Impiegati… per la costruzione di un edificio spirituale
La situazione di “crisi cronica” delle vocazioni con il fenomeno di inevitabile invecchiamento di sacerdoti, religiosi e religiose può impedire di vedere con serenità, senza complessi di colpa e senso di angoscia, il processo dell’esperienza “vocazionale” dei giovani di oggi.
Spesso si dice che i giovani non hanno il coraggio di impegnarsi a fondo per un progetto di vita irreversibile e totale. Questo può essere vero sia per l’impegno nella vita di consacrazione religiosa o servizio sacerdotale, sia per l’assunzione di un legame fedele e stabile nella vita di coppia.
È di moda il “volontariato” che consente di assumere un impegno a tempo definito secondo le proprie possibilità. In genere si attribuisce questo modo di pensare e di vivere alla cultura attuale della precarietà e della frammentazione. Il tramonto delle grandi ideologie ha messo fuori gioco anche le “militanze” totali e senza riserve. Tutto si vive all’insegna della provvisorietà.
Il senso del limite
È tutto negativo questo modo di sentire? Non potrebbe offrire lo spunto per scoprire una dimensione che accompagna ogni esperienza di “chiamata” biblica? Il senso del limite che genera paura, resistenza ed obiezioni è una componente delle vocazioni bibliche, da quella di Mosè e Geremia, fino a quella di Maria e di Paolo. È la forte coscienza della propria creaturalità di fronte alla “santità” di Dio che provoca un senso di smarrimento e sconcerto in colui o colei che è chiamato. La crisi di Mosè e di Geremia, come il turbamento di Maria e la resistenza di Paolo non sono solo scorie umane, ma fanno parte del processo vocazionale e rivelano una dimensione “teologica” dell’iniziativa di Dio.
In altre parole si potrebbe esprimere questa dimensione così: solo Dio, pienezza di amore, è in grado di donarsi senza riserve. Nella formulazione di fede cristologica questo viene espresso da Paolo in un testo dettato per la Chiesa turbolenta di Corinto. I cristiani di quella comunità, per un malinteso con l’apostolo fondatore, avevano dubitato della sua onestà: dice una cosa e poi fa un’altra. Paolo risponde: non posso ingannarvi perché io sono come un ambasciatore di Dio per proclamare il suo vangelo. E il contenuto essenziale del vangelo è il grande “sì” di Dio in Cristo, perché “tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì” (2Cor 1,20a). E poi continua: “Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro ‘amen’ per la sua gloria” (2Cor 1,20b). È bella questa presentazione dell’ esperienza salvifica nei termini del reciproco impegno, ma con il rispetto dell’ordine teologico: da Dio in Cristo a noi credenti o Chiesa.
Ma tutto questo è ancora nell’ordine della riflessione teologica che parte da un’esperienza o formulazione della fede. Sul piano storico o esistenziale, il sì di Gesù è maturato progressivamente in un contesto di tensioni che alla fine diventano conflitto drammatico. È vero che Gesù ha scelto fin dall’inizio la via della fedeltà del “Figlio” rigettando le proposte alternative dell’autoaffermazione nella forma del successo miracolistico, politico o religioso (le “tentazioni” dell’avversario).
Consegnarsi al Padre
Ma fino all’ultimo momento il suo sì al Padre è maturato in un contesto di intensa e drammatica preghiera. La tradizione comune ricorda la sua lotta nel giardino nella notte dell’arresto. Egli si rivolge al Padre con estrema fiducia: lo chiama Abbà. Ma chiede di essere liberato dalla tribolazione imminente che contraddice il suo desiderio di vivere (cfr Mc 14,36). La conclusione di questa preghiera di Gesù è la sua consegna totale alla volontà del Padre, come atto supremo di fedeltà. La tradizione cristiana primitiva parla di obbedienza o fedeltà vissuta da Gesù nella condizione di massima crisi. E in questo consiste l’esaudimento della sua preghiera: restare Figlio fedele anche nella situazione contraddittoria di una morte atroce e infame (cfr Ef 5,7-10; Fil 2,8).
