La pastorale vocazionale nella pastorale familiare
Di appelli alle famiglie, perché riscoprano la loro missione di aprire i figli e le figlie alla vita sacerdotale o a quella di speciale consacrazione, non mancano. Non c’è documento vocazionale che non si rivolga ad esse. Poi ci sono le inchieste sociologiche a dire che, oggi la famiglia non è quasi mai orientata a vedere i propri figli e figlie – quando pure accetta di metterne al mondo con generosità qualcuno – preti o suore. Di qui i rimbrotti e le colpevolizzazioni verso le famiglie, ritenute causa principale, o quasi, della carenza di vocazioni. Ma chi mai ha detto con vera insistenza che la grazia matrimoniale aiuta i coniugi perché compiano il loro ministero e impegnino i propri carismi “oltre che nella testimonianza di una vita condotta nello Spirito, nella educazione cristiana dei figli, e in modo privilegiato nel camminare con loro nell’itinerario della iniziazione cristiana […] nella promozione delle vocazioni specialmente quelle di speciale consacrazione” così come affermavano i vescovi italiani in “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” (cfr. n. 104)?
L’ignoranza e la marginalizzazione del dovere della educazione vocazionale per le famiglie nasce anche da una mancata esplicita e permanente presentazione di quella che è la loro vera e propria missione.
Scendiamo allora ad alcuni orientamenti che si vanno diffondendo sempre più per merito delle famiglie stesse e dei preti che sono loro accanto.
La preparazione generale all’amore cristiano
Sotto questo titolo i vescovi italiani nel già citato documento, hanno messo in evidenza che la “preparazione al sacramento del matrimonio ha radici remote e si attua con i contenuti generali del messaggio evangelico […] Già la catechesi per i sacramenti dell’iniziazione propone e spiega ai fanciulli il valore cristiano dell’amore […] La catechesi agli adolescenti deve più che mai affrontare i problemi riguardanti il significato della vita e dell’amore […]La catechesi ai giovani è chiamata infine a presentare […] l’elevazione del matrimonio alla dignità di sacramento e il suo servizio alla Chiesa e alla società […] La preparazione generale al sacramento del Matrimonio è da inserirsi nella più vasta catechesi vocazionale” (cfr. nn. 62-66). Mi chiedo: in tutte le tappe catechistiche (che, ormai, si riconosce debbano essere non ritmate sulle date dell’anagrafe né sulla sequenza degli anni scolastici, bensì su itinerari capaci di formazione permanente delle persone fin dalla più giovane età) quando si comincerà a riproporre non banalmente, occasionalmente o incidentalmente, proprio nella educazione all’amore esperienza fondante la “sequela di Cristo”, che l’amore sollecita pure al sacerdozio ministeriale o alla vita di speciale consacrazione? Tutte le ipotesi di vita per un cristiano od una cristiana vanno, alla pari, sottoposte all’attenzione di chi è in epoca di scelte. È dovere preciso degli educatori – dai genitori, ai preti, ai catechisti ecc. – non fare in antecedenza, rispetto a Dio che chiama ad ogni possibilità vocazionale, le proprie arbitrarie selezioni. Quando si verificherà concretamente lo spazio che si dà, nel formare all’amore, alla prospettiva sacerdotale e a quella consacrata? C’è lo stesso convincimento usato per il matrimonio? O forse non se ne è capaci perché poco convinti della fondamentale necessità della presenza di ordinati e di consacrati nella Chiesa? È compito degli Uffici catechistici diocesani, delle associazioni e movimenti giovanili, della pastorale familiare ecc., verificare se esiste una proposta, alla pari, per tutte le vocazioni. Curino che questo avvenga in ogni articolazione della Chiesa locale.
La preparazione dei fidanzati al matrimonio ed alla famiglia
L’Ufficio nazionale della CEI per la pastorale della famiglia ha pubblicato recentissimamente un sussidio di prospettive ed orientamenti, esattamente con questo titolo. L’ho letto con particolare attenzione all’ottica vocazionale. Va dato ampio merito a tutto il documento perché aiuta finalmente a rendere organico e permanente nella Chiesa l’impegno di preparare al matrimonio. Le pagine centrali, e condizionanti tutto il resto, sul vangelo del matrimonio e della famiglia assunte con impegno cambieranno in profondità molte cosiddette “preparazioni al matrimonio”, rabberciate e puramente formali. Ma l’ottica vocazionale, particolarmente riferita alle vocazioni al sacerdozio ed alla vita consacrata mi fa muovere una osservazione forse eccessivamente critica. Perché, nel presentare il matrimonio in tutta la sua ricchezza e potenzialità sacramentale, non ci si è diffusi più ampiamente nel sottolineare che i futuri sposi non sono soltanto chiamati ad essere genitori di cristiani autentici, ma anche di persone cui Dio potrebbe riservare una vocazione di speciale consacrazione? Tra i compiti di “sposi nel Signore”, tra i valori ed i fini del matrimonio, in vista della stessa fruttuosità matrimoniale nella grazia poteva essere evidenziata di più l’apertura della futura coppia anche alla idea di poter donare al Signore figli e figlie come preti e suore?
