N.01
Gennaio/Febbraio 1990

La vocazione alla Chiesa

E’ormai nota un’incisiva affermazione di Romano Guardini, datata nel 1921: “Un evento di inestimabile importanza è in atto: la Chiesa si risveglia nelle anime”.

Come anche è conosciuta l’audacissima formula di Tertulliano: “Dove sono i Tre, cioè Padre, Figlio e Spirito Santo, ivi è la Chiesa che è il Corpo dei Tre”.

Paolo VI, educato dalla sua ininterrotta meditazione sulla Chiesa, ha potuto proclamare, in pieno Concilio Vaticano II: “Mistero è la Chiesa. Cioè realtà imbevuta di divina presenza” (29 Settembre 1963).

E il Concilio poté riprendere una indimenticata affermazione di S. Agostino: “Ognuno possiede lo Spirito Santo tanto quanto ama la Chiesa” (O.T. 9).

 

 

Il Regno, per il tramite della Chiesa!

Ci sembra che una logica recondita colleghi queste affermazioni: per capire la Chiesa bisogna risalire al “Mistero nascosto nei secoli in Dio” (Ef 3,9) e per capire il progetto di Dio bisogna approdare alla Chiesa, “la pienezza di Colui che si riempie interamente in tutte le cose” (Ef 1,23).

La Chiesa, dunque, diverrebbe riduttivamente capita, per non dire che ne risulterebbe assai deformata, se venisse definita solamente come “società di salvezza”, come “comunità visibile”, come “organismo religioso”, come “realtà transitoria in vista del Regno dei Cieli”. In questo caso, la Chiesa sarebbe, come si dice, una “realtà penultima”; sarebbe una benefica istituzione veneranda ma transitoria e del livello dei beni di consumo “usa e getta”.

E in questo caso, non sarebbe possibile comprendere quelle decisive affermazioni della Rivelazione il cui filo conduttore sembra spiegabile, solamente, se si risale alla natura escatologica, eterna, divina, celeste e metastorica della Chiesa: la Chiesa sposa (Ap 21,2), la Chiesa nuova Gerusalemme Celeste (Ap 21,2), la Chiesa Regno di Dio già presente in mistero (LG 3), la Chiesa mistero (LG 1).

Lo stesso nome nuovo di Gesù, cioè Emmanuele (Mt 1,23), Dio con noi, che è speculare al nome nuovo della Chiesa tenda di Dio con gli uomini (Ap 21,3), ci indicano come non è più possibile dividere quello che Dio ha congiunto e che la Chiesa è lo spazio santo dove Dio abita (cfr 2 Cor 6,16), il Corpo dei Tre, e che Cristo e Chiesa sono due in carne una, in passione una et in requie una (S. Ambrogio).

Quando dunque si considera la chiamata del cristiano e si vuole dare un contenuto e un oggetto alla vocazione, è necessario essere completi, non riduttivi e non “sezionatori”: il cristiano è un chiamato al Regno (cfr 1Ts 2,10) ma è, contestualmente, chiamato alla Chiesa, è uno che è posto nella Chiesa (cfr 1Cor 12,28).

Non si dà “lavoro per il Regno” che non passi per un “lavoro di Chiesa” che è, come si ricordava, il Regno di Dio presente in mistero. La Chiesa è dunque frontiera d’obbligo per l’ascolto e per l’esercizio della vocazione.

 

 

La Chiesa “parete di ricezione” delle vocazioni

La Chiesa è anzitutto la “parete di ricezione” dove la vocazione divina risuona e si fa intendere, quasi come in eco.

Ricorderemo la vocazione di S. Paolo che, sulle prime, pare la più indipendente dall’operato della Chiesa e, per così dire, la più solitaria e intima vocazione consumata in un rapporto esclusivo fra Cristo e Saulo stesso; e che diviene, invece, immediatamente, un fatto ecclesiale il quale coinvolge, perfino nella tappa dell’appello del chiamato, la Chiesa stessa. “Alzati, ti sarà detto ciò che devi fare… Saulo! mi ha mandato a te il Signore, affinché sia colmo di Spirito Santo… Barnaba lo presentò agli Apostoli… e poté stare con loro” (Cfr At 9).

Noi “siamo chiamati in un solo corpo” (cfr Col 3,15), cioè chiamati alla vita di Cristo che si realizza nell’insieme formato dai cristiani, nella Chiesa.

Non possiamo dimenticare che, se è vero che Gesù, con l’Ascensione, si è allontanato dalla Chiesa, con la Pentecoste, è ritornato più imminente e più vitale nel suo Corpo, di quando stava “davanti” e di quando stava “con” gli Apostoli (cfr Gv 14,25).

