N.04
Luglio/Agosto 1990

La proposta della vocazione sacerdotale alle giovani generazioni

Fin dalle prime pagine del Vangelo di Giovanni risulta evidente come il Signore intenda servirsi dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli per far giungere agli orecchi degli uomini la sua chiamata.

“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l’agnello di Dio!. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù (…). Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, egli disse: Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) e lo condusse da Gesù” (Gv 1.35-37.40-42). Così, anche ciascuno di noi, se guarda alla sua personale vocazione, sa bene come il pensiero di farsi sacerdote sia legato quasi sempre alla figura di un altro sacerdote che ha per noi costituito lo stimolo, se non addirittura il modello per muovere i nostri primi passi nella sequela di Cristo. E se ci domandiamo ancora quale sia stato il più grande dono che questo sacerdote ci ha fatto, così che la sua testimonianza ci portasse a interrogarci tanto radicalmente, anche lì probabilmente la nostra risposta non si scosterebbe molto da quanto i Vangeli ci narrano. Come Giovanni per Andrea e Filippo, come Andrea per Simone, come Filippo per Natanaele il grande dono che questo sacerdote ci ha fatto è stato Cristo stesso. È lui che ci ha insegnato a seguire Cristo, è lui che ci ha insegnato ad incontrarlo ed a stare con lui.

 

 

La mediazione

Ho vissuto gran parte del mio ministero sacerdotale in seminario, dapprima come Padre Spirituale e poi come Rettore di un Seminario Maggiore. Avendo visto “da dentro” centinaia di vocazioni sacerdotali, avendole aiutate a crescere e maturare fino alla pienezza dell’Ordinazione ed oltre, non posso che confermare la raffinata psicologia della vocazione che emerge da questa pagina del Vangelo. Davvero il Signore chiama attraverso gli uomini e davvero il Signore si serve di noi per le sue chiamate solo se unico é il nostro interesse: donare Cristo alle anime. Le anime dei giovani in particolare. Si può essere Giovanni il Battista, profeti di una fede adulta ed esigente che invita i giovani a seguire il Signore sulle Norme di un impegno severo e senza compromessi. Si può essere Andrea ed aprire il nostro cuore al fratello più giovane perché egli faccia esperienza di Cristo, a partire dalla nostra stessa esperienza di incontro con Lui. Si può essere Filippo ed indicare ad un giovane, assetato di verità e di valori autentici, Gesù come Colui che ha soddisfatto in pieno la nostra stessa sete… Le vie, i modi sono tanti, tanti quanti siamo noi, molteplici qual’é la multiforme sapienza di Dio. L’essenziale é che tutte le strade convergano nell’unica Via che é Cristo, l’unica su cui valga la pena di incamminare le persone.

È da tre anni che sono Vescovo, Vescovo Ausiliare nel settore più popoloso dei cinque in cui é divisa la Diocesi di Roma. Il mio apostolato, entusiasmante sotto molteplici punti di vista, è con le persone che abitano le quasi ottanta parrocchie del mio settore e con i sacerdoti che le guidano. Questa esperienza mi sta aiutando a capire dove sia la vera ricchezza della Chiesa, il segreto della sua millenaria giovinezza. É nella bontà della gente che costituisce il Popolo di Dio, e nella santità di tanti suoi pastori che dedicano tutta la loro vita alla cura di queste persone. Negli uni e negli altri è Cristo stesso che perpetua la sua presenza e la sua missione.

In particolare, vedendo come questi preti si impegnano con tutto loro stessi nel servizio, avendo un unico problema, praticamente: quello di non arrivare a tutto quanto si richiede da loro, a tutto quanto essi vorrebbero dare alla loro gente, mi sembrano lontani migliaia di anni quelle problematiche sull’identità del sacerdote che costituivano il centro delle discussioni impegnate solo di una decina di anni fa. Altro che problemi di identità e di ricerca del ruolo! Il problema è quello di non arrivare a coprire tutte le esigenze che il ruolo di pastore oggi ti impone!

 

 

I rapporti

Così, credo che in questi anni così pieni di speranza e di vitalità per la Chiesa, pur se in mezzo a tante contraddizioni, comincino pian piano a delinearsi i veri frutti del Concilio. Al di là di tutti gli sforzi pur necessari per riflettere ed aggiornare le nostre strategie pastorali, è la realtà umana stessa delle nostre città, col suo grande bisogno di amore, di rapporti umani, di attenzione alla persona, a scrivere giorno per giorno il “piano pastorale” per le nostre comunità e i suoi sacerdoti. Oggi, o si è sacerdoti alla maniera del Buon Pastore, sforzandosi di entrare in un rapporto personale con la gente che ti è affidata, conquistandoti sul campo dell’attenzione, della disponibilità, dell’incoraggiamento, della presenza continua e rasserenante, in una parola, sul piano dell’animazione, la fiducia delle persone, o semplicemente non si può essere preti. Nella situazione attuale, non siamo più in presenza di una contestazione esplicita di strutture e tradizioni come qualche anno fa. Semplicemente: o le strutture, le iniziative che si portano avanti sono riempite dal contenuto fatto di rapporti interpersonali, di incontro con i fratelli e con Dio, di carità fattiva ed attenta, di testimonianza di fede viva di realtà che vanno al di là del contingente, dell’immediato, o le iniziative le strutture che si creano in poco tempo si sgonfiano come altrettanti palloni pieni soltanto di aria, di parole. Non si fa oggi più questione di forma, ma di sostanza. Così non è difficile veder riprendere quota e vigore anche ad iniziative pastorali negli anni addietro forse troppo affrettatamente messe da parte. Il segreto? Solo perché ci sono dei preti e dei laici che vi si impegnano con tutti se stessi per rendere attraverso di esse un reale servizio. Lo stesso si dica per iniziative ed esperimenti nuovi che qui e là si tentano. Oggi infatti non è più questione di “tradizionale” e di “moderno”, di “vecchio” e di “nuovo”, di “retrogrado” e “rivoluzionario”… È finito il tempo delle etichette e sta ritornando il tempo dei fatti. O ciò che si intraprende al prezzo inevitabile del sacrificio personale di chi propone ed anima è qualcosa di veramente valido, efficace, concreto, tarato sulle persone e sulla realtà che si intende servire, o ben presto tutto si dissolve in una bolla di sapone. È una realtà spietata quella che oggi viviamo che non ammette aggiustamenti o compromessi di sorta.

