N.03
Maggio/Giugno 1990

Chiamati a guardare in alto

Arrivando a Torino ho incontrato una Chiesa viva, con una grande storia di santità, ma anche una storia difficile e complessa, resa anche più dura per la grave penuria di vocazioni sacerdotali e religiose. Ho avuto la gioia di trovare un laicato vivace e protagonista, ma nello stesso tempo ho incontrato un presbiterio costretto a lavorare – con generosità e perfino con eroismo – in una situazione di precarietà, dovuta al numero ridotto dei sacerdoti, alla loro età e allo stato di salute di parecchi di loro. Tale urgenza pastorale mi ha spinto ad invitare tutta la diocesi a riflettere sul tema – fondamentale per la vita ecclesiale – della vocazione cristiana e, in particolare, su quella del sacerdozio consacrato. Mi hanno sollecitato a fare questa proposta anche due circostanze significative: la seconda visita del Papa a Torino nel settembre 1988 con i grandi discorsi vocazionali a Valdocco, al Colle don Bosco, a Chieri e allo Stadio di Torino, e la celebrazione ormai prossima dell’ VIII Sinodo dei Vescovi su “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”.

La diocesi di Torino mi si è rivelata ricca di fermenti: associazioni e gruppi, iniziative e opere di generosità, di volontariato e di assistenza, movimenti di ambiente, gruppi di preghiera, di formazione cristiana, di promozione culturale, di animazione familiare, di servizio caritativo… imprimono un ritmo dinamico e aperto alla vita pastorale.

Ma l’ansia per la messe che è molta e gli operai che sono pochi, l’educazione alle scelte definitive di vita, la coscienza di essere tutti definiti da una vocazione che ci precede, non mi sono sembrate sufficientemente coltivate. Ho constatato che anche nella realtà torinese è impallidita l’interpretazione della vita come vocazione e quindi come risposta ad una proposta che viene dall’alto. Le conseguenze sono ovvie: un grande scadimento nella stima del matrimonio indissolubile, del ministero sacerdotale, della consacrazione religiosa come figure di valore.

I Vescovi italiani, nel mese di maggio del 1985, indicavano nella mancanza di una coscienza vocazionale la radice della crisi odierna delle vocazioni in genere e in specie. Grazie alla collaborazione del Consiglio Presbiterale e di quello Pastorale della mia diocesi, ho constatato che tale situazione era presente anche nella realtà torinese. Erano infatti quasi inesistenti i richiami permanenti alle iniziative diocesane promosse dal settore della pastorale giovanile ed a quelle specifiche per le vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione animate dal Centro Diocesano Vocazioni e dai Seminari. Così la sensibilizzazione dei credenti alla realtà della vocazione era divenuta sempre di più appannaggio di pochi addetti ai lavori, nel disinteresse più o meno larvato di certi settori del clero e di parecchie comunità e famiglie cristiane.

Ho notato ancora una fragile convinzione nel fare proposte vocazionali esplicite, da parte di sacerdoti e religiose, tanto più necessarie in contesto come l’attuale di intensa secolarizzazione, particolarmente grave a Torino, di indifferenza religiosa, di svalutazione delle scelte di speciale consacrazione.

La necessità che la dimensione vocazionale della vita e la coltivazione delle vocazioni speciali nella Chiesa diventassero patrimonio e preoccupazione di tutto il popolo di Dio è stata allora la scintilla che ha provocato la mia lettera pastorale “Chiamati a guardare in alto”. Ero – e sono – profondamente persuaso che non è vero che oggi non ci siano più vocazioni (Dio continua a chiamare!), ma che l’uomo è sordo e resistente all’invito, perché non è sufficientemente aiutato a discernere e ad ascoltare questa chiamata. Ed ero – e sono – convinto che il futuro della Chiesa e dell’umanità stia nella riscoperta della vita come vocazione.

La mia lettera pastorale non ha inteso esaurire il discorso vocazionale, ma semplicemente sottolineare alcuni aspetti. Si articola in una serie di contenuti che, a loro volta, dopo un approfondimento personale e comunitario, dovranno diventare scelte pastorali di tutta la diocesi.

Il suo messaggio è quello della novità cristiana della vocazione. Da Cristo riceviamola nostra identificazione, perché in Lui siamo tutti chiamati. La volontà eterna della Trinità non è quella di chiamare alla vita gli esseri umani lasciandone indeterminata la forma, ma di chiamarli alla vita di Cristo.

Nella mia proposta alla diocesi ho poi voluto mettere in evidenza la distanza che separa il modo di pensare del mondo dalla ricchezza dell’annuncio evangelico. Lo scopo era soprattutto quello di metter a nudo le difficoltà di sempre nei confronti della vocazione cristiana: un generale oscuramento e smarrimento dei valori evangelici con il conseguente decadimento della morale pubblica e privata, la crisi della famiglia nell’accettazione quasi acritica e rassegnata di un individualismo esasperato e di una libertà sradicata dalle responsabilità verso la fedeltà coniugale, la fecondità, l’educazione.

Dopo aver presentato la vocazione in generale, ho ritenuto opportuno, in questo primo anno del mio ministero episcopale in Torino, richiamare l’attenzione in maniera particolare sulla vocazione al ministero sacerdotale, riservandomi di presentare successivamente le altre vocazioni. Ho dedicato un capitolo alla “bella immagine del prete” nel desiderio di richiamare la fede della Chiesa sulla sua figura, ed ho illustrato i nessi profondi e fondanti che intercorrono tra l’Eucaristia e il presbitero, perché sia chiara la sua specificità all’interno dell’unico corpo di Cristo.

L’insistenza sull’attenzione educativa alla risposta vocazionale mi è sembrato un altro capitolo meritevole di alcune coerenti sottolineature. Perciò ho cercato di offrire un itinerario chiaro e concreto per guidare tutti i credenti, e in particolare i giovani, a essere in grado di dare una risposta consapevole e matura alle diverse chiamate di Dio.

Da ultimo ho indicato alcune concrete proposte operative, esortando tutte le componenti ecclesiali ad aderirvi. È urgente, infatti, coinvolgere tutti coloro che istituzionalmente – a partire dalle famiglie, fino agli Oratori – svolgono un compito educativo. Le mie proposte riguardano le tre grandi dimensioni dell’esperienza cristiana: la liturgia e la preghiera, la catechesi, la vita di carità.

Vi sono proposte indirizzate specificatamente ai giovani: la Lectio divina in Cattedrale, la Festa dei giovani, la Convocazione dei cresimandi e dei cresimati.

Altre proposte sono rivolte a tutti: la Giornata del Seminario, la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, la Giornata diocesana “Samuele” per i fanciulli, la Giornata per le Claustrali e per la vita consacrata, una S. Messa d’orario ogni giovedì per le vocazioni, le Settimane vocazionali nelle parrocchie o nelle Zone vicariati, l’Ora di preghiera mensile per le vocazioni, la catechesi nei “tempi forti” dell’anno liturgico, gli Esercizi Spirituali, le giornate di ritiro e i Camposcuola vocazionali, la preghiera personale…

Penso di poter dire che la diocesi di Torino ha risposto positivamente alla mia provocazione. Ma il cammino è ancora lungo. Si tratta infatti di creare, o di ricreare, attraverso le diverse iniziative, una mentalità in parte assopita. Tuttavia i molti segnali positivi che raccolgo mi fanno pensare che in moltissime comunità o gruppi, pur con diverse sfumature, si stia davvero tentando di offrire un cammino educativo valido per aiutare ragazzi, giovani ed adulti a rispondere con libera generosità alla chiamata di Dio.