La celebrazione della “giornata”: un fatto ecclesiale
Il tema proposto come struttura portante della XXVII giornata i preghiera per le vocazioni, già nella sua formulazione, lascia intravedere l’esigenza di progettare, da un punto di vista ecclesiale, non solo la proposta di una “domenica” a sfondo vocazionale, ma, piuttosto, di ripensare al programma di pastorale vocazionale proprio di una Chiesa particolare.
È costume diffuso considerare l’esperienza di una vocazione di speciale consacrazione come una specie di “fatto privato” riguardante la persona che si è scoperta preceduta e rivestita dall’appello pressante della sequela, come una specie di realizzazione della “propria strada”.
Lo slogan per quest’anno – invece – mira a far comprendere come ogni vocazione trova il suo humus di crescita nella Chiesa e la sua ragione d’essere nel suo svilupparsi per la Chiesa e attraverso di essa per il mondo.
Non si tratta a questo riguardo di ribadire le opzioni ecclesiologiche del Concilio, ma di “toccare il polso” delle singole comunità su questo particolare aspetto.
Nella secolare tradizione della Chiesa c’è già un’esperienza di forte maturazione della chiamata di Cristo nella Chiesa: la struttura pedagogico – vocazionale dell’iniziazione cristiana. Essa rappresenta, raccordandosi a tutti gli altri sacramenti che perfezionano o consacrano in maniera definitiva la chiamata battesimale, il segno fecondo di una prassi ecclesiale di educazione a Cristo nella Chiesa, in quanto sa raccordare l’appello alla conversione proclamato dalla Parola, la consapevolezza della fede celebrata nel Sacramento e la dinamica di risposta fedele e capace di dire, nella carità, la verità di ogni vocazione. Ogni vocazione è dunque fatto ecclesiale, non privato, e come tale va educato e celebrato.
Quanto vogliamo considerare in questo contributo è solo una pista orientativa sull’importanza dell’ecclesialità della celebrazione della giornata vocazionale mondiale.
1. Dal piano pastorale diocesano (PD) al piano di pastorale vocazionale (PV)
Il Piano di Pastorale di una diocesi non è mai una specie di teorema ecclesiologico che sottintende una visione efficentistica di Chiesa, ma rappresenta il concretizzarsi delle caratteristiche fondamentali della Chiesa nella situazione particolare di una Diocesi. È già risaputo un felice assioma diffuso nelle nostre Chiese: talis ecclesiologia talis actio pastoralis.
Pastorale ed ecclesiologia, cioè, non sono divergenti attenzioni, ma uno sforzo convergente e complementare per cercare in un tempo ed in un luogo ben precisi un’immagine credibile di comunità cristiana, fedele al mandato del suo Maestro e Signore. Il PV di una Chiesa locale viene così ad inserirsi naturalmente – e non forzatamente – ed armonicamente – e non come excursus facoltativo – nel più vasto PD. Anzi ne rappresenta la risonanza qualitativa. Infatti, se pastorale è la riproposizione dello “stile” di Gesù nel tempo della Chiesa, si comprende chiaramente l’importanza di una “scuola di vita”, visto che molta parte del ministero di Gesù ebbe una forte tonalità vocazionale e personalizzante.
In particolare la promozione e l’attuazione di un PV rappresenta un concreto ed insostituibile servizio all’uomo, attraverso l’attenta e sapiente predisposizione di una pedagogia vocazionale capace di porre un giovane, un fanciullo, o, più ampiamente, un battezzato nella situazione più adatta per porre un’opzione di vita. È la concretizzazione di un’attenzione a quell’accompagnamento personale verso la scelta obbediente abbracciata con libertà.
Ma ancora più in profondità l’attuazione di un PV consente alla Chiesa di porre in atto alcune dimensioni costitutive del suo “mistero”.
