I giovani di fronte alla vocazione sacerdotale
Essere presbiteri è vivere un ministero all’interno della comunità cristiana tra i tanti ministeri che Dio affida a coloro che ha associato a sé nel battesimo. È un ministero di particolare significato, ha una sua specifica collocazione nella Chiesa, non crea però una particolare prima serie rispetto ai fedeli laici che sarebbero di seconda; non è una privilegiata strada di santificazione, ma un servizio, un ministero necessario alla comunità cristiana all’interno della necessità di altri ministeri.
Difficoltà della decisione
Eppure la strada che porta ad assumere tale scelta, conosce maggiori e più numerose difficoltà di altre scelte. Ci si può superficialmente fermare ad attribuire la causa al fatto che è un ministero legato al celibato, che oggi le famiglie hanno un minor numero di figli rispetto a ieri, che oggi il presbitero non gode della considerazione che si pensa essere stata tipica di altri periodi storici. Sono pure motivi che possono dare un contributo alle difficoltà, ma non sono a mio avviso le questioni principali. Proviamo a vedere il problema leggendo tra le righe dei motivi che fanno decidere un giovane di rispondere affermativamente a una chiamata a diventare presbitero.
I motivi di una scelta
I motivi che spingono i giovani a decidersi sono spesso molto semplici; non sono scelte teologiche profonde, conoscenza del valore spirituale della figura del presbitero, riflessione sulla natura della Chiesa. Proviamo a fare un parallelo per capirci.
Come fa un giovane a decidersi di fare l’animatore in parrocchia per un gruppo di adolescenti o di coetanei? Conosce forse che cosa è l’animazione? Ha approfondito forse con specialisti i vari stili educativi o le scelte pedagogiche di fondo che nella storia gli uomini hanno messo in atto? Ha valutato a fondo il rapporto tra educazione e educazione alla fede? È forse profondamente innamorato di Cristo, per cui decide di spendere il suo tempo per gli altri? Lo stesso forse lo si può dire per il giovane che si decide per il volontariato.
Decide invece per una serie di motivi “banali”: gli piace, ha davanti a sé una figura di animatore convincente, ha dispiacere di vedere i ragazzi allo sbando, si trova in una comunità in cui l’animatore è valutato come figura di giovane riuscito, ha risposto alla proposta del prete, è stato tirato dentro dall’occasione in una realtà associativa e ne ha percorso i vari appuntamenti, ha provato e gli è riuscito, voleva risolvere il suo problema affettivo…
Motivi semplici, ma sorgenti di grande energia che, una volta messa a confronto con il “chi è” dell’animatore matureranno una decisione non facilmente riformabile, una struttura, una vera spiritualità di animatore.
Che cosa è però che ha fatto decidere alla fine di fare l’animatore, nonostante che tanti suoi amici passino la sera a fare le vasche sul corso, che altri che incontra sul lavoro raccontino le follie del venerdì e sabato sera e lui debba dire di essere stato a fare un ritiro, che sia costretto a risicare i tempi liberi per stare con la fidanzata? Un clima, un’educazione della domanda interiore, un dono gratuito ricevuto nella vita senza data precisa, ma che lo rende capace di donare.
Voglio farmi prete
È lecito, senza esasperare il paragone, leggere la decisione di farsi prete entro una serie di dinamiche equivalenti.
Un giovane sta facendo la naia, si scopre buttato in un mondo di amici senza slancio, tesi a scavare il massimo (che è poi un minimo) di soddisfazione dalle situazioni della caserma, lo paragona al suo ambiente parrocchiale che ha più gusto per la vita: decide di farsi prete. Gli chiedo: “ma tu ami Gesù Cristo? è il centro della tua vita? sei disposto a orientare la tua esistenza globalmente a Lui?”. Mi risponde con grande candore: “Non lo so. È una domanda difficile che non mi sono mai posto. Ma io voglio farmi prete”.
Un altro vive tranquillamente la sua routine settimanale: lavoro, giro per rincorrere ragazze, compagnia, gruppo parrocchiale, qualche incontro diocesano per capirci qualcosa di più, lavoro dignitoso nello stipendio, ma avaro di giustizia tra tutti. Sempre un interesse a scavare, significati più profondi dalla vita. “Ho bisogno di qualche cosa d’altro: mi faccio prete, o meglio, voglio scandagliare questa strada”.
Un altro vive in un oratorio dove il prete non ha paura a scontrarsi con chi vive all’acqua di rose e vuole imporre a tutti di volare basso. Prima si ribella anche lui, poi capisce che c’è qualcosa che merita di essere vissuto: si fa quattro amici, riflette, studia ricerca. Uno decide di farsi prete, dopo un anno l’esempio ne trascina un altro; con questi due non si può non fare i conti: diventano un termine di confronto quando si vuol pensare seriamente al futuro. Si crea una piccola scia che cerca su questa strada. Non ci riusciranno tutti, qualcuno però diventa presbitero, gli altri riscoprono il loro posto nella Chiesa.
Esistono poi i convertiti; quelli che lo hanno sempre pensato, ma mai espresso; chi viene da una famiglia serenamente cristiana e chi proviene da situazioni famigliari di facile laicismo. Talora è un esempio che trascina, altre volte, e non sono pochi oggi, è il naturale sviluppo di una seria esperienza di volontariato in cui ha avuto tempo di esperimentare gratuità, di fermarsi a pensare, di togliersi dall’assordante routine della “Gazzetta dello sport” e della cuffia, di provare la gioia di mettersi a disposizione per far crescere; qualcuno ha davanti una figura avvincente e in parte gente dal cuore pulito… Verrebbe proprio da dire che Dio si chiama come vuole i suoi presbiteri, come del resto ogni uomo alla fede.