Lo aveva dichiarato già prima della morte: “ Vado e torno a voi” (Gv 14,28); “ora sono con voi e sarò in voi” (Gv 14,20). Nel tempo della Chiesa siamo nel processo della osmosi fra lo Sposo e la Sposa: “Egli, lo Spirito Santo, prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,15); “vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26). II Cristo pervade la Chiesa con la sua operazione recondita: “noi tutti siamo abbeverati di un solo Spirito” (1 Cor 12,13).

Dopo l’Ascensione, lo Spirito Santo ha dischiuso una realtà, quella che chiamiamo con il nome di Chiesa, e l’ha costituita Corpo – Sposa – Tempio: “di due dunque, ne risulta una persona, del Capo e del Corpo, dello Sposo e della Sposa… Sapete che sono due persone, ma sono fuse in uno dalla loro unione” (S. Agostino).

Per cui, ora, noi possiamo dire: “Credo nello Spirito Santo, non solo in sé stesso, ma come Colui che unifica, santifica, cattolicizza e apostolicizza la Chiesa” (Congar). Nella Chiesa risuona la parola di Dio; Egli chiama con “voce forte che continua a parlare eternamente” (Dt 5,22).

I nostri occhi e orecchi dovrebbero aprirsi al fine di percepire, nello spazio della Chiesa, la presenza del Signore e della sua missione che esige di diventare la nostra: “chi ha orecchi, intenda” (Mt 12,9).

La Chiesa esiste per essere un vivente memoriale di Dio che ha parlato, di Dio che è con noi, di Dio che è in noi.

La Chiesa, come venne detto al Concilio Vaticano I, è “quasi concreta revelatio” (Mansi 51, 314b), come se abitasse in un’unica casa, avesse un’anima sola e una sola bocca.

Portatrice di messaggi, strumento di Dio per il ripristino della comunione, addetta alla costruzione per il Regno, economa dei misteri di Dio: questa è la grandezza della Chiesa, ma questo è anche il senso formidabile della sua piccolezza e strumentalità.

La liturgia bizantina canta nella festa dei Concili: “O beati! Siete convertiti per aiutare il Verbo di Dio. Unendo il vostro pensiero a quello dello Spirito Santo, accogliendo tutta la luce dello Spirito, araldi di Dio, divinamente ispirati, annunciate il soprannaturale messaggio, portatori di evangelici precetti, resi dall’alto partecipi delle beate tradizioni, ne date chiara rivelazione e, illuminando, insegnate le norme della fede apprese da Dio”.

Per l’individuazione e per la risposta alla vocazione è dunque prioritariamente necessaria una delicata opera di sintonizzazione e di accordo su quelle lunghezze d’onda che accomunano il Dio che parla e che chiama, la Chiesa che è, ad un tempo, ascoltatrice e ambasciatrice, il chiamato che è destinatario e “percettore”.

L’udire la vocazione non è dunque un affare privato o solitario del singolo che viene chiamato. Non v’è assolutamente nulla, nel cristiano, che possa essere estraniato da quell’unico atto di amore-obbedienza che Cristo ha voluto transitare nella Chiesa, nella quale ha infuso la sua forza, il suo movimento, la sua energia.

Per ricevere lo Spirito Santo occorre “portare il nome” del Figlio ed essere membro del suo Corpo; soltanto in questo modo è possibile “ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (cfr Ap 2,29).

La Chiesa, “parete di ricezione della parola divina” deve, dunque, impegnarsi a lasciar filtrare le vocazioni e poi prendersi cura di interpretarle, chiarirle, renderne cosciente il chiamato e guidarlo alla realizzazione. Deve consacrare, nei riguardi dei chiamati, “le proprie energie vitali” (1 Ts 2,7-8).

“Tra Cristo Nostro Signore, Sposo, e la Chiesa, sua Sposa, è lo stesso Spirito che governa e guida le nostre anime” (S. Ignazio di Loyola). “Senza l’esempio e la cosciente cura della sommessa chiamata di Dio nelle anime, è impossibile che le vocazioni germinali si dispieghino” (Von Balthasar).

 

 

La vocazione: “ecclesiasticizzazione della persona” 

(Evdokimov)

I “perfetti”, cioè i cristiani maturi, sono coloro che hanno “l’anima ecclesiastica”, che hanno, cioè, lasciato che nella loro anima si condensasse la coscienza di Chiesa, secondo quanto già affermava Origene: “per conto mio, la mia aspirazione è di essere veramente ecclesiastico”.

Chi si abbandona al Dio che chiama deve rendersi così malleabile che, da singola coscienza privata, egli abbia a passare, progressivamente, a “coscienza ecclesiale”, ad “anima ecclesiastica”.

Ricorderemo Paolo VI il quale ebbe a dire, di se stesso, come la Chiesa fu “l’anelito profondo di tutta la sua vita, il sospiro incessante intrecciato di passione e di preghiera” (13 Giugno 1973).

