N.04
Luglio/Agosto 1990

Formazione sacerdotale e pastorale vocazionale: verso un unico orizzonte

 

AGOSTINO SUPERBO

Rettore del Seminario Regionale di Molfetta

 

La mente ed il cuore della Chiesa si interrogano sulla via migliore da progettare e percorrere per dare al ministero presbiterale lo splendore che “le circostanze attuali” richiedono.

Non si tratta di un tentativo di correre ai ripari, dopo l’allarme lanciato per il calo numerico delle vocazioni, o per lo scotto pagato alla difficoltà di adattamento, sofferta da non pochi presbiteri nel tempo postconciliare.

E invece la visione chiara dei problemi dell’umanità e della missione che il Signore affida alla Chiesa in questo tempo, il vero motivo di questa appassionata ricerca.

Il Santo Padre manifesta l’urgenza di “rifare il tessuto cristiano della società umana”; ma enuncia anche la condizione primaria che permette di guardare realisticamente a questo grande compito: rifare “il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali” (CfL 34). La secolarizzazione, infatti, nel suo aspetto decostruttivo che è il secolarismo, esercita un influsso anche nella comunità dei credenti. Esso diventa manifesto quando il credente vive la fede in Dio non come il fondamento di tutta l’esistenza umana ma soltanto come una realtà più importante delle altre, accanto alle altre. Si determina così il fenomeno conosciuto come “appartenenza parziale”.

 

La “nuova evangelizzazione”

In questa situazione, una pastorale, sia pure piena di buona volontà ma non sufficientemente attenta, corre dei seri rischi. È possibile, infatti, adattarsi a vivere questa “parzialità” senza contestarla. La si potrebbe considerare come il “minor male” in una società senza Dio o addirittura servirsene come se fosse una forza pastorale autentica.

Un’azione pastorale così impostata si manifesterebbe come pura aggregazione e ricerca di consenso, senza riuscire a far risplendere nei centri vitali dell’esistenza, negli individui e nella società, la presenza del “Redentore dell’uomo”.

La Chiesa si pone appassionatamente questi problemi perché sa di non essere ‘l’ultimum” della storia. E, invece, cosciente di rappresentare solo l’inizio, il tempo di pellegrinaggio, non il compimento, né la meta. Essa vuole essere la serva del Suo Signore Risorto, il Suo segno vivo ed efficace in mezzo agli uomini.

La Chiesa è, come il Battista, fede e profezia; vive la pazienza del provvisorio e l’impegno del preparare gli uomini all’Incontro definitivo col Salvatore.

È la “voce” non la “Parola”; tuttavia l’uomo, per disegno di Dio, non può fare a meno di questa voce. Dio si incontra, nella storia, con gli uomini che amano il provvisorio della Chiesa; ed essa li prepara a questo incontro educandoli alla fede nella pazienza dell’attesa terrena.

L’uomo contemporaneo pare come circondato e chiuso dalla cultura e dalla prassi secolarizzata; non avrà la forza di “alzare gli occhi verso Dio” (Cfr. Sal 123,1) se non percorrerà il sentiero di una lunga e paziente opera educativa.

Una semplice risposta al bisogno di Dio, che l’uomo secoralizzato sembra domandare in qualche momento, è carica di equivoci; essa non sfugge alla logica del consumismo religioso, anche se soddisfa una certa impazienza pastorale, umanamente comprensibile, perché desiderosa di cogliere qualche frutto di tanto lavoro (Cfr. P.O. 6). L’evangelizzare educando sembra presentarsi perciò, come un percorso obbligato per tutta la pastorale ecclesiale (Cfr. P.O. 61). Il presbitero, in particolare, si configura come colui che ha il ministero di educare alla fede matura (Cfr. P.O. 6).

 

Uomo educato dal Signore

L’educazione alla fede appartiene alla dinamica, tipicamente ecclesiale, dalla tradizione e della testimonianza. Richiede, cioè, nell’educatore, la presenza di una realtà vissuta, non solamente il possesso di una dottrina conosciuta. Il presbitero vive, innanzitutto, la vocazione di credente in Gesù Cristo Signore, con fedeltà ed entusiasmo. E chiamato ad essere un vero discepolo del Signore, secondo il Vangelo, nella radicalità delle esigenze (povertà, castità, obbedienza) e nella totalità del dono di sé, a immagine del Cristo del Calvario.

La “novità di vita”, che si sviluppa nella traiettoria delle virtù teologali, ha il suo fondamento su una fede così piena di gratitudine e di gioiosa accoglienza, da spingerlo a portare a tutti gli uomini della terra, con slancio missionario, la “buona notizia” del Risorto. Mai gli potrà mancare, perciò, un’intimità tutta spirituale ma vera (Cfr. Gv 15,15) con Colui che egli considera suo unico Maestro e Signore (Cfr. Mc 3,14).

 

Educatore nella fede

Una fede in Dio, adulta e matura, vissuta come unico fondamento della propria esistenza è il tessuto autentico in cui si realizza l’opera umile ma grandiosa di educazione alla fede. Ma mi sembra necessario sottolineare alcune qualità che caratterizzano colui che, come educatore alla fede. Ma mi sembra necessario sottolineare alla fede, è “collaboratore di Dio educatore” (Cfr. CfL 61).

È un uomo paziente. Sa attendere i tempi della semina, della crescita e della maturazione: i tempi di Dio, ai quali si ispira per i suoi itinerari, non si lascia trascinare dai tempi dell’uomo.

In questa attesa sa soffrire per l’apparente insuccesso della sua opera e per i rimproveri che gli vengono anche dalle urgenze dei tempi.

È uomo sapiente. La sapienza cristiana è vera esperienza di Dio e dell’uomo; essa vive in due dimensioni: culturale ed esperienziale. Lo studio dei testi che aiutano ad approfondire la Parola di Dio, la tradizione ed il magistero della Chiesa, come anche di quelli che orientano nella comprensione dell’uomo di oggi, è essenziale nella giornata di chi vuole educare i fratelli, nella fede.

Ma lo studio è significativo in quanto è inserito nella dimensione più propriamente esistenziale. Ciò significa anzitutto rapporto vero con Dio nella preghiera, vissuto dentro un cammino personale di sincera conversione quotidiana alle esigenze di Cristo e del Regno. L’esperienza di Dio porterà il presbitero a condividere la Sua passione per l’uomo di oggi tra le pieghe della complessità, ad abitare e condividere, come Lui, non solo lo stesso spazio, ma la stessa storia. È uomo dell’essenziale. Ogni vero educatore riesce a cogliere, in una sintonia meravigliosa, l’essenziale della vita degli altri, in quanto è egli stesso uomo dell’essenziale.

La solitudine ed il deserto sono le situazioni umane che ci aiutano a liberarci dalle distorsioni causate dalla cultura del consumismo, tendente a sovvertire il rapporto tra essere ed avere e, quindi, tra essenziale ed accessorio. Il deserto di Dio, la solitudine con Lui, accettata e vissuta come dono, ci portano al centro della nostra vita, che è Lui, e nel cuore dei veri bisogni degli uomini, nostri fratelli. In una dimensione ecclesiale. La fede nella quale il presbitero è chiamato ad educare i fratelli, è “La fede della Chiesa”. L’opera a cui è chiamato è l’opera di Dio affidata alla Chiesa. Il “sentire cum ecclesia” gli è essenziale. Non è sufficiente la fedeltà dottrinale, anche se è necessaria come il minimo indispensabile. Egli cura la sua unità di mente, di cuore e di iniziativa con il Magistero vivo della Chiesa e con tutto il popolo di Dio.

Non sarà uno splendido cavaliere solitario, ma uomo di Comunione e costruttore di comunità. Tutto questo viene preparato ed esperimentato, cioè vissuto in prima persona, per lunghi anni di formazione.

L’itinerario educativo di preparazione al presbiterato aiuterà i giovani a porsi alla scuola di Gesù Maestro ed alla sequela di Gesù Signore per essere la viva immagine del Buon Pastore.

Essi saranno condotti a percorrere sia i sentieri severi, dolorosi e, a volte, dirompenti del deserto che quelli esaltanti della missione e della comunione con Dio e con i fratelli.

La coraggiosa e forte fedeltà testimoniante dei martiri e dei confessori della fede, lo slancio apostolico dei missionari di ogni tempo, il lavoro profondo degli educatori sembrano, oggi, urgere concordemente nella persona del presbitero per renderlo portatore di Dio nel cuore dell’umanità secolarizzata.

 

 

 

 

GIACOMO BOLZONI

Rettore del seminario di Fidenza

 

Una piccola diocesi come Fidenza, con circa 60.000 abitanti, 60 parrocchie e 60 sacerdoti, sente soprattutto il problema dell’esistenza di un suo seminario; e che questo fino ad oggi sia rimasto aperto e funzionante è già sentito come fatto molto positivo.

In simili condizioni però è fortemente limitante il ridotto numero di seminaristi, che, negli ultimi 10 anni, ha oscillato dai 4 agli 8 componenti. Diventa così difficile creare una tradizione; l’ingresso o l’uscita anche di una sola persona provoca contraccolpi notevoli, mentre la convivenza difficilmente offre vivacità di reazioni e ricchezza di stimoli; forte è il rischio di lasciarsi confinare in una esistenza “marginale”, lontana dai luoghi dove la vita preme. Questi elementi sono tanto reali che in alcuni casi si è preferito indirizzare qualche soggetto nelle più ricche comunità di seminari vicini che svolgono attività formative a carattere interdiocesano. D’altra parte però un piccolo seminario può muoversi con una agilità non consentita altrove. Lo stile di famiglia permette un continuo contatto coi sacerdoti del seminario, di modo che il tono della convivenza è più di taglio presbiterale che non da collegio.

Per quanto riguarda più da vicino il lavoro formativo, si può dire che esso inizia col rendere consapevole la scelta del seminario: deve venire cordialmente accettato un periodo di “vita raccolta”, che resta orientato al ministero ma che non trae il suo significato dal lavoro formativo condotto su altri. Entra subito in questione non la propensione a svolgere certi ruoli, ma la dimensione propria della consacrazione della vita. La preghiera personale, la lectio divina e la liturgia sono momenti essenziali di questo lavoro.

