico è un compito etico e, prima ancora, attinge all’ontologia della persona: si educa per quello che si è e per quello che ci si propone di diventare. Senza etica, l’educazione scade a livello di ricette; l’etica senza pedagogia si riduce a proclamazione astratta di principi, a formalismo angusto e a moralismo facilone. Nella sequenza evocata, tuttavia, risultano alcuni passaggi che meritano di essere ripresi anche a motivo delle loro implicazioni pratiche. Ci riferiamo anzitutto al compito educativo colto nel suo fondamento e nella sua originalità quando avviene nella famiglia; in secondo luogo è importante delineare un quadro – per così dire – dei “massimi principi” dell’educazione familiare mirata vocazionalmente.
Originalità del compito educativo della famiglia
Le “agenzie educative” sono molte. Insieme alla famiglia ci sono la scuola, la parrocchia, i gruppi, i mass media, ecc. Si rischia di mettere in un unico calderone, senza adeguate distinzioni e senza gerarchia, le varie “agenzie” non facendo riferimento al titolo proprio in forza del quale educano. Nel campo vocazionale entrano in gioco il seminario o la comunità religiosa, i gruppi vocazionali con varia specializzazione, la chiesa locale. Nell’insieme delle realtà educative, la famiglia ha un suo titolo peculiare e specifico di intervento così che l’educazione familiare (e il suo apporto alla scelta vocazionale) risulta basilare, originale e insostituibile.
Si leggano e si meditino i seguenti testi magisteriali che ci dispensano da pur utili annotazioni.
“II compito dell’educazione affonda nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all’opera creatrice di Dio: generando nell’amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita e allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana” (FC 36)[1].
“Per i genitori cristiani la missione educativa, radicata come si è detto nella loro partecipazione all’opera creatrice di Dio, ha una nuova e specifica sorgente nel sacramento del matrimonio, che li consacra all’educazione propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo Pastore, come pure all’amore materno della Chiesa, e li arricchisce di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana. Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio ministero della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani che san Tommaso non esita a paragonarlo al ministero dei sacerdoti. Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio. La coscienza viva e vigile della missione ricevuta col sacramento del matrimonio aiuterà i genitori a porsi con grande serenità e fiducia al servizio educativo dei figli e, nello stesso tempo, con senso di responsabilità di fronte a Dio che li manda ad edificare la Chiesa nei figli. Così la famiglia dei battezzati, convocata quale chiesa domestica dalla Parola e dal Sacramento, diventa insieme, come la grande Chiesa, maestra e madre” (FC 38)[2].
Le costanti dell’educazione vocazionale in famiglia
Un secondo richiamo risulta opportuno in ordine all’educazione familiare mirata vocazionalmente. Si potrebbe parlare, con una certa enfasi, di “massimi principi” o, più umilmente, di costanti dell’educazione vocazionale propria della famiglia; le variabili sono di competenza delle singole famiglie. Il processo educativo alla vocazione, colto nella sua integralità, conosce il proprio “indimenticabile” inizio nella realtà del rapporto familiare dove si intrecciano fra loro i valori e le esperienze di coniugalità, di parentalità cioè di paternità/maternità, di figliolanza e di fraternità. Un primo, fondamentale contributo alla scelta vocazionale avviene con il vivere al meglio da parte dei membri della famiglia la propria condizione di coniugi e di genitori, di figli e di fratelli/sorelle, con le reciproche connessioni.
Educare significa comunque e sempre “educare alla e nella libertà”, in intima connessione con la dimensione morale della pedagogia.
La scelta vocazionale è appunto una scelta. Si tratta di accogliere liberamente un dono con la responsabilità di farlo diventare dono per gli altri, in coerenza con l’imperativo che vuole la vita umana come un “servire” ad imitazione di Gesù Cristo (cfr. Gv 13,12- 17).
Note
[1] “In altri termini, i genitori educano all’amore e al dono in forza della procreazione, ossia in forza di un fatto interpersonale e trans-personale la cui verità è data dall’amore e dal dono”. (D. TETTAMANZI, La famiglia via della Chiesa, Massimo, Milano, 198, p. 152).
[2] “Il testo si presta a molteplici rilievi, destinati ad elaborare una vera e propria teologia dell’educazione all’ethos del dono affidata alla famiglia cristiana. Quest’ultima, secondo una categoria più volte presente nell’esortazione di Giovanni Paolo II, viene definita “chiesa domestica”, ossia come “viva immagine e storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa”: tale è anche sotto il profilo educativo della Ecclesia mater et magistra. È dunque in quanto soggetto ecclesiale che la famiglia cristiana riceve e svolge il suo compito educativo. In simile contesto l’amore paterno e materno – sorgente, anima e norma dell’opera educatrice – costituisce una partecipazione all’amore materno della Chiesa. Inoltre, l’ecclesialità si pone non solo al principio ma anche al termine del compito educativo, in quanto possiede un’essenziale destinazione ecclesiale: i genitori sono chiamati e mandati ad edificare la Chiesa nei figli. Ora ciò avviene esistenzialmente mediante una partecipazione attiva e responsabile di tutti insieme – genitori e figli – alla vita e alla missione della Chiesa”. (D. TETTAMANZI, ivi, pag. 158).