N.06
Novembre/Dicembre 1989

Tratti distintivi del “volto” della famiglia, oggi

Dopo una quasi decennale eclisse la famiglia torna ad essere oggetto dell’attenzione degli studiosi, forse diventa quasi un argomento di moda. Si moltiplicano i rapporti, le ricerche, i convegni, le curiosità, intorno ad una realtà, quella familiare, che sembrava irrimediabilmente in crisi. Questa ritrovata ricchezza del dibattito sulla famiglia rende difficile parlare di essa in un breve articolo. Mi sembra opportuno, pertanto, scegliere qualche tratto distintivo della famiglia di oggi, sapendo che la scelta è pur sempre una semplificazione ma preferendola comunque al pericolo di banali generalizzazioni.

 

 

Tratti distintivi

I due tratti distintivi che mi sembra utile trattare in questo mio breve contributo sono da una parte il ritorno della famiglia ad esser soggetto economico forte; e dall’altra parte l’affermarsi della famiglia lunga, capace di trattenere per molti anni al proprio interno i propri figli. Si tratta di due fenomeni strettamente connessi e che stanno incidendo, singolarmente e nella loro connessione, sulla concezione stessa della famiglia italiana d’oggi.

Anzitutto è giusto sottolineare il ritorno della famiglia come soggetto economico forte. In un Paese come il nostro ad antica e consolidata cultura contadina il fenomeno non è sorprendente; la famiglia contadina in effetti era una vera e propria azienda e si comportava da soggetto economico organico. Ma i grandi processi degli ultimi quarant’anni, cioè l’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno rotto quella dimensione economica unitaria; la famiglia urbana ed industriale è stata di conseguenza una famiglia “nucleare”, basata su un nocciolo ristretto di convivenza e centrata più su rapporti affettivi che su rapporti economici.

Con l’andar del tempo però la famiglia ha ritrovato la sua dimensione ed il suo potere di soggetto economico, tanto che oggi la stessa ricchezza o povertà non possono essere giudicate in base al reddito personale ma vanno correlate al reddito familiare. Una famiglia può avere un capofamiglia ad alto reddito ed essere al tempo stesso una famiglia non ricca (se gli altri componenti non contribuiscono con altre fonti di entrata); mentre dove c’è un capofamiglia a basso reddito può esserci una famiglia relativamente ricca (se a quello principale si aggiungono altri redditi: di secondo lavoro del capofamiglia, di lavoro del coniuge, di part-time dei figli, ecc.).

In altre parole la famiglia è diventata “un’azienda produttrice di reddito” un po’ come la famiglia contadina era un’azienda produttrice di beni. Questa maggiore ricchezza rende la famiglia stessa non soltanto soggetto di reddito ma anche grande soggetto di risparmio, di investimento, di consumo. È soggetto di risparmio, perché da un lato oggi il risparmio italiano è quasi per il 95% risparmio familiare e perché dall’altro le decisioni relative alla sua gestione (dall’acquisto di immobili all’acquisto di beni-rifugio all’acquisto di polizze integrative di pensione) passano per valutazioni comuni della famiglia. È soggetto di investimento da una parte perché è la famiglia che decide come collocare le proprie disponibilità finanziarie, dall’altra perché spesso la famiglia investe in precise attività aziendali (il proprio negozio, il proprio laboratorio artigiano, la propria piccola impresa industriale, ecc.). Ed è soggetto di consumo giacché la maggior parte dei consumi (e non solo quelli alimentari e casalinghi) passa per decisioni di tipo familiare.

La grande novità quindi degli ultimi dieci-quindici anni è l’esplosione della famiglia come soggetto economico centrale nell’attuale evoluzione della società italiana. Può spiacere a molti, che vedrebbero più volentieri la coesione familiare dipendente da valori e da affetti, ma la realtà dei fatti indica che il recupero del potere familiare è avvenuto attraverso meccanismi più semplicemente economici.

Questa novità ha portato al secondo tratto distintivo cui ho accennato all’inizio: l’affermarsi della famiglia lunga. Una famiglia a più redditi permette consumi cui i figli non rinunciano volentieri per farsi un proprio nucleo familiare; una famiglia a più redditi permette di investire anche sui propri figli, prima facendoli studiare fino alla laurea ed alla specializzazione poi magari destinando risorse alla creazione di piccole attività imprenditoriali in cui incardinarli; una famiglia a più redditi permette livelli di risparmio che consentono anche ai figli una agevolezza di vita (e delle ambizioni future) che possono essere perseguite meglio se si resta in famiglia. Di qui il fenomeno di un allungamento dei tempi di permanenza all’interno del nucleo familiare di origine, anche in ragione di una libertà soggettiva dei singoli membri (specialmente dei figli naturalmente) che garantisce rapporti umani più fluidi ed autonomi, ben lontani da quei modelli di “padre padrone” che erano stati tipici della famiglia contadina, ed in parte anche della famiglia nucleare.

 

 

Alcuni effetti culturali

Questi due grandi tratti della famiglia d’oggi (grande peso economico e sede di convivenza prolungata) hanno naturalmente effetti culturali importanti. In particolare hanno l’effetto di far crescere il livello culturale dei giovani che studiano di più, che arrivano a più alti livelli di professionalità, che possono permettersi di aspirare a lavori autonomi ed imprenditoriali, che possono seguire anche proprie specifiche vocazioni culturali e professionali. C’è più ricchezza di opportunità per i giovani, dove la famiglia è forte e lunga. Ma c’è anche, sull’altro lato della medaglia, la possibilità che i giovani, adagiandosi in essa, vivano con scarsa tensione di modernizzazione e con una certa resistenza all’assunzione di nuove responsabilità. Pur laureati e specializzati secondo vocazione i figli spesso rinviano le scelte personali, preferiscono più libertà e meno responsabilità. Uscire da una famiglia ricca e lunga diventa meno naturale e fluido di una volta, diventa una decisione a più forte grado di intenzionalità: occorre una radicalità di aderenza ad un progetto, non la naturale creazione di un nuovo nucleo familiare.

In questo senso si può supporre, anche se non abbiamo ancora abbastanza elementi per un controllo, che la vocazione sacerdotale e le altre vocazioni di speciale consacrazione possano essere scelte più radicali ed intenzionali. Avremo, in questa prospettiva, meno vocazioni in termini quantitativi ma forse vocazioni più radicalmente ed intenzionalmente seguite. Ma si tratta di un’ipotesi soltanto per ora. Delle novità portate dalla famiglia ricca e lunga possiamo per ora riscontrare soltanto gli effetti più superficiali.

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