Sembrano forse superate tante obiezioni sulla inattualità di questo discorso. I frequenti richiami del magistero sulla “consacrazione della vita”, il non fortunato esito di tante esperienze troppo “estroverse”, il profondo segno lasciato invece da persone di intensa preghiera e povertà hanno aiutato a superare la paura dell’intimismo o il timore di cadere in spiritualità monastiche. E riduttivo parlare di queste esigenze solo come del riaffiorare del privato. Credo invece che qui si manifesti il desiderio di trovare fin dall’ingresso in seminario una vera novità di vita. Ci possono essere in questo campo delle mode passeggere: non mi preoccupo di contrastarle, ma mi limito ad affiancare loro anche forme di penitenza o di preghiera sorte nel passato, e mi sforzo comunque di trovare nella liturgia la fonte ed il vertice della vita.

Da questo punto di vista mi sembra anche giusto guardare con una certa ironia alcuni nostri sforzi di animazione vocazionale: chi li guida in genere è persona giovane, che sa coinvolgere con simpatia. Ed è normale che non si mostri un volto arcigno quando si sta con dei giovani. Ma il mio seminario che ospita il Vescovo, e che funziona un po’ come casa del clero mi induce spesso a riflettere su quel valore di consacrazione che si coglie anche (e forse meglio) in alcuni sacerdoti anziani, i quali conservano una forza “vocante” che sfugge ai criteri dell’efficienza.

Per quanto riguarda la formazione alla dimensione comunitaria, ho trovato difficoltà a qualificare il seminario come compagnia trainante. Non sempre i rapporti sono facili: la necessaria correzione può anche creare momenti di tensione. Ho trovato l’asse portante di questo valore non in conferme gratificanti a livello emozionale, ma nell’inserirsi nell’unico presbiterio legato da obbedienza al Vescovo.

Ho sentito come la necessità di scegliere tra il ruotare attorno alle esigenze dei seminaristi, o il mettere loro stessi a servizio delle esigenze altrui. Oggi ogni seminarista ha una storia ben caratterizzata, esigenze di formazione specifiche, motivi per trovare conferme in persone disposte ad ammirarli quasi consolarli per la loro difficile scelta. Ma so che quando un genitore sta in ammirazione del proprio figlio e segue troppo le sue inclinazioni, spesso non educa, ma rischia di viziare. Credo che il lavoro formativo in questo settore ci chieda di saper relativizzare tutto quello che è soggettivo, per saper porre al primo posto l’oggettività del servizio che viene richiesto.

Sotto questa angolatura trovo utile inserire nei temi formativi gli insegnamenti del Papa e dei Vescovi: ci salvano dall’autocontemplazione e ci fanno sentire figli della Chiesa.

E per quanto riguarda ancora il senso di appartenenza alla propria Chiesa, sento il dovere di ringraziare gli altri superiori dei seminari della regione Emilia Romagna per l’incontro comune che riescono a mantenere quasi ogni mese: senza la loro voce, i loro occhi e le loro “antenne” puntate sulla nostra realtà sarebbe facile la tentazione di sentirsi affogare in troppo grandi o troppo piccoli problemi.

Sento anche l’importanza del legame che i seminaristi tengono con le loro famiglie e le loro comunità di origine. Pure l’inserimento dei seminaristi in attività pastorali contribuisce a far crescere in loro un atteggiamento di servizio e di disponibilità alla Chiesa.

Immerso in queste dimensioni di Chiesa non ampie, mi rendo conto che, da ultimo, la formazione ecumenica è più un discorso di scuola che non un progetto formativo.

Lo stesso vale per la formazione missionaria. Non posso però dimenticare l’ospitalità offerta a tre teologi africani, anche sull’esempio di quanto viene già praticato da altri seminari. L’esperienza, nata come aiuto dato da una Chiesa ricca di mezzi e povera di uomini ad una Chiesa ricca di uomini e povera di mezzi, ha tutte le premesse per rendere i seminaristi consapevoli dell’urgenza della nuova evangelizzazione e per far loro sentire che l’esito dell’evangelizzazione in qualsiasi parte del mondo ci riguarda.

 

 

 

 

GIANFRANCO BASTI

Animatore del pontificio Seminario Romano Maggiore

 

Un “alveare” di attività apostoliche

Quando, dopo tanti anni, il Papa Paolo VI venne ad onorare la nostra comunità della Sua visita nell’ormai lontano 1976 fu un incontro per molti versi memorabile. In particolare, in quell’occasione Paolo VI ebbe a definire il Suo ideale di seminario. Esso, ci diceva, deve essere certamente un “cenacolo” di preghiera e di studio teologico dove prepararsi, come gli Apostoli, alla discesa dello Spirito Santo. Allo stesso tempo però, deve essere anche ed inscindibilmente un “alveare” di attività apostoliche. Dalle api, continuava Paolo VI, i seminaristi devono imparare le due grandi virtù che sono il segreto di ogni lavoro davvero efficace: l’infaticabile operosità e l’ordine sistematico dell’impegno. Due virtù che trasformano in lavoro che porta frutto quello che altrimenti sarebbe solo vuoto attivismo.

Così, quando di lì a pochi anni, alcuni di quelli allora seminaristi, ci ritrovammo con responsabilità educative all’interno del seminario, fu naturale per tutti prendere quelle parole di Paolo VI come una sorta di programma per la nostra comunità. Erano anni non facili: si trattava alla fine degli anni ‘70, con ormai gli ultimi bollori della contestazione in via di esaurimento, di dare nuovo slancio apostolico all’esterno ad una comunità, che all’interno si era venuta faticosamente ricostituendo.

E di tutti i tipi di apostolato possibili in cui impegnarci, uno in particolare ci appariva con tutta la sua urgenza: l’apostolato vocazionale. Prima di tutto si trattava di un problema addirittura drammatico per la diocesi di Roma. Nella mia classe, nel ‘78, fummo ordinati in otto per Roma, ma dopo di noi c’era il desolante panorama di soltanto dodici seminaristi romani in sei anni! Ciò che ci spingeva fin da allora ad inventare qualcosa di nuovo da questo punto di vista era però non tanto un problema numerico, quanto l’assoluta necessità di far sì che il Seminario come tale si presentasse con un suo specifico campo di apostolato nella Diocesi. Troppo spesso infatti si correva il rischio che l’impegno apostolico dei seminaristi nella Diocesi fosse più di supporto e di integrazione in qualche modo “privati” – per “fare esperienza”, come andava di moda dire allora – a situazioni parrocchiali più o meno bisognose, che un qualcosa che impegnasse il seminarista e la comunità del seminario come tali. Per tornare all’esempio efficace di Paolo VI, se non mancava certo l’operosità, era carente la sistematicità e l’organicità dell’impegno. Si era “api operaie”, è vero, ma non ancora “alveare”.

 

L’apostolato vocazionale: uno stile di testimonianza

In oltre dieci anni di lavoro è maturata una sensibilità completamente diversa. L’apostolato è essenzialmente testimonianza ed innanzitutto testimonianza nel proprio specifico. Quindi, come è necessario che un operaio sia apostolo innanzitutto come operaio nell’ambito di una pastorale del lavoro, una coppia come coppia, nell’ambito di una pastorale familiare, così è indispensabile che ogni seminarista ed il seminario come comunità siano in prima fila nella pastorale vocazionale di una diocesi. Questo, ovviamente, non perché altri stati di vita diversi da quello di religioso o di sacerdote non possono essere anch’essi legati ad una specifica vocazione. Né, tantomeno, perché la pastorale vocazionale non debba essere un compito preciso di tutta la comunità cristiana ed in particolare degli educatori dei giovani in essa. Il motivo è un altro. Un seminarista, proprio come un/a postulante o un/a novizio/a, si definiscono essenzialmente ed esclusivamente per la loro scelta vocazionale. Non sono ancora sacerdote o religioso/a, eppure la loro vita è cambiata radicalmente rispetto a quella degli altri giovani. Ciò che li rende diversi dagli altri giovani, però, è solo la loro risposta ad una particolare vocazione. Per questo una pastorale vocazionale non può prescindere dalla loro presenza che è essa stessa testimonianza ed esemplificazione di quanto si vuole annunciare.

Cosa significa in concreto tutto questo? La pastorale vocazionale ha bisogno più di ogni altra di modelli “accessibili”, oltre che, naturalmente, “autentici”. Nel nostro caso, data per scontata l’autenticità, è stato necessario e sempre più necessario lavorare per liberare “da sotto il moggio” la luce della testimonianza vocazionale del seminario e dei seminaristi. Si tratta di rendere accessibile a tutti ed innanzitutto ai giovani la loro testimonianza. Perciò, prima ancora che escogitare una serie di attività vocazionali specifiche, occorre dare una specifica impronta ed una specifica sensibilità vocazionale a qualsiasi attività svolta dal seminario e dai seminaristi.

La formazione e lo sviluppo di una simile mentalità dentro e fuori del seminario è così stata, ed è a tutt’oggi, una delle nostre maggiori preoccupazioni pedagogiche. Ed i frutti si vedono. Educati in questa maniera, in qualsiasi attività pastorale i seminaristi si trovino impegnati, risulta sempre più naturale per essi aiutare i loro coetanei nei primi passi di una seria ricerca vocazionale. Di fede, innanzitutto, ma anche per un impegno più serio all’interno della comunità, fino, in molti casi, a far emergere i primi accenni di una possibile vocazione sacerdotale o consacrata.

 

Le diverse tappe della pastorale vocazionale

Naturalmente, perché tutto questo lavorio di base porti frutto, occorre che il seminario si dia delle specifiche strutture di pastorale vocazionale. Nel nostro caso tale pastorale copre i tre momenti essenziali dell’annuncio, della catechesi, della cura personale.

