N.01
Gennaio/Febbraio 1990

Lettere al direttore

Reverendissimo Monsignore,

di ritorno dal Convegno del CNV alla Domus Mariae, sento il bisogno di ringraziare per quanto fa, Lei ed il Centro. Voi rappresentate la punta avanzata della Chiesa, perché potete dare e ricevere (in termini di vocazioni) solo nella misura in cui la Chiesa è credibile; il problema non sussisterebbe se tutta la Cristianità fosse veramente quella che deve essere.

Credo di interpretare l’opinione di molti se dico che il CNV compie il servizio più difficile e più importante; come Lei, che lo presiede, merita di essere accompagnato con le più sincere preghiere.

Il Convegno ha dato un’importante indicazione metodologica: non si può affrontare un problema ecclesiale senza collegarsi con gli altri. Meno che mai si può immaginare di avere vocazioni consacrate con un approccio meramente propagandistico: rischieremmo di cadere nella condanna evangelica riguardante coloro che girano il mondo a fare un proselita per poi ridurlo peggio di prima.

Un po’ carente è stato, a mio parere, il contributo per la fondazione teologica della famiglia: configurandola su quella stupenda radice che è la Trinità, avrebbe potuto essere presentata come l’icona di Dio e giustificare, in ultima analisi, anche le eventuali opzioni di speciale consacrazione. Infatti, il dubbio che restava sospeso in aria era sempre lo stesso: che motivo c’è di scegliere una strada di consacrazione se la famiglia naturale è perfetta in se stessa? Secondo me, quello che può spingere un’anima alla vocazione sacra è la convinzione che l’idea di famiglia proposta da Dio è ben più ampia e profonda di quella ipotizzata per chi contrae matrimonio: una “famiglia delle famiglie”, non fondata su basi naturali, molto più ricca di qualunque altra; più esattamente: la realizzazione della fattibilità della frase di Gesù: “Chi lascia padre, madre… avrà il centuplo”.

A mio modesto parere, il Convegno ci ha aiutato moltissimo a capire la peculiarità della famiglia umana, un po’ meno di quella spirituale. Ma è proprio su quest’ultima che noi giochiamo le nostre maggiori risorse…

Ecco ora la mia proposta: che si affronti il tema del “fare famiglia” dei consacrati; le sue modalità, i suoi limiti, le sue peculiarità, il suo splendore. Esperienze concrete, narrate con la sincerità di chi ha vissuto, servirebbero a capire meglio.

Non le pare, Monsignore, che una grossa percentuale di problema sia anche nel “terminus ad quem” delle vocazioni consacrate? Chi opta per una famiglia spirituale, trova davvero una FAMIGLIA? Pochi giorni fa, il vescovo di una grossa diocesi del nord Italia diceva dall’altare: “Noi sacerdoti siamo capaci di consumarci fino all’eroismo per un fedele in difficoltà; non altrettanto, forse, per un confratello”.

Ancora: si sente dire che le famiglie più cattoliche sono anche le più restie ad accettare che un loro figlio si consacri; se è vero, o sono egoiste (il che è da dimostrare) oppure conoscono bene l’ambiente in cui il loro figlio dovrebbe andare a vivere. Scelga Lei la risposta.

È mia opinione che la crisi numerica delle vocazioni (se c’è) costringerà noi consacrati a rivedere non solo il ruolo dei laici ma anche a mutuare dal loro mondo quei valori umani che, per una malcelata idea di ascetica giansenista, abbiamo tenuto in poca considerazione.

Infine, una proposta forse peregrina: chiedere alla CEI di istituire la festa di Gesù dodicenne in una delle domeniche antecedenti la Quaresima. È il periodo in cui i ragazzi devono scegliere per la scuola futura. A quanto mi risulta, si celebra da anni nel seminario di Rimini.

Ringraziando ancora una volta per quanto visto e udito, La saluto e Le auguro ogni bene.

 

Suo D. Romano Niccolini 

della Diocesi di Rimini 

Casinina, 10 gennaio 1990.