Va riconosciuto che, in questi anni, la preparazione autentica al matrimonio ha superato la pura prospettiva di preparare delle coppie per proporre un futuro come famiglia (cioè genitori e figli). Proviamo a dilatare ulteriormente lo spazio prospettico. Certi “no” futuri a figli e figlie che desiderano farsi preti e suore non hanno lontane radici in silenzi ed omissioni durante il tempo della preparazione matrimoniale? Se i futuri sposi debbono mantenersi aperti alle possibilità generatrici, perché non andranno avvertiti che il frutto del loro concepimento potrà essere guardato, con specifiche attenzioni dal Signore? Se la famiglia è un dono alla Chiesa ed alla società in forza del sacramento del matrimonio perché non educarla a prevedere che i figli e le figlie potranno essere anche chiamati a donarsi con speciale consacrazione?
La famiglia nel mistero della Chiesa
Pure questo è un titolo ricavato da un documento del magistero. Riguarda una lunga serie di orientamenti che Giovanni Paolo II ha offerto nella “Familiaris consortio”. Il Papa dice fra l’altro che “la famiglia cristiana è resa simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa” (n. 49). Ora la maternità della Chiesa è esercitata nei secoli anche con il generare preti, suore, religiosi. La famiglia cristiana deve sapere che può essere chiamata da Dio a questo tipo di generazione. Il suo servizio ecclesiale potrà avvenire in tanti modi; non può escludere il dono di figli e figlie per particolari “missioni” alla Chiesa. Parte dalla preghiera, perché coloro che vengono alla luce, e maturano umanamente e cristianamente, sappiano rispondere ai progetti del Signore e non solo a quelli dei genitori. Molte famiglie, oggi, vengono aiutate da iniziative spirituali a scoprire il proprio ruolo ecclesiale e civile. Si amplino i discorsi e le riflessioni circa questa comunità al servizio di Dio e dei fratelli perché spalanchi le porte ai figli non solo verso la scuola o lo sport, le ultime mode o le ultime seduzioni consumistiche. Aiuti i figli perché sappiano camminare su particolari strade suggerite dal Signore.
Pregare ogni giorno per la vocazione dei propri figli; partecipare alle iniziative della comunità che si mette in riflessione e preghiera per le vocazioni sacerdotali o di speciale consacrazione; aprire formalmente e periodicamente discorsi vocazionali servendosi di sussidi vari è compito di ogni famiglia. I movimenti familiari sono i primi ad esser tenuti ad accendere e tener viva la fiamma vocazionale.
La famiglia in parrocchia
“La presenza di coppie cristiane come tali, e non semplicemente di un singolo coniuge, nei vari momenti della vita della comunità ecclesiale […] negli organismi pastorali, realizza e rende visibile il mistero loro proprio entro la Chiesa. E questa può così assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, nell’affrontare e risolvere i problemi pastorali. La famiglia infatti, introduce nella comunità ecclesiale, a partire dalla parrocchia, una componente di vicendevoli aiuti e uno stile più umano e fraterno di rapporti” (n. 109).
Parecchi consigli pastorali diocesani e parrocchiali stanno già rispettando questa indicazione: speriamo lo facciano presto tutti. Un dato è certo: se le famiglie avranno assunto coscienza di essere il primo e fondamentale ambito vocazionale, non potranno non tener desta tale prospettiva là dove si propongono attuali e concreti orientamenti pastorali. Eviteranno che la dimensione vocazionale sia una realtà di cui si parla solo una volta l’anno quando si sta per celebrare la “giornata mondiale per le vocazioni”.
Per concludere
Due osservazioni conclusive: il discorso vocazionale ha carattere – come oggi si dice – “trasversale”. Tocca cioè ogni settore e ambito della azione pastorale della Chiesa. Tocca chi guida, chi è coinvolto nei “consigli” di partecipazione ecclesiale, chi vuole essere fedele alla globale missione della Chiesa. La cosiddetta “pastorale d’insieme “, che è raccordo organico tra i vari settori della comunità diocesana e che come tale favorisce il raccordo anche nell’ambito delle zone e decanati vicariali e delle parrocchie, avrà un banco di prova proprio nella dinamica vocazionale generale e particolare. Occorre cimentarvisi con impegno.
La parrocchia inoltre può facilitare la conoscenza e l’amicizia diretta tra persone singole, soprattutto famiglie i preti e le suore che vi operano pastoralmente. Vivere non formalmente questo rapporto, non soltanto nei casi di bisogno o per riceverne servizi, contribuirà ad un clima di stima e di fiducia cordiale che è sempre stato una delle vie e delle condizioni che ha portato ragazzi e ragazze a chiedersi: perché anch’io non posso farmi prete o suora?