Per quanto riguarda l’annuncio, vi è innanzitutto la sistematica ed esplicita attenzione in ogni attività pastorale del seminario alla dimensione vocazionale, cui prima si accennava. In particolare, oltre che nelle normali attività catechetiche cui i seminaristi sono impegnati un pomeriggio a settimana oltre la domenica nelle varie parrocchie di Roma, momento privilegiato sono le missioni popolari che all’inizio di un anno scolastico tutta la comunità del seminario svolge simultaneamente in diverse parrocchie (in media cinque all’anno) della Diocesi. Il fatto certamente eccezionale che la missione sia svolta da alunni e sacerdoti del Seminario, per un periodo intensissimo di lavoro di oltre due settimane, ha ovviamente un impatto di sensibilizzazione vocazionale notevole. Oltre questi momenti, la missione e l’apostolato parrocchiale, che costituiscono il clou dell’attività pastorale annuale del seminario, all’annuncio vocazionale sono riservate due specifiche attività: le settimane vocazionali nelle diverse parrocchie (in media dodici l’anno) e l’annuncio nelle scuole superiori tenute dai religiosi. Scuole che costituiscono nella Diocesi di Roma una grossa e mai curata abbastanza realtà pastorale a livello giovanile, dove è possibile avvicinare giovani che ben difficilmente si accostano alle parrocchie.

A questo primo annuncio vocazionale fa seguito un’azione catechetica più specifica a livello di una lettura vocazionale della vita. Ad essa è riservata, oltre che la catechesi in particolari gruppi parrocchiali più ricettivi e formati fra quelli avvicinati dai seminaristi, un’attività specifica di catechesi extrascolastica in alcune delle scuole superiori in cui il nostro inserimento è stato più fruttuoso. Ad essa si dedica un équipe di oltre trenta seminaristi che svolgono in queste scuole invece che nelle parrocchie la loro attività pastorale settimanale. Momento specifico ed essenziale di questa catechesi vocazionale resta comunque l’incontro bisettimanale di preghiera per giovani dai 18 ai 30 anni che ormai da più di quindici anni il seminario offre e che ha raggiunto quest’anno una partecipazione costante di oltre trecento unità per incontro. A quest’incontro bisettimanale di preghiera che si svolge in seminario, va aggiunto l’altro migliaio di giovani che avviciniamo nelle scuole di preghiera mensili, sempre su argomento vocazionale, che animiamo in dodici parrocchie in Roma, sparse nelle diverse prefetture della Diocesi. Altro momento meno continuativo, ma sempre efficace di catechesi vocazionale sono i ritiri vocazionali che animiamo per gruppi di diverse parrocchie e scuole cattoliche di Roma e che per molti di essi sono diventati una piacevole tradizione, almeno una volta l’anno. Infine, culmine dell’attività di catechesi vocazionale di un anno sono gli esercizi spirituali estivi che in tre diversi turni il Seminario organizza e che raccolgono ogni anno oltre duecento giovani nella villa estiva del seminario. Non è mai mancata ogni anno qualche nuova vocazione, sia sacerdotale che religiosa, da questa specifica attività.

Il terzo livello di pastorale vocazionale specifica è quello forse più delicato di tutti che riguarda la cura personale di tutti quei giovani, innanzitutto quelli provenienti da parrocchie e da scuole, che nel corso di un anno manifestano il desiderio di approfondire un cammino serio di ricerca vocazionale orientato al sacerdozio. A questo lavoro si dedicano in special modo il rettore e due sacerdoti del seminario con un lavoro di direzione spirituale personale. Siffatta attività appare sempre più essenziale, per operare un attento discernimento. Infatti, a quei giovani cresciuti “normalmente” in parrocchia, nei vari gruppi, o nella scuola cattolica, si aggiunge un numero sempre crescente di giovani e meno giovani che chiedono aiuto a noi in questa direzione, e che molto spesso non hanno alle spalle alcun sacerdote o realtà ecclesiale che li abbia aiutati. Per gli uni e per gli altri, quest’attenta cura personale è così oltremodo indispensabile, e per la salvaguardia della comunità, e per l’aiuto che si può dare alla singola persona, che manifesti segni autentici di vocazione. È praticamente sempre necessario, infatti, aiutare questi giovani a darsi una struttura più forte sia a livello umano che spirituale, per prepararli ad entrare nei ritmi piuttosto sostenuti della vita della nostra comunità senza restarne travolti.

Momento privilegiato di questa cura personale, per coloro che abbiano superato il primo discernimento, sempre a livello strettamente personale e per i quali sia ragionevole aspettarsi un esito positivo del percorso di ricerca vocazionale, è l’inserimento in uno dei due gruppi vocazionali del seminario, l’uno maschile, l’altro femminile. In essi, la persona, di solito con la necessità di un periodo ben più lungo per le ragazze, per le quali la scelta è molto più difficile, delicata e complessa, può crescere in un sereno confronto con amici o amiche che vivono la stessa problematica. Ciascun gruppo vocazionale si riunisce per un ritiro, di solito di una giornata (di due nei tempi forti), con i due sacerdoti del seminario incaricati. Ma, a parte questo momento comune, ciascuno dei due gruppi è molto affiatato a livello, di amicizia personale, visto l’estremo bisogno di confronto che giovani che si preparano a scelte siffatte hanno, e visto che tutti hanno già sperimentato (le ragazze molto più dei ragazzi) quanto sia doloroso dover vivere da soli un certo tipo di ricerca.

 

La pastorale vocazionale: un servizio alle persone

Se mi è lecita una conclusione, il fatto che già da qualche anno il numero dei seminaristi romani si sia stabilizzato sulla cifra dei settanta e che ogni anno abbiamo più di quindici nuove entrate in seminario (un record per Roma, soprattutto quando si pensi che esistono altri seminari teologici legati alla Diocesi, fino a toccare un numero di seminaristi maggiori per Roma intorno al centinaio, anche se non tutti presteranno servizio in Diocesi), è un incoraggiamento ed insieme un monito. Le vocazioni non mancano: occorre solo tanto lavoro per farle emergere e per curarle. Sopratutto però un lavoro centrato sulla persona. “Dio chiama per nome”, proprio come vuole salvare le persone una per una.

Il rischio nuovo più grande in questo momento di rinascita religiosa della cristianità su dimensione sempre più planetaria è quello dell’assemblearismo, tipico prodotto di scarto degli ideali sessantottini, mediante il quale però vecchi errori potrebbero riproporsi. L’errore è sempre quello di far sì che l’istituzione venga prima della persona. Prima del Concilio questo errore veniva vissuto in un’ottica di “destra”. Oggi, molti degli uomini che, a diversi livelli, fecero l’epoca del Concilio e reagirono pur con i loro limiti a quell’errore in nome di un’antropologia personalista, vanno scomparendo dalla scena per naturale avvicendamento, lasciando il posto agli “scampati del ‘68”. Così, lo stesso errore rischia oggi di ripetersi anche da “sinistra” e si chiama “assemblearismo”. Sarebbe tragico oltre che buffo che questi due errori, nella loro versione di “destra” e di “sinistra” figli della medesima matrice ottocentesca di pensiero che sempre di più va scomparendo dal mondo laico, si perpetuassero subdoli proprio nella chiesa che tanto ha operato per la loro denuncia e progressiva sparizione dal “secolo”. Un certo imbarbarimento della “dialettica” ecclesiale cui si è costretti ad assistere fa invece temere proprio questo, con una radicalizzazione di posizioni contrapposte ormai completamente fuori tempo, oltre che, e questo da sempre, fuori di luogo nella Chiesa.

Purtroppo anche la pastorale vocazionale risente di tale imbarbarimento, che non fa che aumentare la confusione e lo smarrimento di giovani particolarmente esposti perché particolarmente bisognosi di aiuto personale. Su questo pericolo occorre vigilare, visto che le pecore sapranno sempre riconoscere la voce di un pastore davvero “buono”. Sarebbe infatti triste che della persona non si rispettasse proprio la sua parte più sacra, quella che è coinvolta quando si prendono decisioni da cui dipende una vita, oltre che le vite delle persone che da questa scelta dipenderanno. La vocazione ed il suo discernimento restano un fatto della persona ed a questo livello vanno trattate, anche se, come abbiamo visto, la comunità svolge un ruolo importante. Una pastorale vocazionale di tipo davvero diocesano, svolta come servizio alle persone, ai chiamati prima di tutto, più che agli “enti”, alle “istituzionio alle “comunità” o “gruppi”, o comunque vogliamo etichettare a seconda dei gusti o delle ideologie ciò che non è persona, è dunque più che mai urgente.

 

 

 

GIUSEPPE BILANCIONI

Animatore del seminario di Rimini

 

Per rispondere alle esigenze del quesito che mi è stato posto ho diviso l’articolo in due parti; la prima evidenzia la preoccupazione educativa nei confronti del ragazzo che deve essere formato; la seconda, più propositiva, cerca di cogliere lo specifico del tipo di servizio che il Seminario svolge in ordine alla pastorale delle vocazioni.

“Su ciascuno di noi Dio ha un progetto d’amore. Scoprirlo e realizzarlo deve essere l’impegno più grande della nostra vita. Dio manifesta a noi il suo progetto con la vocazione. Come puoi conoscere la tua vocazione?”.

Così recita uno dei primi numeri della proposta educativa del nostro Seminario. Così mi sono posto in questo servizio quando alcuni anni fa il vescovo mi ha chiesto di lavorare in Seminario. Ricordo che il lavoro non mi spaventava più di tanto, mi sentivo tranquillo perché non ero solo, ma entravo a far parte di un’équipe ben affiatata e strutturata che aveva dato segno di reggere bene gli urti degli sconvolgimenti culturali e sociali degli anni precedenti. La prova più evidente era il Seminario che nonostante tutto funzionava! Era ed è tuttora la proposta più efficace ed eloquente di tutta la pastorale vocazionale.

 

Quale educazione

Non vorrei sembrare ripetitivo, ma la prima scelta vocazionale, che dice anche il modo i porsi di fronte alle situazioni, sta proprio in chi fa direttamente la pastorale delle vocazioni. Chi sono gli addetti ai lavori?

Non è il singolo, pur avendo capacità e fantasia, ma è l’équipe (5-6 preti) che riesce a creare mentalità, che ha la forza propositiva, che sorregge il singolo nei momenti di fatica o di difficoltà. È l’équipe che con la ricchezza di persone diverse mostra la possibilità di cammini diversi.

Il ragazzo che si trova in Seminario respira sin dall’inizio questo clima, questo stile di lavoro. Concretamente tutto questo significa educare anche attraverso l’esperienza, il prete di domani.

