N.03
Maggio/Giugno 1990

Il vescovo: pastore delle vocazioni

Evocazione cristologica e rimando ecclesiologico sembrano profondamente connessi in questo titolo suggestivo e pregnante. Da una parte si staglia l’immagine biblica di Cristo, il buon pastore che conosce le sue pecore, le chiama ad una ad una, le guida verso i pascoli verdi, con lo sguardo vigile su chi c’è, ma non meno preoccupato per chi manca: o perché fuori dell’ovile ignora la voce del pastore, o perché smarrita (Cfr. Gv 10,16). Dall’altra si staglia il mistero della chiesa come popolo di Dio, come comunità dei chiamati.

La pastoralità del Vescovo e la vocazionalità dei credenti in Cristo sottendono la struttura dialogica della vita nella comunità ecclesiale: il Vescovo è un chiamato che a sua volta chiama; così è per ogni credente. Ogni cristiano è un salvato che a sua volta diventa irradiazione di salvezza.

Ma non meno richiama il rapporto tra ministero sacerdotale e la comunità dei battezzati come popolo sacerdotale. Giustamente il Santo Padre nella lettera ai sacerdoti per il giovedì santo 1990 ripropone, alla luce del Concilio, quel rapporto: “Esso corrisponde alla struttura comunitaria della Chiesa. Il sacerdozio non è un’istituzione che esiste ‘accanto’ al laicato, oppure ‘sopra’ di esso. Il sacerdozio dei vescovi, dei presbiteri, come il ministero dei diaconi, è ‘per’ i laici e, proprio per questo, possiede un carattere ‘ministeriale’, cioè di ‘servizio’. Esso, inoltre, fa risaltare lo stesso ‘sacerdozio battesimale’, cioè il sacerdozio comune di tutti i fedeli: lo fa risaltare ed insieme lo aiuta ad attuarsi nella vita sacramentale”.

Qui si potrebbe esplicitare la conclusione un po’ stringata del messaggio. Il ministero sacerdotale sollecita il popolo di Dio a prendere coscienza della sua chiamata; della sua identità originaria. E perché questo avvenga, aiuta ciascun battezzato a dare la sua seconda risposta: non solo una risposta “alla chiesa” per un’appartenenza ricevuta nel giorno del proprio battesimo; ma “nella chiesa” per un’appartenenza responsabile e coerente, secondo il misterioso dono dello Spirito, che sta sempre alla radice di un progetto di Dio. Preciso, personale e indelegabile.

 

 

 

Segno di una missione per la comunione

Nella comunità ecclesiale, il ministero del Vescovo, si configura più puntualmente come “segno di una missione per la comunione” e come “segno di una comunione per la missione”. Sono i due risvolti più qualificanti del ministero episcopale: l’aspetto più direttamente cristologico e quello più propriamente ecclesiologico.

Il Vescovo attraverso il sacramento dell’ordine, ricevuto nella sua pienezza, “è” ed “opera” “in persona Christi”, quale segno sacramentale di Cristo pastore. La cosiddetta figura di valore del Vescovo, come in modo partecipato quella del presbitero, consiste nell’essere icona di Cristo pastore, missionario del Padre, servo del grande progetto di salvezza. Appunto “segno di una missione per la comunione”. L’orizzonte entro cui si colloca il servizio episcopale è la comunità ecclesiale, non però chiusa in se stessa, bensì aperta al regno, in un mondo senza confini. Non è il popolo dei battezzati al servizio del ministero sacerdotale, ma il contrario. Il ministero è per il popolo di Dio, attraverso l’esercizio delle sue funzioni: l’insegnare, il santificare e il governare.

La prospettiva che finalizza il ministero episcopale è la comunione. Il Vescovo è servo della missione di Cristo, per la comunione del popolo di Dio e per la comunione a cui è chiamata tutta l’umanità in diaspora.

 

 

 

Segno di una comunione per la missione

Il servizio ministeriale del Vescovo, radicato nel sacramento dell’ordine, non si caratterizza come opera di un navigatore solitario, bensì come missione attraverso la collaborazione della fraternità presbiterale. Lo stesso servizio ministeriale del presbitero assume la “forma” di una “fraternità sacramentale”, e pertanto di una comunione significativa, visibile: perché questa è la posta in gioco di una vocazione che si fonda sul sacramento. “Tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, in unione al Vescovo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo e lo esercitano; perciò sono costituiti provvidenziali cooperatori dell’ordine episcopale” (C.D. 28).

È un ministero comunionale quello del Vescovo, partecipato ai sacerdoti perché siano cooperatori nel servizio della comunità. Vescovi e presbiteri sono coinvolti insieme nell’avventura di una missione che si esprime a livelli diversi: verso la comunità, perché soprattutto la celebrazione della presenza di Cristo nei segni dell’Eucaristia, fonda e fa crescere nella comunione; verso le persone, perché ognuno si senta vitalmente partecipe del mistero di Dio e della chiesa; verso il mondo attraverso una sollecitudine pastorale che va oltre gli stessi confini della chiesa particolare e diventa apertura e passione missionaria (Cfr. C.D. 6; P.O. 10).

Una direzione delicata e problematica della missione specifica del prete si esprime accanto alle persone, al servizio di una loro crescita piena nella fede, per una loro “personale” risposta allo Spirito che chiama. Il Vescovo, attraverso il suo presbiterio, è chiamato in prima persona, a reggere la comunità; ma soprattutto a far sì che essa diventi epifania del mistero del Dio trinitario, attraverso la diversità dei suoi doni e dei suoi ministeri. Le vocazioni sono espressione di una fede adulta, che si fa sollecita delle risposte responsabili e coerenti con l’iniziativa dello Spirito. In tal senso il Vescovo è animatore d’ogni chiamata. Ma lo è attraverso la grazia partecipata di coloro che cooperano nel ministero: i presbiteri.