Paolo di Tarso ha trascritto questo evento della fedeltà estrema di Gesù con il linguaggio del donarsi o consegnarsi: “ha dato se stesso” (Gal 1,4; 2,20). La radice di questo donarsi di Gesù, che ha un’efficacia salvifica, è l’amore, che assume connotazioni personalizzate nell’esperienza di Paolo: “Mi ha amato, e ha dato se stesso per me”. È precisamente questo amore, attuato storicamente nel dono di sé nella forma estrema della morte di croce, che strappa Paolo e tutti i credenti dalla situazione di peccato. Infatti se il peccato prima di essere una violazione di codici etici è il rifiuto dell’amore come auto-ripiegamento mortale, allora si capisce che solo un amore totalmente gratuito può strappare l’essere umano peccatore da questo dinamismo di morte. È quanto afferma ancora Paolo in un brano della seconda lettera ai Corinti succitata: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti… Egli è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5, 14-15). In questo testo paolino l’amore di Cristo che preme e costringe ad una risposta di amore che si dona, non è il nostro amore per Cristo, ma quello che attraverso l’autodonazione di Cristo si rivela e comunica: l’amore creatore e redentivo di Dio. Solo questo amore libera dal limite creaturale che genera la paura della morte e del rischio. Chi accoglie nella fede questo dinamismo di amore liberante può donarsi a Dio per mezzo di Cristo. Il suo sì sale a Dio solo per mezzo del sì di Cristo che lo fa sbocciare come atto libero di amore dentro il credente.
Sì, nella Chiesa
Che cosa c’entra la Chiesa in tutto questo? È interessante rilevare che Paolo in questi testi non parla mai al singolare, esclusa l’esperienza personalizzata dell’amore di Cristo (cfr Gal 2,20). Ma anche in quel caso l’io di Paolo è rappresentativo della storia di ogni credente cristiano. Di fatto la fede che Paolo ora vive nella sua realtà storica si attua in una rete di rapporti definiti dall’amore (cfr Gal 5,6). In altre parole l’amore di Dio, rilevato e comunicato da Cristo mediante il suo Spirito nel cuore dei credenti, sta alla base di nuove relazioni, rese possibili da questa nuova creazione. L’aspetto dinamico e relazionale dell’esperienza di Chiesa nata dalla fede e animata dallo Spirito con i suoi molteplici doni, viene espressa da Paolo e dalla sua tradizione con l’immagine della costruzione. Non è una costruzione umana – oggi si direbbe psicologica o sociologica – ma si tratta di un tempio o santuario di Dio.
L’autore della prima lettera di Pietro, che si ispira a questa tradizione paolina, parla di costruzione di un edificio spirituale. Esso è fondato sulla pietra viva che è Cristo risorto e cresce mediante l’impiego di pietre vive che sono i credenti battezzati, innestati e aderenti a Cristo Signore. Dunque la Chiesa è questo santuario di Dio, formato dalla rete di relazioni, che hanno il loro centro unificante e dinamico in Cristo Gesù. Ma l’iniziativa della costruzione risale a Dio. Il passivo venite impiegati rimanda all’ azione di Dio che sta all’inizio di questo processo di costruzione. Non manca un accenno discreto allo Spirito che è come il dinamismo interiore e vitale di questa edificazione ecclesiale. Si parla infatti di un edificio spirituale in cui si celebra la liturgia della vita animata dallo Spirito mediante il dono dell’amore. Queste sono le grandi opere di Dio che i credenti proclamano non solo a parole, ma con il loro stile di vita davanti a tutti gli uomini. In breve si può dire, parafrasando il celebre testo di apertura della Lumen Gentium: la Chiesa è il luogo di incontro degli uomini con Dio e degli uomini tra loro. È una comunità di relazioni libere e gratuite dove si realizza il dono di sé grazie all’accoglienza del grande dono di Dio per mezzo di Cristo nello Spirito.
Proporre la vocazione cristiana in una prospettiva ecclesiale vuol dire riscoprire queste radici teologiche e cristologiche della comunità dei credenti. In tale orizzonte è possibile parlare del dono di sé senza cedere alle tentazioni del volontarismo sterile e frustrante. Solo Dio creatore e redentore può donare totalmente se stesso. Nell’apertura al dono di Dio per mezzo di Gesù Cristo e nello Spirito si mette in moto quel processo di liberazione, crescita e maturazione delle relazioni umane che si attuano nel reciproco dono. In tale contesto la Chiesa diventa l’ambito per scoprire, accogliere e vivere il dono di sé in una rete di relazioni libere e gratuite. L’itinerario vocazionale nella Chiesa non è allora un settore periferico o specialistico, ma la realtà stessa della Chiesa in “stato nascente e di crescita”. Ma tale itinerario a partire da un sì iniziale rimane aperto al suo compimento che va oltre l’orizzonte della Chiesa.