Prima di tutto viene il Seminario con le sue iniziative. Normalmente i seminaristi collaborano alle attività vocazionali rivolte ai giovani e ai ragazzi/e in genere. Sono animatori diretti delle visite al Seminario dei gruppi cresima. Si prestano per eventuali testimonianze nelle parrocchie della diocesi.

Tutto questo aiuta ad allargare gli orizzonti, a non fermarsi alla propria esperienza di Chiesa, a non privilegiare una spiritualità a discapito delle altre. Il prete è l’uomo di tutti e si santifica nel suo essere “uomo di tutti”.

Il prete deve essere il padre, il pastore della sua gente. Come tale deve avere attività da gestire in proprio. Ciò non toglie che anche la responsabilità diventi corresponsabilità quando coinvolge settori comuni o quando essa è divisa tra persone che vivono e lavorano per lo stesso progetto. La pastorale vocazionale offre questo tipo di opportunità, come risulta anche dalle esemplificazioni proposte sopra.

Significa concretamente saper lavorare insieme, ma anche saper valorizzare le differenze e le singole capacità. Nelle attività vocazionali normalmente alcuni seminaristi lavorano insieme ad un educatore del seminario. Il risultato è duplice in quanto il ragazzo è educato dalla esperienza stessa, ma a sua volta deve saper gestire quella situazione direttamente.

La possibilità di gestire direttamente o di essere protagonisti in prima persona di alcune attività pastorali offre continuamente l’occasione di rendere lo studio più aderente alla vita. In questa prospettiva sono importanti anche gli insuccessi, le delusioni, le inevitabili difficoltà che ci possono essere per chi lavora in un campo così delicato e difficile. Chi ti incontra per la prima volta può rimanere entusiasta. Ciò che è più difficile è dare continuità alla proposta e vitalità di contenuto. Ecco perché alcuni di loro gestiscono i gruppi di confronto (nell’incontro di preghiera mensile) o altre attività vocazionali, in modo stabile.

A vero che l’uomo parla molto di più con la vita, ma è anche importante saperlo fare con la parola. Soprattutto per chi sarà chiamato poi a predicare. Ecco perché dare la propria testimonianza di vita significa pure aiutare la stessa persona a chiarire interiormente le proprie motivazioni di consacrazione al Signore e al suo Vangelo.

 

Quale servizio vocazione

Tentando una descrizione del tipo di servizio che viene offerto alla pastorale delle vocazioni, attraverso le varie attività proposte, mi vedo costretto a riassumere le esperienze in alcuni capitoli fondamentali, dandone una descrizione solamente sommaria.

Sono tutte le iniziative che fanno capo al Seminario, gestite direttamente. Attività vocazionali in genere con ragazzi/e di ogni età (elementari, medie, giovani): proposta preghiera, riflessione di temi vocazionali, sono le modalità concrete con cui vengono condotti.

Sono tutte le iniziative in cui il Seminario viene coinvolto, ma che normalmente vengono proposte da altri: giornate di preghiera nelle parrocchie; collaborazione ad attività di pastorale giovanile (ACR, scout…); presenza nelle scuole cattoliche.

Inoltre proponiamo: incontri con i catechisti e gli educatori in genere per far conoscere e approfondire la dimensione vocazionale dei catechismi e dei vari itinerari formativi; preparazione dei sussidi specifici, o anche la divulgazione dei sussidi preparati da altri per la pastorale vocazionale (campi estivi, settimana vocazionale, giornata mondiale vocazioni…); sussidio per la preghiera mensile per le vocazioni che viene inviato mensilmente a tutte le parrocchie e comunità religiose.

 

 

 

 

GIOVANNI SANTUCCI,

Rettore del seminario di Pisa

 

Nelle dichiarazioni ufficiali e nei documenti, la pastorale vocazionale, di cui il Centro Diocesano Vocazioni si fa portatore e animatore nella realtà delle nostre Chiese locali, è facilmente avvertita come punto discriminante di tutta la vita e l’azione della Chiesa, perché ogni servizio nella Chiesa è frutto di vocazione e manifestazione di ministerialità.

Nella concretezza della vita di ogni comunità parrocchiale, delle stesse Diocesi, spesso la pastorale vocazionale, che più di una pastorale specifica è un clima e una dimensione in cui ogni impegno e attività si muove, è dimenticata, mai negata, ma di fatto dimenticata, presi come si è dalle urgenze, dalle realizzazioni di un servizio che affannosamente insegue mete frequentemente non ben delineate e individuate, in un’opera che sa di contenimento, di difesa.

Lo stesso impegno della Chiesa nei confronti dei giovani, oggetto e soggetto della pastorale giovanile, non mi pare in gran parte frutto di un autentico ascolto della Parola e accoglienza dell’uomo (il giovane con le sue istanze e i suoi guai) sull’esempio di Cristo.

Il ruolo del Centro Diocesano Vocazioni è quello di richiamare costantemente l’attenzione della comunità tutta su questo che al momento mi sembra il problema più urgente della Chiesa, sollecitare la sensibilità più partecipata, aiutare una riflessione più circostanziata e sostenere chi opera in questo difficile campo della pastorale.

Tutte le componenti del popolo di Dio sono coinvolte e compromesse in quest’opera: sacerdoti, famiglie, catechisti, animatori della liturgia, religiosi, religiose… Ciascuna di queste realtà operanti nella Chiesa, continui a svolgere il proprio ruolo, ma sappia trarre dall’opera e dal servizio del Centro Diocesano Vocazioni alimento, stile, taglio… vocazionali per il proprio intervento.

L’opera del Centro Diocesano Vocazioni non intende sostituire nessuno degli elementi “tradizionali” della pastorale “ordinaria” (metto fra virgolette per far risaltare quanto penso senza esprimere un giudizio) ma fornire uno stimolo e un’attenzione.

Questo nasce da una convinzione maturata in questi anni come parroco, come rettore di seminario, come responsabile del Centro Diocesano Vocazioni, che una vocazione alla vita consacrata è frutto di una comunità viva, esprime la fecondità di una comunità accogliente del dono di Dio. Se le nostre comunità, non sanno generare giovani generosi e pronti a seguire Gesù donando a lui la propria vita per il Regno dobbiamo chiederci perché, e far tutto quanto è possibile a ciascuno perché il Signore sia accolto e seguito.

Quali possono essere dunque le linee operative che nascono da queste considerazioni e alle quali il Centro Diocesano Vocazioni cerca di dare il suo contributo? Tra le tante possibili mi sembra di poter indicare queste:

Rendere le nostre comunità sempre più ricche della Parola di Dio: penso all’omelia, agli incontri biblici, alla preparazione della liturgia domenicale, alla Lectio Divina. L’esito ultimo dell’obbedienza alla Parola è la vita.

Sviluppare incisivi itinerari di catechesi soprattutto la catechesi legata al sacramento della Confermazione, la catechesi giovanile. Fa impressione che la catechesi sui sacramenti si arresti al momento celebrativo e non si apra a quanto i sacramenti domandano in ordine alla vita. La catechesi deve far comprendere lo spessore delle Parole e dei Gesti sacramentali in ordine alla vita.

Impostare e promuovere una seria pastorale giovanile che, nella triplice dimensione (cristologica, ecclesiologica e antropologica) ricordata prima, insegnamento grande del Concilio, sappia offrire la possibilità di libere e motivate convinzioni interiori. La situazione drammatica in cui si trovano i giovani ci interpella e ci coinvolge.

Curare la partecipazione e il gusto della liturgia: soprattutto attingere dall’Eucaristia la forza per testimoniare l’amore.

Infine educare i nostri giovani al volontariato e al servizio. Chi sa cogliere l’esigenza e ascoltare il bisogno è capace di rispondere “sì” al Signore che chiama a seguirlo.

Ecco, dobbiamo tutti affidarci alla bontà e misericordia del Padre, ma dobbiamo adoperarci con ogni energia affinché il dono di Dio sia accolto.

Da queste considerazioni nasce il servizio che il Centro Diocesano Vocazioni offre alla comunità in collaborazione con il Seminario che, per ovvii motivi, si è reso pienamente disponibile.

Il Seminario si è offerto luogo ideale per gli incontri dei gruppi giovanili, per le giornate di spiritualità, per momenti di riflessione e di studio che il Centro Diocesano ha promosso durante l’anno. L’ambiente è accogliente, gli spazi sufficientemente ampi per permettere davvero un’esperienza di solitudine, di silenzio, di riflessione. Al centro la celebrazione della liturgia e la Parola di Dio. Le esperienze di Lectio divina vissute con gli universitari e gli studenti della scuola media superiore sono stati momenti arricchenti, vere scoperte per tanti giovani. La liturgia delle ore celebrata insieme con i seminaristi ha dato il gusto della preghiera fatta con la Parola di Dio; la liturgia eucaristica, la confessione, vissute in questo clima di raccoglimento e disponibilità al Signore sono stati per tutti momenti esaltanti.

Accanto a questi appuntamenti che hanno scandito l’anno, che sono stati la proposta fatta alle comunità giovanili delle Parrocchie, le settimane vocazionali. Sono una esperienza unica per chi le organizza e le vive, sono ricordo struggente per chi vi partecipa. L’incontro con i catechisti e il Consiglio pastorale per la programmazione, la vita condivisa con tutte le componenti della Comunità parrocchiale, dai bambini alle famiglie, dai giovani agli ammalati, danno tono e respiro alla vita parrocchiale che davvero ritrova quel senso di partecipazione alla missione della Chiesa e prende coscienza della sua responsabilità in ordine all’annuncio evangelico. Dopo la settimana di animazione vocazionale nelle parrocchie di solito resta un legame profondo di simpatia e di amicizia fra la comunità, i giovani soprattutto, e il Seminario che si presenta come realtà organizzata accogliente.

Non ricordo quante serate passate insieme in seminario e nelle parrocchie, con i seminaristi, per vivere insieme a questi giovani che abbiamo incontrato uno, due, …anni fa in occasione della settimana vocazionale e con i quali è rimasto un rapporto vivo e si incontrano con noi per pregare per uno scambio di idee, per una serata di canti e di amicizia semplicemente.