 

 

 

Garante delle strutture essenziali del servizio ecclesiale

Non è certo consono con il ministero episcopale la cura settoriale delle vocazioni o la promozione di una prassi pastorale che privilegi qualche settore ignorandone altri. Il carisma dell’insieme è un dono connesso con un ministero preciso, puntuale ed esigente. Sta proprio in questa “charitas pastoralis” sapientemente riversata in tutta la comunità e in tutti nella comunità, la sollecitudine del Vescovo a farsi carico in modo più attento delle essenziali strutture di servizio; a curare le sorgenti della comunità e, per questo, a partecipare ad altri il suo stesso carisma di comunione. È questa la motivazione ecclesiologica che sospinge il Vescovo a prestare particolare attenzione alle vocazioni presbiterali ed al seminario, come comunità formativa e garante di futuri chiamati al servizio sacerdotale in una chiesa particolare. Salvare ed irrobustire le arcate principali del tempio non significa disattendere il resto; bensì servire e provvedere con lungimiranza e concretezza alla comunità cristiana.

Anche la faticosa e lenta risalita della china, dopo i minimi storici provocati dalla crisi che ha investito un po’ tutte le vocazioni, chiede al Vescovo un coordinato impegno a rifecondare l’humus culturale della comunità, perché sia accogliente e generativo di nuovi germi vocazionali. Oggi non mancano le chiamate, le intuizioni promettenti, le sensibilità più genuinamente evangeliche. Ma tutto sembra un po’ latente, allo stato di diaspora. Trova difficoltà a passare dallo stadio germinativo a quello di piena maturazione. Più propriamente, non mancano le chiamate; tardano invece le risposte. Queste diventano possibili attraverso una rivitalizzazione dei contesti comunitari e, segnatamente, attraverso la cura faticosa ma promettente di quelle “mediazioni educative” che neppure la pedagogia dello Spirito intende saltare: fra queste al primo posto, il servizio ministeriale dei presbiteri.

Ancora una volta siamo rimandati alla comunità: là dove si annuncia, si celebra, si testimonia la carità dei gesti che diventano vita e la carità della vita che si rivela nei gesti. Ancora una volta lo sguardo vigile del pastore all’insieme della sua gente, non può non richiedere un’attenzione più puntuale e più esigente alle sorgenti, per assicurare l’acqua viva. Diversamente resterebbe utopico il voler servire la chiesa, comunità dei volti, senza il ministero della comunione e della sintesi, del discernimento e della guida, nell’avventura educativa.

 

 

 

Per una chiesa profetica amica dello Spirito

D’altra parte il ministero della comunione non è generico; né tantomeno è il semplice annuncio di un’etica dell’amore per creare un clima evangelico nella comunità segno del Regno. “Prima” e “con” l’etica dell’amore c’è un’identità fondata sull’amore: ogni vocazione cristiana specifica. La carità è il segreto d’ogni chiamata alla sequela: anzi la carità è via alla santità ed è santità. Pertanto per il presbitero, l’essere segno di Cristo pastore, nella guida di una comunità, sta ad indicare un ministero al servizio di persone concrete, non riducibili a categorie astratte, ciascuno con l’urgenza di una propria realizzazione, su quelle strade che il Signore indica, per testimoniare alfine l’etica dell’amore.

Per questo, ministero presbiterale e carismi diversi, configurano la bellezza di una comunità cristiana ed esprimono quella dialettica comunionale capace di reciproco dono ed aiuto. Il prete è per la comunità. Ma la comunità è viva e feconda se rende visibile l’esuberanza creativa dello Spirito, accogliendo e promuovendo tutte le vocazioni.

Nella direzione della “profezia” e pertanto di un servizio contrassegnato non solo da una funzione ministeriale, ma dal dono dello Spirito e da ciò che esso comporta, si collocano le chiamate alla vita consacrata: le quali sono particolarmente urgenti oggi, dentro una cultura dell’efficienza e delle funzioni. I valori gratuiti del Regno e, in particolare, la profezia dei consigli evangelici, hanno bisogno d’essere rievangelizzati, onde superare una sorta d’estraneità o emarginazione dalla vita e dalla pastorale delle comunità cristiane; soprattutto là dove non ci sono presenze concrete di tali testimonianze, anche per la forte contrazione numerica.

Ma non meno urge una crescita della coscienza vocazionale nella direzione della “regalità”, sia per favorire una precisa identità laicale alla base della missione nel mondo, e sia perché è difficile pensare ad una ripresa effettiva di vocazioni di speciale consacrazione al di fuori di contesti familiari e comunitari profondamente intrisi dai valori del vangelo.

Una comunità cristiana vocazionale, non è il sogno di qualche presbitero zelante. Ma è il disegno voluto dal Signore risorto di cui la chiesa è il corpo.

Anche gli strumenti (come il CDV e gli animatori per una pastorale delle vocazioni al seminario) sono la concreta attuazione di una prassi pastorale rispettosa di un preciso disegno ecclesiologico. Strumenti che risultano tanto più efficaci quanto più sono l’espressione di un ministero di comunione qual è quello dell’episcopus, pastore delle vocazioni.