Sul finire della sua vita, Paolo VI poté anche dichiarare: “la Chiesa; potrei dire che l’ho sempre amata e che per essa, non per altro, mi pare di avere vissuto… vorrei comprenderla tutta, Corpo mistico di Cristo, vorrei abbracciarla, amarla” (Pensiero alla morte). Per questo egli poté insegnare: “la coscienza del mistero della Chiesa produce nelle anime quel senso della Chiesa che pervade il cristiano” (Ecclesiam Suam 1).

Chi vive in questa dimensione “non si accontenta di essere, in ogni cosa, leale e sottomesso, non si limita ad adempiere scrupolosamente tutto ciò che è la bellezza della Casa di Dio; la Chiesa ha rapito il suo cuore, è la sua patria spirituale; essa è sua madre e i suoi fratelli. Nulla di ciò che la tocca lo lascia indifferente o insensibile. Egli si radica in essa, si forma a sua immagine, si inserisce nella sua esperienza, si sente ricco delle sue ricchezze. Egli ha coscienza di partecipare, per mezzo di essa, e di essa sola, alla stabilità di Dio. Dalla Chiesa impara a vivere e a morire. Non la giudica, ma si lascia giudicare da lei. Accetta con gioia di tutto sacrificare alla sua unità” (De Lubac).

La vocazione è un dono che Iddio radica nella persona, ma è un dono che il chiamato deve immediatamente porre in correlazione con tutti gli altri doni, distribuiti da Dio agli altri chiamati; e che deve sopratutto, a sua volta, radicare nella Chiesa, come un albero si radica al suolo, perché la patria delle vocazioni è appunto la Chiesa.

Si è soliti affermare che chi accoglie la vocazione è uno che ha creduto e ha risposto all’amore di Dio. Ed è vero. Ma questo amore è transitivo: la vocazione è un atto di amore di Dio alla Chiesa e richiede di diventare, a sua volta, un atto di amore “della” Chiesa.

Perciò la vocazione diviene immediatamente missione da collocare nella Chiesa per la vita del mondo.

Il chiamato deve identificare il suo essere e il suo agire vocazionale con il centro della vita della Chiesa ed educarsi ad “impersonare la Chiesa” (Personam Ecclesiae gerere).

Quando fosse avvenuta questa immedesimazione fra il chiamato e la Chiesa e viceversa, costui, che ha accolto la vocazione e ha assecondato la ecclesiasticizzazione del suo essere, diviene davvero un “luogo” dove si sincronizzano l’amore di Cristo e della Chiesa per il mondo.

Anche quella vocazione che, nella sua realizzazione fosse più fuori, apparentemente, dalle istituzioni e dalle organizzazioni ecclesiastiche, sarebbe sempre, se preceduta da questa pedagogia, un “concentrato della Chiesa” che è sollecitata a recare l’umile amore del Signore, mediante i propri membri, splendenti “come le stelle del mondo” (Fil 2,15).

Questa consapevolezza della “ecclesialità” della propria vocazione rende il chiamato come un “espropriato di sé”, un puro “servitore” (cfr 1Cor 3,9) perché “tutto considera una perdita e lascia perdere ogni cosa” (Fil 3,7-11) di fronte alla sua vocazione e missione; e gli dona una psicologia e una spiritualità impregnate del senso della maternità della Chiesa che gli consente di addossarsi i “dolori del parto” (Gal 4,17) e di consumarsi interamente per lo scopo stesso per cui la Chiesa intera, insieme con Cristo, è chiamata a consumarsi e a riempirsi di divina gelosia (cfr 2 Cor 12,15; 2 Cor 11,2).

“Come l’uomo è chiamato microcosmo, cioè piccolo mondo perché, nella sua essenza materiale, è composto degli stessi quattro elementi che compongono l’universo, così ognuno dei fedeli appare una Chiesa in formato ridotto, in quanto riceve tutti i doni che sono conferiti da Dio alla grande Chiesa” (S. Pier Damiani). “La Chiesa è nostra madre ed è noi stessi” (Origene). La coscienza del chiamato si muove su due binari: “siamo del Signore, viviamo per il Signore” (Rm 14,7).

Ma questo vivere “per il Signore”, lo abbiamo visto, significa anche vivere per la Chiesa che è il Corpo di Lui. La decisione di servire il Signore significa e comporta la decisione di assumere il proprio posto nella Chiesa. Ognuno di noi è membro del Corpo unico. Ognuno di noi, nel suo modesto settore, “è” la Chiesa (cfr 1Cor 12,12-13).

Quanto più, nella nostra vocazione, entra e si “trapianta” la vocazione che da Gesù è stata immessa nella Chiesa tutta, tanto più noi testimoniamo quanto affermava S. Ireneo: “Dove c’è la Chiesa, là c’è lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, là c’è la Chiesa, ogni grazia e lo spirito di verità”.

Anche per chi sta cercando e realizzando la propria vocazione vale il programma di una celebre affermazione di S. Agostino: “Amate hanc Ecclesiam – estote in Ecclesia – estote Ecclesia”.