Da tutto questo, lentamente ma decisamente, nasce la collaborazione con alcuni settori della pastorale diocesana, collaborazione legata ai campi scuola, soprattutto, ai momenti di studio e di verifica, alle celebrazioni della veglia di Natale, di Pasqua e di Pentecoste, quando il Vescovo convoca per celebrare la solidarietà e la condivisione, ma anche per rinnovare la nostra adesione ai doni dello Spirito e alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Giovani che si fanno apostoli e missionari, perché mandati, di altri giovani.

Continueremo a chiedere e offrire collaborazione ai vari Centri Pastorali, alle associazioni, ai movimenti… sicuri di quanto possiamo e consapevoli di quanto abbiamo bisogno di aiuto e collaborazione.

Fra le varie iniziative di quest’anno vorrei descriverne una: nelle domeniche di Avvento e Quaresima abbiamo offerto alle parrocchie la possibilità di realizzare un giorno di ritiro spirituale, in seminario, per i giovani della comunità, organizzato e condotto dai seminaristi e dai preti del seminario. L’orario era intenso e impegnativo: ore 9,30 ritrovo; 9,45 Lodi e meditazione; poi tempo per la riflessione personale, in solitudine; 12,30 un breve momento di preghiera comunitaria, poi il pranzo preso insieme. Nel pomeriggio, dopo un incontro di scambio e di riflessione comunitaria, la preparazione della liturgia e la celebrazione eucaristica.

Sono state giornate stupende, dove decine e decine di giovani hanno potuto pregare, meditare, parlare… Occasione preziosa, tempo dedicato, messo a disposizione del Signore. Una occasione di collaborazione semplice e preziosa.

Sappiamo che lavorare insieme parrocchie, centri pastorali, Centro Diocesano Vocazioni… condividendo, confrontando, armonizzando… è difficile, ma è esigenza sempre più avvertita perché la proposta vocazionale non sia annuncio sporadico ma respiro della vita della Chiesa.

 

 

 

 

PIER DAVIDE GUENZI

Giovane prete della diocesi di Novara

 

Un apologo di G.K. Gibran mi sembra quanto mai appropriato per fare da filo conduttore di questa breve testimonianza: “Viveva un tempo un uomo che possedeva una distesa di aghi. E un giorno la madre di Gesù si recò da lui e gli disse: Amico, l’abito di mio figlio è lacero, e bisogna che io lo rammendi prima che si rechi al tempio. Non potresti darmi un ago?. E lui le diede non un ago, ma una dotta dissertazione sul tema Dare e Ricevere, da portare a suo figlio prima che si recasse al tempio”.

Lasciando da parte il significato più ovvio di questo apologo, che possiamo sintetizzare nel vecchio adagio “val più la pratica che la grammatica”, vorrei cogliere, piuttosto, un senso più nascosto ma quanto mai vero. Al di là di ogni riflessione sul “Dare e Ricevere”, resta la verità dei moltissimi “aghi”, dei frammenti quotidiani che costituiscono l’esperienza di una vita. Perché questi “aghi”, diventino qualcosa di significativo occorre un criterio ordinatore, che non annulli la ricchezza e la varietà del concreto. Si tratta, però, di avere consapevolezza che il frammento resta tale se non viene rapportato ad un progetto, ad una vocazione, quella del sacerdote nel mio caso, in una scelta concreta e non riducibile ad un’evidenza razionale. Ho cercato brevemente di raccogliere questi frammenti in una unità significativa, su quello che hanno rappresentato per me, e, dunque, senza la pretesa di essere assoluti come la dotta dissertazione a cui sopra si faceva cenno.

Sono sacerdote di una diocesi di media grandezza nel Piemonte, Novara, e, sono approdato al seminario diocesano dopo gli studi liceali e alcuni anni di impegno nella mia parrocchia, una comunità nella periferia sud-est della città. Sono diventato prete l’anno scorso e l’impegno affidatomi in questi primi anni dal Vescovo è stato quello di continuare gli studi presso una Facoltà di Roma. A partire da questa essenziale “carta di identità” cerco di riflettere sulla formazione ricevuta in base a due criteri: il criterio del tempo e il criterio delle persone.

 

Tempo e formazione

Nella formazione del sacerdote un fattore molto importante è il tempo.

Innanzitutto il tempo che ti viene, messo davanti dopo che con impegno (e a volte assumendo la dimensione di croce in questo) hai colto la tua decisione di vita. Il passaggio di Dio, che offre alla umana ricerca di senso la prospettiva totalizzante e coinvolgente di una vocazione, comporta un’adesione che se vuole diventare vera deve passare il vaglio del tempo, del dare del tempo e del darsi del tempo. Ecco, i sei anni di formazione nella comunità di teologia hanno rappresentato per me, per la mia decisione, il rendermi consapevole che percepire con una luce di Grazia la mia vocazione al sacerdozio non equivaleva a vedermi immediatamente prete. Forse era la tentazione, che a volte ritorna nell’esistenza dei giovani, di vedere realizzato un proprio progetto, un proprio stile di vita subito, senza la capacità di lasciare maturare quello che è solo un seme, tenace perché ripieno di forza di vita, ma pur sempre esposto alla precarietà e ansioso di irrobustirsi. Il tempo che viene posto davanti a chi entra in seminario, più che un tempo da riempire con contenuti di esplicita formazione (che si ridurrebbe a una specie di addestramento centrato su di un compito chiaro e definito per una risposta efficiente) rappresenta proprio questo vuoto, questa sospensione che sta tra l’esperienza di fede accolta e corrisposta e il dono che offre la garanzia che, al di là di ogni umana buona volontà, è la stessa limitatezza dello strumento a rendersi utile come disponibilità alle esigenze del Regno e della sua giustizia. Il cammino, nel tempo, del seminario ha rappresentato questo sviluppo della personale libertà incontrata e trapassata e giorno dopo giorno resa più trasparente (nonostante l’opacità persistente del peccato) dal dono della fede e dalla condivisione comunitaria di essa.

Il tempo di questo cammino ha coinciso per me, e credo per moltissimi altri sacerdoti, con la percezione in esso di una scadenza imprescindibile: il tempo della maturità umana. E un punto da non disattendere e su cui valutare la formazione nei nostri seminari. Spesso ci si illude che attenzione alla maturità umana equivalga a generici giudizi e valutazioni di tipo psico-pedagogico. Formule di questo tipo non colgono il problema e tentano di risolverlo per la via più breve: semplificandolo. Credo che nel mio cammino formativo solo in modo alterno e discontinuo si sia considerato questo problema di equilibrio, di finezza nel forgiare appieno la personalità di ciascuno. Resta il problema aperto per cui la maturità umana non risulti essere solo un dato da quantificare e da valutare, ma si viva e si costruisca nel frammento di ogni giorno.

Approdato alla comunità di teologia a diciotto anni, il tempo del seminario ha rappresentato, inoltre, il tempo della maturazione della fede, ed in particolare di quella unità tra fede e vita sviluppatasi nella assunzione di una responsabilità ufficiale (preceduta, ovviamente, dal dono di Dio) nella Chiesa e per la Chiesa. Si tratta di un punto unificante il cammino di formazione e credo da non dare per scontato con il fatto di essere in tensione verso un traguardo che presuppone l’esperienza profonda e vissuta della fede (è il senso del termine stesso presbitero).

Il seminario ha rappresentato per me anche il tempo di un primo disincanto nella percezione esatta non tanto del sacerdozio quale risulta essere nelle sue dimensioni essenziali, ma delle caratteristiche da imprimere al mio servizio, dello stile sacerdotale da plasmare nella mia vita. Questo discorso non è da forzare, come si vedrà in seguito, ma credo sia importante. L’esperienza dell’impazienza, confrontata con la prospettiva a tempi “sufficientemente” lunghi del cammino seminaristico, ingenera – per lo meno così per me è stato – un “sacro zelo” di un sacerdozio che risponda ai bisogni e alle necessità di ogni uomo. Il disincanto subentrato negli anni di seminario non rappresenta allora una perdita di tono, di uno smalto ottimistico, ma il realismo che si profila come un valore importante nella formazione di un candidato al sacerdozio. Realismo inteso come conoscenza di sé, delle proprie capacità, della capacità di progettarsi e di lasciarsi progettare. Entra a questo riguardo il senso della obbedienza che nel seminario è vissuta come discernimento operato con il seminarista, non solo sul seminarista, per fare emergere una attitudine realistica sulla propria esistenza e su cui fondare la stessa obbedienza.

Una dimensione ulteriore del tempo è quello della disponibilità. Credo che essa abbia rappresentato un punto fermo nella mia formazione. Disponibilità come conformare la propria vita nella logica non solo del prevedibile (o peggio del previsto), ma dell’imprevedibile che sembra essere una connotazione sempre più costante nella nostra esperienza pastorale. L’imprevedibile rappresenta l’attitudine a percepire l’urgenza e la serietà dei bisogni degli altri, della società, della Chiesa. Disponibilità che mi è stata proposta come valore da vivere nella trama ordinaria della vita di seminario per farne, domani, una dimensione indispensabile del prete. Essa può essere considerata come tensione non a realizzare se stesso, ma nel realizzarsi offrendo vita e possibilità di esistenza. Tale disponibilità non nasce immediatamente, ma ha bisogno del suo tempo. È un insegnamento globale che sgorga dalla formazione complessiva del sacerdote.

All’interno di questo grande tempo, che è il tempo del seminario, sono collocati i vari tempi che costituiscono l’ossatura della formazione: il tempo e la cura della formazione spirituale, il tempo della formazione culturale ed il tempo dell’impegno pastorale formativo. Il rischio durante la mia formazione seminaristica è stato di non considerare con sufficiente chiarezza l’interdipendenza di questi “tempi”, di considerarli come capitoli a parte con logiche e andamenti propri, magari facendoli oggetti di scelte preferenziali. Il cogliere questa interdipendenza però mi ha fatto capire che essa non significa livellamento attraverso la produzione di formule ibride quali (solo a titolo esemplificativo): una “spititualità pastorale”, uno “studio pastorale” o così via.