Dove sta il problema
Il problema non è tanto di censire i motivi per cui i giovani decidono: si potrebbe fare una buona inchiesta, fare uno studio serio comparando le motivazioni con la vita cristiana della comunità, con la frequentazione di esperienze associative, con la presenza di una figura significativa di prete. Studi di questo genere non guasterebbero. Ma sicuramente troveremmo sempre risposte alla vocazione sacerdotale su altre strade, nuove, impensate, come la fantasia dei giovani e soprattutto come l’originalità di Dio. Il problema è forse di leggere sotto le prime “banali” motivazioni e sotto quelle in seguito più mature che hanno fatto assumere le decisioni definitive, l’ossatura che le ha sorrette.
Gli elementi fondamentali che accompagnano oggi queste decisioni sono: un’esperienza quotidiana di comunità cristiana educativa; un sufficiente indice di radicalità, di decisione, di opposizione alle mezze misure; una percezione profonda del posto rilevante che ha la fede nella vita.
Talora questi motivi sono presenti in maniera appena accennata perché prevale l’amicizia, l’esempio stimolante che attira in quella precisa stagione che il giovane sta vivendo, la ricerca affannata di qualcosa di certo, la valutazione delle proprie sconfitte umane, la consuetudine fantastica con una visione altamente idealizzata del prete… Se noi però andiamo al fondo anche delle motivazioni deboli troviamo almeno uno di quegli elementi detti sopra. Saranno questi elementi che lentamente, quando il giovane verrà messo a contatto col “chi è” del prete, lo aiuteranno a incanalare le energie vive e stimolanti dei primi motivi, alla ricerca di un’autentica decisione di vita, al cui centro nessuno dubita che debba essere posta la figura di Cristo.
Esistono però oggi esperienze di comunità cristiane sbilanciate seriamente verso l’educazione globale dell’uomo? Ci dobbiamo domandare se sappiamo creare un tessuto di relazioni nella comunità cristiana che costituiscono una sorta di patto educativo che si sviluppa nella quotidianità.
Esistono sufficienti spinte alla radicalità della esperienza cristiana nei nostri percorsi educativi? Faccio notare che collego radicalità e percorso educativo, per non fraintendere tra decisione radicale per Cristo e fondamentalismo, troppo di moda oggi e incapace di sostenere un’equilibrata decisione di vita.
Esiste nell’esperienza culturale delle nostre comunità una stima della fede e dei vari ministeri di cui si serve per dirsi in termini significativi agli uomini d’oggi? Spesso è più importante l’organizzazione, il successo delle iniziative, l’incidenza sull’opinione pubblica e non il nocciolo che si staglia su tutte e le motiva in profondità. Ne consegue che il prete è visto o solo come animatore, o come vulcano di attività o come custode del sacro, se non ha doti esaltanti per l’organizzazione, ma non è mai visto come il presbitero. Questo capita a livello di ragazzi, di adolescenti e di giovani.
Dalle motivazioni alla decisione
Oggi capita più spesso di ieri che un giovane si tenga dentro a lungo la sua volontà di decidersi per il sacerdozio. Non è raro sentirsi dire: è un po’ che ci penso; ancora da adolescente avevo queste idee ma non mi sono mai deciso; ho avuto un momento in cui mi sembrava tutto chiaro, ma poi mi sembra quasi di essermi addormentato…
C’è sicuramente un intervallo fisiologico tra i pensieri intimi di ciascuno e la possibilità di esternarli in una comunicazione che mette in piazza il proprio modo di sentire, ma oggi l’intervallo è un po’ più che fisiologico.
Esiste una sospensione tipica dovuta all’insicurezza cui i giovani sono soggetti nella nostra società. Li chiamano giovani della decisione difficile, cioè coloro che di fronte a una scelta vogliono sempre mantenersi un’alternativa, un’altra via d’uscita. Sono lucidi spettatori della vita, ma tragici attori di essa.
Un’immagine tipica che li può rappresentare è quella del telecomando: la possibilità, con una leggera pressione sui tasti, di spostarsi da un programma all’altro, di non pregiudicarsi nessuna occasione, continuando magari insoddisfatti a passare in rassegna tutto senza mai vedere niente.
Le cause vanno cercate nell’assetto “adolescenziale” della nostra società. Il sociologo Cesare Martino (Cfr. Parlando di adolescenti, opuscolo dell’editrice AVE, Roma 1990) la chiama juvenilizzazione dei processi sociali, una dilatazione della cultura del presente in cui l’adulto si adagia, in un presente saturo di poteri e possibilità e il giovane sogna di rimanere sempre adolescente. Non c’è qualcuno mai davanti che ti “trascini”, che ti faccia crescere, che ti presenti la fatica della vita, ma anche la gioia di averne scelto una strada. Non desideri mai di diventare adulto.
Ha motivazioni legate anche all’impiego precoce in responsabilità pastorali senza un adeguato sostegno educativo e nella stessa eccessiva pressione di conformità che si esercita ancora in certi gruppi educativi e associativi, dove ci si copre sempre dietro gli altri.
Inutile dire che l’assetto sociale ha bisogno di interventi globali di Chiesa universale, di movimenti di opinione per uscire da una situazione di assenza di ideali forti per cui vivere. Esiste però un intervento educativo capace di accompagnarsi al giovane per aiutarlo a tentare decisioni, basta essere al suo fianco da adulti.