N.03
Maggio/Giugno 1990

Il mistero della Chiesa e il piano pastorale

Comincio con il “mea culpa”. Le cose che dirò sono mia convinzione da tempo. Le sento proporre anche da molti nella Chiesa, oggi. Di fatto stento a vederle concretamente attuate e costantemente proposte nello stile educativo della Chiesa. Io stesso faccio fatica a richiamarle in me e attorno a me. Anche qui: “dal dire al fare…”.

Mi ha scosso un pensiero del mio arcivescovo, mons. Saldarini, in apertura della sua prima lettera pastorale “Chiamati a guardare in Alto” sul problema delle vocazioni: “Lo scopo di questa lettera non è quello di tracciare un nuovo ‘piano pastorale’. Il piano pastorale è sempre il medesimo ed è proprio di tutte le Chiese: ‘il culto spirituale’ (Rm 12,1) ‘a lode della gloria di Dio’ (Ef 1,6.12.14) con l’annuncio della Parola di Dio, la celebrazione dei Sacramenti, che ha al centro l’Eucaristia, e la diakonia della carità. All’interno di questo unico piano si sviluppano i programmi che di volta in volta permettono al progetto di diventare concreto lungo i cammini dei giorni. Non si può dubitare che oggi è impallidita l’interpretazione della vita come vocazione e quindi come risposta d’amore definitivo” (n. 1).

 

 

 

Pianificare partendo dalla Parola

Mi chiedo: quanti programmi pastorali partono da ‘parole forti’, dalla Parola di Dio effettivamente ed a lungo assunta interiormente (con tutto quello che comporta il ‘religioso ascolto’ e la “obbedienza della fede” di cui si dice nella costituzione conciliare Dei Verbum, n. 5) e posta a luce ed interpretazione della realtà ecclesiale e sociale? Ecco perché sogno un’epoca di Chiesa in cui si proporranno agli ‘elaboratori’ dei programmi pastorali (membri dei vari Consigli episcopali, presbiterali e pastorali, dei religiosi e delle religiose; delegati arcivescovili e direttori d’uffici pastorali; ‘esperti’ e collaboratori vari di tutte le componenti di una comunità cristiana) di far precedere a tutto il lavoro di preparazione e di stesura del programma una prolungata riflessione, guidata per tutti ma interiorizzata da ognuno, che mostri che cosa Dio Padre, attraverso al Figlio e con la ‘aggiornata’ interpretazione dello Spirito Santo ha oggi da dire alle Chiese.

Quante volte ho pensato che dovremmo vivere secondo lo stile dei primi capitoli della Apocalisse con la Parola rivolta divinamente circa la condizione delle Chiese e circa le attese di Dio. Con tutto il rispetto dei “sociologi” attenti ai fenomeni religiosi contemporanei – conto parecchi amici tra essi e ne conosco la fatica rilevatrice e l’acume interpretativo – e con tutto il rispetto dei competenti in analisi storiche, vorrei che a prevalere fosse sempre l’attenzione all’ansia di Dio; alla sua missione affidata ai cristiani; ai doni da Lui messi in gioco abbondantemente; al grido dell’umanità rivolto a Lui a causa di bisogni e povertà che non sono soltanto economiche, strutturali, culturali, bensì profonde, essenziali al fine vero d’ogni persona ed alla sua piena e globale realizzazione.

La nostra civiltà che esaspera i piccoli desideri, quelli dell’oggi immediato; che vive del ‘particolare’ e del ‘locale’; che coltiva tutti gli individualismi chiamandoli sempre ‘diritti’ non è una civiltà di piani globali, di grandi direttrici di marcia, d’ampiezza d’interessi. Frantuma tutto in cento schegge e si concentra su ognuna come fosse il tutto. Cerca soluzioni pragmatiche e subitanee che, poi, rinnega e butta senza calcolare i costi e gli sforzi. Così in politica, così nelle ricerche scientifiche, così nelle mode d’ogni settore sociale.

Questo ha contaminato anche le nostre Chiese che credono di programmare e sono incapaci di farlo a lungo respiro. Non dice niente il fatto che i programmi si susseguano a cascata annuale, con notevole variazione di dodici mesi in dodici mesi, senza prolungati tempi di comunicazione per essere intesi ed assunti e partecipati alle varie categorie del Popolo di Dio? Dove sta mai, in questa programmazione annuale senza continuità, la pazienza con cui Dio educa il suo Popolo? Molti abbiamo tra mano il volumetto del card. Martini ‘Dio educa il suo Popolo”: c’è mai capitato di verificare – come cartina di tornasole – i nostri programmi pastorali con le caratteristiche che questo vescovo, contemplativo della Parola di Dio, ha creduto di individuare nello stile divino? Quanto provocatorie le sue domande: “Quale Chiesa è educatrice? Potrà essere altro da quello di Dio lo stile dei suoi collaboratori”?