Certo, il prete è pastore e fa della pastorale la ragione della sua vita, fino ad assumerla come valore portante (la caritas pastoralis che ricorda il Concilio essere il costitutivo del prete). Il senso profondo di questa interdipendenza sta però nella persona stessa del sacerdote – e non tanto in quello che fa -; si tratta in sostanza di una unità che si fa dentro l’intera vita e che deve permanere come costante.

Un’ultima qualifica del “tempo” del seminario mi sembra particolarmente importante: il tempo vissuto nella relazionalità; ma questo ci fa passare alla seconda parte di questa testimonianza.

 

Persone e formazione

La dimensione della relazionalità, della vita fraterna, è stata molto sottolineata nella mia esperienza di seminario. La vita in comune nella corresponsabilità dell’andamento del seminario ha rappresentato un elemento validissimo per la mia formazione. La comunità stessa è diventata formativa per la mia esperienza. È facile fare retorica o lasciarsi andare a considerazioni idilliache su questo punto particolare. Piuttosto è importante considerare che festa e perdono – come ricorda J. Vanier – sono insieme due momenti della vita comunitaria. Entrambe queste dimensioni non sono venute meno nella mia esperienza di formazione; il perdono nel senso di accogliere senza giudizio l’altro quale presenza di amore e capace di suscitare in me quella “urgenza della carità”, che porta a scorgere il bene possibile qui ed ora. Spesso – infatti – la convivenza prolungata mi ha portato a vivere questo rapporto di fraternità più all’esterno, magari ricercando io stesso l’ambito e l’oggetto in cui esercitare un servizio, e non a riconoscere il servizio immediato all’interno della comunità. Credo dunque che anche questo aspetto non risulti marginale e in sé formativo: vivere nel seminario l’urgenza della carità che le persone ogni giorno mi pongono. E credo di averlo percepito all’interno della vita della mia comunità. Solo così anche la dimensione della festa può essere piena, scoprendo la gioia della reciproca gratuità. La convivenza di aspiranti al sacerdozio diventa formativa anche per uno stile sacerdotale più improntato alla comunicazione, al dialogo, alla collaborazione, che risultano essere, oggi, spesso così difficili nel presbiterio di una diocesi.

Le persone che sono entrate nella mia esperienza di seminarista sono state molte e da tutte ho ricevuto, come a tutte, spero di avere dato. Non solo dunque i compagni della teologia, ma i superiori stessi (che ho sempre voluto più vicini, anche nella disponibilità del tempo a noi), i ragazzi del seminario minore (per cui ci sentivamo, anche a motivo di testimonianza un po’ responsabili), i laici che condividevano con noi lo studio e la scuola di teologia e tutte le persone che offrivano il loro lavoro a servizio del seminario. Questa relazionalità è un criterio decisivo e, anche questo, non può essere quantificato, ma credo debba entrare con forza nei criteri di formazione.

L’ultima Persona è stata tralasciata per distrazione durante tutta questa testimonianza, forse perché stava chiaramente dietro a tutto questo discorso. La prima relazione l’ho vissuta con il Signore per cercare di tenere dietro alla “visione” con la forza della perseveranza e con il desiderio di maturare in pienezza il germe della chiamata. La chiarezza che dietro ogni tempo ci stava non il vuoto girare intorno a me stesso, ma la gioia di approfondire il senso di “quel vederlo e seguirlo” per assumere consapevolmente e responsabilmente tutto ciò che stava dietro l’intuizione della sua voce nella mia vita. Più in dettaglio questo ha significato il percepire Gesù come modello di ogni relazione vivente con il Padre. All’interno di ogni approfondimento teologico ci stava “la scienza” di Cristo sul mistero di Dio e dietro ogni servizio pastorale all’uomo di oggi ci stavano le sue mani e le sue parole capaci di illuminare ogni situazione di vita. Capire, infine, che dietro ogni relazione comunitaria ci stava il suo progetto di costituire in comunità quelli “che erano suoi”, nella comunità vivente che è la Chiesa cui stavo per mettermi a servizio ha rappresentato per me la scoperta e l’insegnamento più valido ricevuto.

Sono questi, rileggendoli, per riprendere l’immagine iniziale, gli “aghi” che ho raccolto all’interno della mia esperienza e che ritengo fra i più importanti e quelli su cui contare per una riflessione sulla formazione al sacerdozio.

 

 

 

 

STEFANO CIACCA,

Giovane prete della diocesi di Perugia.

 

Sono ormai tre anni che ho terminato la mia formazione sacerdotale al Seminario Regionale Umbro che è in Assisi ed ora mi ritrovo con un certo stupore a ricordare i cinque anni trascorsi in quel “luogo” insieme ad altri fratelli che hanno condiviso con me e condividono, la stessa fede e la stessa chiamata. Mi viene chiesto di fare memoria di quel tempo di meraviglie di Dio e di difficoltà per scrivere oggi, a voi che leggete, come dovrebbe essere impostata una formazione sacerdotale.

Il compito è assai difficile, anzi impossibile, però cinque anni di vita in un seminario mi hanno fatto comprendere che ci sono dei punti fermi e irrinunciabili sui quali edificare la comunità di formazione di coloro che hanno udito la chiamata di Dio a lasciare tutto e seguirlo.

 

Profonda esperienza personale di Dio

Potrebbe sembrare inutile richiamare questo punto che è il primo, fondamentale e scontato criterio di discernimento non solo di una chiamata sacerdotale, ma di qualsiasi vocazione cristiana. Eppure proprio per la sua scontatezza è troppo spesso poco considerato.

Ancora oggi, purtroppo, le motivazioni che spingono un giovane a seguire il Signore sulla via della donazione totale non sono sempre profonde e verificate, portando così, con sé, negli anni a venire un certo logoramento interiore della vita spirituale e il bisogno di trovare altrove stimoli e scopi di vita, pur restando “materialmente” nella sequela di Cristo.

Quando entrai in seminario, all’età di diciotto anni, ero in assoluto il più giovane. La comunità del seminario di Assisi, infatti, si caratterizzava per essere composta da ragazzi che venivano, per lo più, dal mondo del lavoro o dell’università. Ragazzi quindi di età adulta le cui motivazioni alla scelta della vita sacerdotale erano, per la maggior parte, profonde, maturate in un incontro personale con Dio.

Gli anni trascorsi in seminario con loro e con altri giovani che forse non vivevano la stessa tensione spirituale, mi hanno convinto sempre più che l’esigenza fondamentale in ogni chiamato è di avere un’esperienza personale di salvezza in Cristo, cioè di “rinascere dall’alto” (Gv 3,3).

 

Corresponsabilità nella vita comunitaria

Proprio per tale maturità di risposta fu possibile attuare quell’alta dimensione di vita che è la corresponsabilità, indispensabile in una vita comunitaria in quanto ognuno si rende responsabile della propria e altrui formazione, evitando il rischio di vivere tempi e momenti in modo passivo, accettandoli semplicemente perché imposti.

Devo ringraziare il mio rettore di allora per la lungimiranza e la sapienza con cui seppe guidarci in questa corresponsabilità. In un ritiro di inizio anno, organizzato proprio per tale scopo, ci mostrò quelle che dovrebbero essere le mete e gli scopi di un cammino di formazione sacerdotale. Dopodiché ci disse che spettava a noi, in comunione e in collaborazione con lui, trovare le modalità per raggiungere tali mete.

Furono giorni intensi di preghiera e di proposte, ognuno di noi portò il suo mattone per edificare la vita comunitaria in modo da poter raggiungere le mete che si prefigge una formazione sacerdotale. Ciò che è maggiormente positivo è che tale atteggiamento di corresponsabilità nell’edificazione e progettazione continuò nei mesi seguenti con una attenzione continua a precisare e determinare modalità sempre migliori.

Ritengo indispensabile tale atteggiamento di vita: esso ha il pregio di condurre le persone a sentire come parte propria quella comunità in cui si è inseriti, ad essere responsabili di sé e degli altri e a crescere in maturità.

 

Crescita nel discernimento

Ecco un altro aspetto fondamentale che dovrebbe offrire il seminario: approfondimento dell’esperienza personale di Dio; imparare a conoscere e ad usare i carismi che fanno parte del ministero a cui si è chiamati e i propri doni personali; esatta comprensione del termine discernimento e suo uso nella guida dello Spirito.

Senza tale aspetto formativo non potranno uscire dal seminario sacerdoti in grado di annunciare la parola di Dio e di guidare le comunità cristiane sulle vie tracciate dal Signore. Ciò è anche il rimprovero che un illustre figura di laico, Giuseppe Lazzati, ha rivolto spesso a noi sacerdoti: “La guida spirituale normalmente dovrebbe essere esercitata da pastori fatti maestri di discernimento spirituale cioè di capacità di distinguere il suggerimento dello Spirito dalla insinuazione dell’Avversario (Satana) che sa anche e può presentarsi sotto apparenze di bene. Purtroppo oggi è spesso, troppo spesso, difficile trovare sacerdoti preparati e disponibili a questo altissimo servizio”.

 

Trasparenza e comunicatività

Sono due categorie che dovrebbero esprimere il rapporto dei seminaristi tra loro. Costruire l’amicizia non su cose secondarie, ma sul lasciar trasparire e comunicare la propria esperienza di fede, le proprie ricchezze personali e le proprie necessità, condividendo le proprie gioie e i propri dolori. Ciò gettale fondamenta di ogni ulteriore edificazione della vita della comunità del seminario perché attualizza il senso della comunità cristiana: essere un cuore solo e un’anima sola.

 

Esperienza pastorale nella propria Diocesi

Ringrazio il Signore che nel tempo del seminario il sabato e la domenica erano interamente dedicati all’esperienza pastorale. Ciò mi ha permesso di conoscere meglio la mia diocesi, di venire a contatto con le diverse realtà in essa presenti e ad aprirmi sempre più a quel pluralismo ecclesiale che oggi caratterizza le nostre chiese.

 

Apertura di orizzonti

Con ciò intendo apertura, accoglienza ed esperienza nelle varie realtà della chiesa; collegamenti con missioni all’estero (alcuni di noi hanno avuto l’opportunità di fare esperienza durante l’estate in missioni in Africa e Sud America); conoscenza e condivisione con le varie realtà di emarginazione. Alzare lo sguardo dal proprio piccolo mondo porta ad una crescita spirituale e culturale, ad una apertura di cuore e di mente.