– Esso rappresenta un concreto servizio alla maternità che è propria della Chiesa, che non si esplica solo nell’accogliere i nuovi membri, ma anche nel guidare i cristiani alla pienezza della loro vita e chiamata nella fede.
– Esso rappresenta un concreto servizio all’unità nella santità propria della Chiesa. Non esistono più PV (uno per i preti, uno per i religiosi ed un altro ancora per preparare al matrimonio), ma esiste il PV in cui ogni chiamata è considerata e valorizzata nell’unità dei carismi e può offrire il suo contributo alla progettazione. È questa un’istanza basilare del documento CEI, “Vocazioni nella Chiesa italiana” che afferma: “tale azione unitaria [della Chiesa] costituisce il frutto di uno sforzo armonicamente coordinato di tutte le componenti della comunità ecclesiale impegnata a favorire, nella diversità delle responsabilità, tutte le vocazioni consacrate. Si impone dunque un comune impegno perché nelle Chiese particolari la pastorale vocazionale coinvolga e promuova tutte le responsabilità in un servizio efficace alla Chiesa” (n. 1).
– Un PV rappresenta un servizio alla fecondità apostolica della Chiesa: come realizzazione della risonanza dell’annuncio del Regno nella vita di un chiamato e come espressione della abilitazione a renderlo, a sua volta annunciatore nella fedeltà della propria esperienza ecclesiale.
– Infine un PV rappresenta un servizio alla cattolicità della Chiesa: ogni chiamata trascende i confini della storia di ciascuno e i limiti di una Chiesa locale, essa diventa dono, apertura agli orizzonti ulteriori della Chiesa e del mondo. Anche la missionarietà (e quella ad gentes in particolare), dunque, si raccorda in un PD ed in uno specifico PV.
2. Il rapporto tra piano pastorale diocesano e piano vocazionale
Dopo aver posto le basi di riflessione occorre ricercare un rapporto, un canale privilegiato per raccordare PD e PV. Tale raccordo può essere ricercato sia a livello di “immagine” complessiva di Chiesa (come sommariamente illustrato sopra), sia nei singoli elementi di un PD. A questo proposito evidenziamo solo alcuni possibili ambiti di collegamento.
– Al livello della catechesi: un PV può offrire ad un progetto complessivo di una diocesi la preziosa sottolineatura della dimensione dell’ascolto, della capacità di non sorvolare sulle domande dei soggetti in ricerca, ma anche illuminare il traguardo di una catechesi: la formazione del cristiano adulto nella fede e capace di scelte di vita generose. In sintesi una catechesi attenta alla persona, al suo cammino evolutivo; formativa e non solo informativa; una catechesi per la vita cristiana e non solo in occasione dei sacramenti, che, se così non fosse, risulterebbero tavole fuori testo, sganciate da un progetto complessivo.
– Al livello della pastorale giovanile: un PV si pone come lo sforzo ecclesiale di superare la divaricazione fede-vita e la frantumazione di senso da parte dei giovani nel significato parziale dei vari ambiti di vita. In fondo una vocazione (qualunque) è l’appropriazione del proprio senso globale nella fedeltà ad un Altro che chiede non una fede legata alla logica della prestazione temporanea, ma unificata nella vita.
– Al livello della pastorale familiare: presente in un PD. Tale sottolineatura per creare nelle famiglie un contesto sempre più positivamente aperto alla scelta vocazionale dei figli e renderle corresponsabili nella scoperta di essa attraverso l’opera educativa.
– Al livello della promozione della ministerialità. In ogni PD l’attenzione all’articolazione dei vari ministeri rappresenta una reale urgenza. La proposta legata ad un PV non può che apportare una positiva sottolineatura per una proposta ecclesiale di formazione ed impiego di una gamma sempre più ampia di ministeri, sia a livelli di ministeri istituiti, sia a livello di quelli di “fatto”. Essi infatti rappresentano la concretezza e la possibilità di consegnarsi alla Chiesa nella costruzione di una consistente identità cristiana.