 

 

 

Pianificare con mentalità di fede

Emerge da tutto questo che condizione basilare per ogni programmazione (preparazione, stesura del documento, presentazione, diffusione, verifica) è la ‘mentalità di fede’. Con questa si valuta la situazione; si analizzano le risorse (persone e strutture tenendo conto di doni, carismi, ricchezze sacramentali); si vive l’intera esperienza. Alla sua luce si verifica. ‘Mentalità di fede’ che per la Chiesa cattolica ha nel Magistero e nella testimonianza dei Santi e delle Sante la più aggiornata ed incarnata delle attualizzazioni. Proprio a proposito dei santi e delle sante che più hanno inciso sulla storia mi sembra di poter dire, con linguaggio moderno, che hanno avuto occhi per leggere alla maniera di Dio la realtà circostante e cuore sintonizzato sulle sue ansie e sui suoi doni per rispondervi. Così si sono ‘programmati’!

Concetti come ‘piano’ o ‘programma’ sono mutuati nella pastorale odierna dalla sociologia, dalla economia e dalla politica. Però i cristiani non debbono mai dimenticare che il ‘Piano della Salvezza’ è una scelta del Padre e che il ‘momento programmatico della Incarnazione’ (quello che Paolo nella lettera ai Galati (4,4) chiama la pienezza del tempo) è stato concordato – se si può dire così – in seno alla Famiglia trinitaria, come dice la lettera agli Ebrei.

Un programma pastorale vocazionale non potrà limitarsi ad elencare cifre sulla scarsità del clero e dei religiosi/e; sul loro invecchiamento; sulla diminuzione delle presenze nei vari settori, ecc. Dovrà sempre coltivare il fondamentale principio che ‘ogni vita è vocazione’ e che nel ‘Piano della Salvezza’ ci sono alcune tipiche vocazioni indispensabili; che il Padre non può non seminare e che il Figlio e lo Spirito coltivano costantemente nella Chiesa.

Se dovessi fare un bilancio, ad un semestre dalla pubblicazione della lettera di mons. Saldarini nella diocesi di Torino sulle vocazioni, potrei dire che il movimento vocazionale si è messo in moto soprattutto là dove si sono promossi ritiri spirituali, giornate di preghiera, financo esercizi spirituali su questo programma che si è fatto interrogativo per tutti davanti al Signore. Quando si entra in questa mentalità il ‘programma’ (calendario d’attività, iniziative cadenzate nel tempo, sussidi vari per età e categorie ecc.) viene ricercato ed assunto spontaneamente: non ci si muove più per motivi tattici, per ansie e paure e preoccupazioni. Ci si sente responsabili davanti a Dio. E tutti chiedono di venire aiutati a trovare risposte al quesito di fondo: “Che fare per non mancare verso ciò che Dio chiede attraverso la Chiesa ed il suo vescovo”?

 

 

 

Oltre ogni efficientismo

È il vero salto di qualità che le nostre comunità debbono compiere! Sennò si lavora per un’immagine esteriore, per correggere statistiche, per non sfigurare di fronte ad altri. Un programma pastorale vocazionale non punterà tutto sul centro vocazionale (che pure ha un ben preciso ruolo promozionale); interpellerà le famiglie, prime educatrici religiose dei figli e quindi tenute per natura e sostenute dal loro specifico sacramento nel farsi proposta vocazionale ai figli; coinvolgerà pure tutte le parrocchie perché ‘famiglia di famiglie’ e ‘sezione’ particolare del Popolo di Dio dove ognuno ha una particolare chiamata; stimolerà associazioni e gruppi, secondo le specifiche attitudini ricordando che sono frutto, se autentiche e verificate davanti al Signore, dei doni del Signore per il bene di tutta la comunità. Chiederà anche l’apporto della preghiera a tutti con orientate invocazioni da ripetere assiduamente durante tutto il tempo predisposto per realizzare il programma. Coinvolgerà la sofferenza umana, ricordando le parole di Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris poi riprese nella Christifideles laici: “Proprio a voi che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l’umanità” (n. 54).

Tutto questo va detto e scritto nei “programmi”. Mai va dato per scontato! Va tenuto presente nelle periodiche verifiche della programmazione, che non possono mancare nel centro diocesi, nelle zone vicariali e nei decanati, nelle parrocchie e nelle associazioni e che debbono sempre avere il carattere di veri e propri esami di coscienza, magari anche inseriti in apposite celebrazioni penitenziali o della Parola di Dio quali forti interpellanze alle coscienze. Poi, si adottino tutte le ‘tecniche persuasive’, tutte le sussidiazioni più moderne. Ma emerga sempre che gli operatori pastorali lavorano ‘con’ e ‘per’ il primo Operatore Pastorale, Dio.