 

Lo studio teologico

Se ho posto per ultimo lo studio della teologia non è perché sia meno importante, ma è perché tale studio, senza i punti precedenti, è un po’ come una toppa messa su un vestito vecchio, non serve a molto e dura poco. Riterrei positivo lo studio teologico condotto all’Istituto Teologico di Assisi. Tale positività sta nel fatto che l’Istituto, avendo un carattere regionale, ha potuto accogliere al suo interno le forze migliori della regione potendo offrire così un buon numero di docenti seriamente preparati ed in grado di offrire gli strumenti necessari per lo studio personale.

 

 

 

 

GUIDO LUCCHIARI,

Direttore del CDV di Rovigo

 

È ormai diventato un luogo comune parlare sia di crisi del mondo giovanile che di crisi vocazionale. Comune è anche la affermazione che esiste un rapporto tra le due crisi, quasi che la seconda sia causata dalla prima. Indubbiamente un po’ di verità c’è in questa affermazione, ma il problema dell’attuale crisi vocazionale nella chiesa è così vasto e complesso che non può solo dipendere dalla crisi giovanile. Rimane vero che i giovani costituiscono come la parte scoperta dell’iceberg: un “osservatorio” privilegiato, e spesso anticipatore, di non pochi problemi che travagliano oggi l’umanità.

È significativo, a tale proposito, una passaggio del Sinodo 1977 quando dice che nelle nuove generazioni “trovano l’eco più grande tutte le tendenze che attraversano la nostra società; ed esse esprimono con forza la lacerazione culturale, conseguenza della mutazioni sociali”. E il messaggio del Sinodo continua: “Dall’aspirazione dei giovani alla creatività, alla giustizia, alla libertà e alla verità deve partire ogni opera di educazione, poiché essa dovrà rispondere al loro desiderio di corresponsabilità nella vita ecclesiale e civile e alla loro disposizione naturale ad amare Dio e il prossimo. Difatti, con la catechesi che si rivolge al mondo e soprattutto alle giovani generazioni, la chiesa desidera che la vita di Cristo trasformi la vita dei giovani e la porti alla sua pienezza”.

Ma come ogni azione pastorale non può tener conto dei soggetti cui è rivolta, così una proposta vocazionale seria deve farsi obbligo di conoscere il mondo giovanile prima ancora di decidere su quali punti fermi domandare impegno personale di verifica per un eventuale progetto di vita donata a Dio.

Ricordo d’aver letto un’analisi curiosa degli ultimi quarant’anni della nostra storia.

Gli anni ‘40 venivano definiti gli anni dell’ansia; la guerra e l’immediato dopo-guerra non potevano che creare trambusto nel cuore disorientato dell’uomo.

Gli anni ‘50 erano presentati come un’epoca di alienazione, causata dallo sforzo di voler dimenticare le tristi realtà vissute nella guerra.

Gli anni ‘60 si dimostrarono gli anni della contestazione, chiamati anche anni di piombo.

Gli anni ‘70 erano visti come gli anni della depressione, comprovanti il senso di smarrimento che in genere si prova quando ci si accorge che sono caduti alcuni valori portanti e in special modo in senso stesso della vita.

Gli anni ‘80 appena conclusi sono ritenuti gli anni di una profonda apatia, un miscuglio indefinito di indifferenza, accidia, pigrizia rassegnata e noia.

La proposta vocazionale, dunque, si rivolge a giovani che provengono da questo mondo, che hanno alle spalle il quadro di questi anni. Se il senso della vita è caduto, diventa molto più difficile e problematico un discorso vocazionale.

E’ chiaro, tuttavia, che non si può mutare la situazione di partenza. Ogni nostra proposta deve prenderne atto con realismo e, conseguentemente, puntare con chiarezza e chiaroveggenza agli obiettivi da raggiungere.

 

Quale giovane?

L’arcipelago giovani, come è stato chiamato, non è facile da circoscrivere in un’unica definizione universalmente accettabile. Presenta aspetti diversi a seconda del diverso punto di osservazione da cui ci si colloca, o a seconda delle varie fasce di età che si prendono in considerazione, o ancora, in ragione delle diverse aree geografiche prese in esame. Alcuni esperti, tuttavia, hanno detto che la nostra è la generazione del privato; la generazione senza padri e senza madri; la generazione inquieta e insicura.

Dopo un primo momento in cui si avvertiva nei giovani un forte senso comunitario che li portava a cercare e partecipare a forme anche inedite di vita di gruppo, scegliendo a volte espressioni prolungate di convivenza per lo studio, la ricerca, l’attività politica, l’utilizzazione del tempo libero, oggi pare preferirsi il cercare da solo o il restare tranquillo. Alcuni esperti definiscono tale fenomeno come “la sindrome di Giona”; la paura cioè di uscire dalle proprie sicurezze personali per avventure poco chiare, a somiglianza, appunto, di Giona che aveva il terrore di andare dove Dio lo mandava. Questo, perché si è verificata una caduta di modelli, venendo di conseguenza a mancare quei punti di riferimento concreti che davano credibilità ad alcuni valori fondamentali ritenuti qualificanti in ordine alla scelta di vita.

Si è così creata una rottura con la “tradizione”, con il proprio passato e noi sappiamo che una generazione senza “memoria” arrischia di essere anche una generazione senza speranza, e quindi senza futuro. Caduti i modelli, è diventato importante il fare da sé, l’autosufficienza. Anche questa situazione, in parte, è stata generata dalla caduta dei modelli. E oggi si parla di giovani psichicamente labili, portati a facili mutamenti di umore e di giudizio, che presentano forme di aggressività alternate a timidezze e incertezze strane, con difficoltà di portare a termine impegni a lunga scadenza.

Giovani i nostri, si direbbe, dal fiato corto, dalla resistenza limitata, dai brevi percorsi, dagli entusiasmi facili ma poco resistenti.

 

Quali punti fermi

Prima di indicare quali sono i possibili sentieri da percorrere di fronte a questo triplice quadro di realtà giovanile, credo sia doveroso chiarire, a scanso di facili illusioni, che anche i nostri migliori giovani che frequentano gruppi e associazioni parrocchiali partecipano al travaglio e alle ambivalenze della gioventù d’oggi. Bisogna ricordarlo ogni qualvolta ci si troverà impegnati a valutare qualità, esigenze, deficienze e reazioni di singole persone; come pure quando si cercheranno prospettive, mezzi di formazione o strutture idonee per una eventuale proposta vocazionale.

Quali sono dunque le piste da percorrere?

La prima pista, legata alla “generazione del privato” consiste nel far leva sull’interiorità per ricercare e far ritrovare nei giovani il gusto della trascendenza. La generazione che privilegia lo stare da sola sembra, infatti, più disponibile che in passato a proposte di interiorità (un sintomo, forse, è dato dal pullulare delle scuole di preghiera). Qualche autore sostiene che parlare della generazione del privato significa scegliere il personale e non il collettivo. In positivo, questo ci permette il recupero delle situazioni personali, dell’area privata, per favorire spazi di creatività ed esistenze di cammini interiori originali, quanto mai utili per la maturazione umana e cristiana e per la scelta dello stato di vita.

La “generazione senza padri e senza madri” crea negli educatori l’urgenza di potenziare la riproposta di alcuni modelli particolarmente attuali e significativi, rimotivandone figura e messaggio alla luce delle moderne esigenze e con il linguaggio tipico delle nuove generazioni. I giovani non hanno rifiutato in blocco i modelli, ma solo un certo tipo di modelli; meglio, hanno rifiutato un certo modo di proporre loro la vita, ma non coloro che vivono la vita in modo significativo. Si sa, infatti, che recentemente il cardinale Martini, durante un corso di catechesi vocazionale, ha proposto felicemente ai giovani di Milano alcuni modelli di uomini e donne “realizzati” del nostro tempo. Il loro esempio aiuta i giovani a dare un senso alla loro vita.

La “generazione inquieta e insicura”, infine, ha bisogno di ritrovare motivi e occasioni di sicurezza. Quali sono allora le possibilità di recupero? Gli psicologi dicono che una persona si sente sicura quando vive relazioni significative, quando ha trovato qualcuno o qualcosa che diventa punto di riferimento e di sicurezza. È chiaro che a questo livello assume un’importanza tutta particolare il problema dell’ascolto e del dialogo. “Io non esisto”, scrive G. Berger, “nella misura in cui mi rifiuto, ma nella misura in cui mi metto in rapporto”, mi relaziono con me stesso e con gli altri.

Tutto questo mi ricorda quanto diceva padre L. Rulla, qualche anno fa, durante un corso residenziale per educatori di seminario, riguardo ad alcune piste di discernimento vocazionale. Riteneva essenziale, lo studioso gesuita, verificare nei candidati al sacerdozio: la capacità di vivere come membro di una comunità; la capacità di reagire a situazioni mutevoli; l’attitudine a comprendere in profondità personalità diverse dalla propria.

Dopo queste brevi e certamente incomplete note di pastorale vocazionale, è solo il caso di dire che pur ritenendo la chiamata di Dio “creatrice”, la creazione di una persona è sempre un fatto progressivo. Ciò significa che Dio pone in essa un principio di sviluppo e di progresso il cui avvenire dipende anche dalle circostanze, dall’ambiente, dalla buona volontà personale e dalla competenza delle cause libere. La nostra missione di operatori vocazionali si pone su quest’ultimo versante.

Resta importante che lo facciamo partendo da una conoscenza esatta della situazione, e camminando assieme ai giovani con uno sguardo di simpatia e di disinteresse.

 

 

 

 

ANTONIO LADISA,

Direttore del CRV della Puglia

 

Non si può parlare di proposta vocazionale senza prima richiamare una realtà di cui tutti gli operatori vocazionali sono convinti, ma che non sempre traspare dal loro modo di agire: la vocazione è un dono libero e gratuito di Dio. La storia della salvezza è lì a testimoniare questa verità: tra Dio che chiama e l’uomo che risponde si “gioca” un meraviglioso mistero che sta all’origine del senso stesso della vita e dell’uomo come “persona”. È Dio che sceglie, chiama, convoca e invia!