– Al livello della dimensione orante della Chiesa. Un PV attento al valore della preghiera per far spazio alle ragioni di Dio nella storia di una persona e di tutta la comunità, aiuta il PD a non ridursi ad un livello mono – dimensionale, orizzontale, ma a ritrovare che ogni sua scelta ed azione è fatta “nel nome di Gesù”, offrendo un respiro più alto alla verità dei gesti umani. Come ogni vocazione nasce e matura in un clima di preghiera, così ogni azione pastorale trova il suo punto di avvio e di discernimento e la sua dimensione di ringraziamento nella preghiera.
3. Celebrare una giornata ecclesiale di preghiera per le vocazioni
Alla luce di questo rapporto di interdipendenza tra un PD e un PV risulta con chiarezza che una giornata di preghiera per le vocazioni non rappresenta un evento episodico, sovrapposto ad una trama già sviluppata (magari a prescindere da una dimensione vocazionale) ma si deve radicare sulle opzioni concrete di ogni singolo Piano Pastorale. Si parla, e a ragione, di celebrazione della giornata vocazionale mondiale. Dietro questa espressione non si vuole certo vedere uno spessore di “trionfalismo” né un mettere al centro un elemento marginalizzato nella trama ordinaria della pastorale e che, per un giorno soltanto, viene alla ribalta dell’attenzione della Chiesa. La sua stessa collocazione nel tempo pasquale fa emergere come la dinamica vocazionale risulti uno stile inconfondibile della comunità compaginata attorno al Crocifisso Risorto, che è fonte della Chiesa e di ogni suo dono in essa. Inoltre la verità dell’espressione “celebrare” sta proprio nel fatto che la celebrazione non è pensabile senza una preparazione e senza una sincera capacità di ritornare sull’esperienza, per illuminare le scelte successive, siano esse strettamente personali o ecclesiali. La celebrazione, detto altrimenti, deve radicarsi in questo cammino di Chiesa e deve aprirsi ad una reale esperienza di fede ecclesiale.
Nella vita dei giovani, spesso, risultano significative proprio quelle “celebrazioni” (intese in senso allargato come momenti in cui si esprime qualcosa di reale e che il singolo o il gruppo stanno vivendo) in cui si arriva, dopo un cammino di discernimento guidato e di scoperta, ad una svolta, ad un approfondimento del proprio impegno, del proprio coinvolgimento in una storia che è insieme la mia e quella della mia gente, della mia comunità.Non si celebra, infatti, se non nella verità del gesto e non si celebra mai nell’apparenza, ma nella sostanza di un vissuto.
La verità del gesto è che una giornata di preghiera per le vocazioni impegna veramente tutta la Chiesa nella sua capacità di accoglienza dei doni di Dio, ma anche nello sforzo pedagogico e progressivo che un attento PV deve tenere debitamente in considerazione. In sostanza nella capacità di creare un contesto coinvolgente per lo sviluppo dei doni di ciascuno.
La sostanza del vissuto è che la celebrazione tende ad essere un centro di convergenza e di irradiazione per una pastorale globale delle vocazioni. Si profila dunque una celebrazione ad ampio respiro capace di far entrare nel suo dinamismo: la catechesi, la preghiera, la testimonianza ecclesiale propria di ogni vocazione, la generosità dei singoli e delle famiglie, ma vedendo in questi ambiti l’unico denominatore comune dell’ecclesialità delle vocazioni in Cristo.
Nel celebrare una comunità “espone” se stessa. Il suo originarsi dalla storia di Dio che è concretissima e vicina a ciascuno, nel suo essere dispensatrice di qualcosa che è più grande di se stessa perché la precede e rappresenta il suo traguardo. Ma anche la Chiesa si “espone” nella costante serietà di sapersi trasformare nel segno che celebra. Nel nostro caso in una Chiesa che sappia offrire un volto complessivo di disponibilità per chi in essa vuole trovare la reale possibilità della propria maturità.