Ogni operatore vocazionale sa bene che suo compito non è quello di “sostituirsi” a Dio che chiama, né di rispondere “al posto” del giovane, ma solo quello di farsi “voce” di Colui che chiama e di creare le condizioni ottimali, perché la persona chiamata possa rispondere affermativamente.

Da questa convinzione emerge quello che deve essere l’impegno prioritario di ogni operatore vocazionale: condurre il giovane ad incontrarsi con Cristo, ad amarLo, a seguirLo, prima ancora di aiutarlo ad individuare la propria vocazione. Ciò perché non avvenga, non è un caso solo ipotetico, e che il giovane lasci tutto e scelga di diventare sacerdote senza sapere “Chi glielo fa fare”.

Il Papa a Santiago de Compostella, lo scorso anno, ci ha dato una lezione di pastorale vocazionale. Ha presentato la vita come vocazione, ha parlato delle vocazioni di speciale consacrazione e del matrimonio come vocazione, ma prima di tutto ha invitato i giovani a scoprire il Cristo, come Colui che dà senso alla vita, e a chiedersi: “ho scelto Cristo come Via, Verità e Vita nella mia esistenza?” .

La scelta vocazionale non si può improvvisare, né può essere solo frutto di “esperienze forti” o di “entusiasmi estivi”, ma deve essere la meta alla quale devono condurre gli itinerari educativi delle nostre comunità.

È lì, nel faticoso cammino quotidiano, che bisogna aiutare il giovane a passare da una vaga e tradizionale religiosità all’esperienza del Dio vivo, dal vivere e camminare secondo la carne a vivere nello Spirito di Gesù.

Se i giovani faranno, durante il loro cammino di fede, questa “esperienza fondante”, che non consiste nella molteplicità o varietà di pratiche di pietà, ma che suppone un costante incontro personale con il Signore, allora comprenderanno che il loro cammino non si esaurisce il giorno dell’ordinazione, ma continua per tutta la vita.

Solo un giovane che si impegna a vivere nel quotidiano la fedeltà al proprio battesimo, in un atteggiamento costante di conversione e di docilità all’azione dello Spirito, potrà evitare il rischio, divenuto sacerdote, di sedersi sul ciglio della strada e limitarsi ad indicare agli altri il cammino da percorrere.

L’affermazione di S. Agostino, “Con voi sono cristiano; per voi sono vescovo”, è un forte monito a non dimenticare mai che con l’ordinanza sacerdotale non si cessa di essere battezzati, né si è posti al di fuori o al di sopra del popolo di Dio.

Dico questo, perché se in passato il sacerdote era tentato di chiudersi in chiesa, in preghiera, considerando gli impegni del ministero quasi un “ostacolo” alla propria santità, oggi il rischio più grande è quello di tuffarsi nelle tante cose da fare e di rispondere alle più diverse richieste, finendo col diventare il “professionista del sacro”, santo per il solo fatto di trattare cose sante.

In un’epoca, come la nostra, malata di efficientismo, l’operatore vocazionale farà bene a mettere in guardia i giovani dalla tentazione di essere affascinati dalle tante attività che il sacerdote svolge, dimenticando che il suo primo impegno è quello di essere nella comunità “segno sacramentale” di Cristo, Buon Pastore, e che non si può essere tale se non si è profondamente e intimamente uniti a Lui.

Come affermavano i Padri della Chiesa, si è chiamati ad essere non solo canali, che lasciano passare facilmente la grazia di Dio, ma anche conche, che conservano e assimilano questa grazia che si comunica agli altri.

Lo stesso rito dell’ordinazione mette in guardia il novello sacerdote dal pericolo che la sua vita non rispecchi quello che celebra: “Renditi conto di ciò che farai, vivi il mistero che è posto nelle tue mani, e sii imitatore del Cristo immolato per noi”.

Un altro punto fermo che deve essere presente, in chi fa la proposta vocazionale è di aiutare i giovani a vivere un’autentica esperienza ecclesiale. Credo che non siamo ancora usciti del tutto da un’epoca in cui la vocazione era considerata un fatto privato. Tutti sappiamo, e diversi Documenti del Magistero ce lo ricordano, che ogni vocazione nasce nella Chiesa, si sviluppa nella Chiesa ed è per la Chiesa, ma non mi sento di affermare che questa è già una realtà.

In diverse comunità l’annuncio vocazionale è riservato agli “addetti ai lavori”, non coinvolge ancora tutta la comunità, secondo l’affermazione dell’Optatam Totius: “Il dovere di promuovere le vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana che è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana”. Dovrebbe essere, dunque, la stessa vita delle comunità a diventare una forte “pro-vocazione” e una chiara proposta vocazionale per i giovani. Perché questo si sviluppi, è necessario che nelle comunità si faccia l’esperienza della complementarietà e della corresponsabilità delle diverse vocazioni e carismi (Cfr. CfL. 55), e che i giovani siano educati a questi valori.

Una comunità “gestita” dal solo sacerdote o aiutato, nel migliore dei casi, dalle persone “più fidate” e che non tende alla valorizzazione e al coinvolgimento di tutti non sarà mai “pro-vocante”, non inviterà il giovane a chiedersi quale può essere il suo posto, il suo contributo nella costruzione della comunità, perché tanto… fanno tutto loro, sempre da soli. Solo una comunità che esce dall’anonimato e presta attenzione alle singole persone, è capace di creare l’ambiente favorevole allo sviluppo delle vocazioni.

Dobbiamo confessare che, a volte, ci stanno a cuore più le nostre iniziative che lo sviluppo della comunità e la crescita delle singole persone. Accade, infatti, non raramente, che si “sfrutti” la generosità e la disponibilità dei giovani per richiedere loro delle prestazioni, senza preoccuparsi di farli maturare nella fede.

Eppure il Concilio ricordava ai sacerdoti che “di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle o le associazioni più fiorenti, se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana” (P.O.6). E ancora, “spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per proprio conto per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo, a sviluppare la propria vocazione personale secondo il Vangelo” (P.O.6).

Mi chiedo se sono del tutto scomparsi quei sacerdoti che ostacolano una vocazione sacerdotale o di speciale consacrazione, adducendo tanti “buoni motivi”, ma, in fondo, solo per paura di perdere un buon catechista, un valido animatore liturgico, un bravo giovane che li aiuti in tutto.

Un’autentica esperienza di corresponsabilità e di comunione, se è importante per il nascere di qualsiasi vocazione, è vitale per chi si avvia al sacerdozio, perché è chiamato ad essere segno e strumento di unità. Come potrà, da sacerdote, essere attento a discernere e valorizzare tutti i carismi e le vocazioni se da giovane non è stato educato al rispetto e alla stima per tutte le vocazioni?

Come riuscirà a vivere la fraternità con gli altri sacerdoti del presbiterio, nella comunione col Vescovo, chi è cresciuto in una comunità chiusa e isolata dal cammino di tutta la Diocesi?

Oggi, più che mai, la proposta vocazionale al sacerdozio esige maturità al senso comunitario e richiede che si educhino i giovani al dialogo, al lavoro in gruppo, a lottare contro il proprio egoismo e ad aprirsi sinceramente all’altro. Chi è chiamato da Dio al presbiterato deve sapere che gli si aprono orizzonti nuovi di relazioni umane e cristiane che esigono una formazione comunitaria adeguata del futuro pastore, perché viva il senso fraterno del sacerdozio e presieda la comunità che egli è affidata nella comunione.

Ciò è oggi più urgente, perché è presente la tentazione di radicarsi in un individualismo sterile e generatore di divisioni o in una mentalità clericale nel senso peggiore del termine.

Non è possibile la generosità evangelica né la disponibilità missionaria, senza la fraternità sacerdotale. Questa è segno e stimolo di carità pastorale e in gran misura, garanzia di efficacia apostolica. È sempre vero quanto disse il Papa alla C.E.T. nel 1980: “Molti sacerdoti si consumano nel lavoro, ma diventano solitari”.

La fraternità e la collaborazione non si improvvisano, ma richiedono un cammino pedagogico che educhi i giovani alla cooperazione contro i particolarismi pastorali, i cammini liberi, l’attenzione esclusiva alle proprie opere.

Un lungo e faticoso cammino, perché la realtà è complessa, le difficoltà molte, l’apprendistato lento e difficile, e soprattutto perché va contro la tendenza verso il privato delle giovani generazioni.

Se la vocazione è dono di Dio, non si può fare una proposta vocazionale se non educando al senso della gratuità.

È necessario, pertanto, aiutare il giovane a prendere coscienza che il presbiterato non si ottiene come merito o ricompensa della propria bontà o disponibilità, né come un diritto e neppure come una proprietà, ma che è una grazia, la grazia di una missione che è affidata ad una persona non per il suo prestigio personale, ma per il bene della comunità.

È un dono che si è chiamati a vivere nella consapevolezza che non deve mai condurci ad essere “signori” e “dominatori”, ma servi di tutti, per Gesù Cristo, in gioiosa umiltà e grande disponibilità.

L’operatore vocazionale deve mettere in guardia i giovani dal considerare la scelta vocazionale come una “sistemazione”. Perciò è necessario che egli ponga nel cuore di giovani una “sana inquietudine” che li aiuti ad uscire da una certa apatia e passività, tentazione sempre presente tra i giovani delle nuove generazioni.

Se, infatti, è vero che i giovani d’oggi sono più sereni e più calmi, rispetto ai giovani di 10-15 anni fa, non è detto che questo sia un fatto del tutto positivo. Questa calma e serenità potrebbe essere manifestazione di una mancanza di vitalità, di inquietudine, di entusiasmo, segno di accomodamento e di tranquillità paralizzante. Potrebbe essere paura del rischio, tendenza a non complicarsi la vita, riflesso del conservatorismo dominante nella società civile.

Se così fosse, è una calma e una serenità che non dovrebbe lasciare tranquillo nessun operatore vocazionale, perché è un ostacolo alla azione di Dio che, quando chiama, invita a lasciare le proprie sicurezze e ad incamminarsi per strade sconosciute, chiede ciò che è impossibile all’uomo, spinge ad andare contro corrente e vuole che viviamo nella logica del chicco di grano che solo nel dono di sé ha la possibilità di dare frutto.