 

 

Una vita vera

La figura di sacerdote che ne emerge non è più dunque quella del custode intoccabile di una tradizione o di certe strutture, ma neanche quella del “profeta” di mestiere, un po’ imbonitore e un po’ avvocato delle cause perse che è andata di moda in certi tempi di contestazione. Bensì è una figura molto più vicina all’ideale evangelico. È quella del pastore vigilante ed attento che sa diversificare il suo intervento e la sua proposta per le diverse categorie e la diversa forza morale delle persone a lui affidate e che proprio grazie a questa azione costante sa creare unità. La figura sacerdotale che emerge come l’unica possibile, date le circostanze attuali, è molto vicina a quella dell’amministratore fedele e saggio che si riveste dell’autorevolezza che nasce dalla sapienza del suo intervento. Dalla sua capacità di “nutrire” al tempo opportuno col cibo del sacramento, della preghiera, della parola e della carità vissuta chi da lui oggi aspetta solo ed essenzialmente questo.

In sintesi, sacerdote è oggi più che mai non solo colui che agisce “in persona Christi” nell’amministrare i Sacramenti ma anche colui che agisce “in imitatione Christi” nel resto della sua esistenza di pastore. “Frase scontata” si potrà certamente obiettare. È vero. Ma forse lo sembrerà di meno quando si rifletta che la fragilità costitutiva della fede dell’uomo di oggi è molto poco disposta a passar sopra a carenze nell’opus operantis del Presbitero. Non è che l’ex opere operato è teologicamente meno vero oggi di ieri, solo che è molto più difficile per la gente crederci ora che la religiosità non è più istituzione culturale scontata.

La gente insomma esige dal prete ciò che i Greci nel Vangelo di Giovanni esigevano da Filippo: “Vogliamo vedere Gesù”. Ma anche la risposta oggi più che mai non può che essere la stessa. O il prete può mostrare che la sua vita è ad immagine di quella di Cristo, quella di un “chicco” di grano che nel nascondimento sta dando la vita per la “spiga” della propria comunità unita e ricca di frutti, o semplicemente il prete è un fallito ed un traditore della sua missione. Spazi per vie di mezzo sono sempre più impraticabili, per fortuna: meglio, grazie a Dio, perché tutto ciò è certamente opera della sua Provvidenza.

 

 

La proposta

Inutile dire che solo preti che vivono la volontà di Dio in questo modo, sono capaci di suscitare vocazioni. Solo preti che operano così come davvero oggi lo Spirito, con assoluta evidenza mi sembra, richiede dalle righe stesse della storia, possono svolgere quella missione di diventare strumenti delle chiamate del Signore, come quel giorno lo furono i due ex-discepoli di Giovanni Battista. La mia esperienza di rettore in particolare, ma oggi anche di Vescovo mi conferma che sì, anche quei preti che vivono il compromesso ogni tanto si recano in seminario a presentare qualche “bravo giovane così desideroso di servire il Signore”. Purtroppo però non c’è stato un caso in cui non si sia verificato che questo “bravo giovane”, per il suo stesso bene e quello della Diocesi non abbia dovuto essere invitato a scegliersi altre strade. O immediatamente, o dopo qualche tempo, dopo cioè che in estremo tentativo di rispetto della sua persona, si era cercato di aiutarlo. L’evangelico rapporto albero/frutti purtroppo (per quei giovani, innanzitutto) non perdona.

Per lo stesso motivo, è anche superfluo ricordare come sono viceversa quei giovani che nascono da una vera comunità, parrocchiale, scolare o di gruppo, che sia, le vocazioni più belle. Quando un giovane può vivere tutta la sua esperienza di seminario nella venerazione (non è un termine esagerato, credetemi) del proprio “prete”, sapendo che mentre si è in seminario, lui è lì sotto terra, “a dare la vita per altri come un giorno l’ha data a me”, la vita di formazione diviene tutt’altra cosa. È come se tutto divenisse “soprannaturalmente più naturale”, è come se la vita di quel prete continuasse ad essere misteriosamente, ma autenticamente, il vero pedagogo di quel giovane. Conviene insomma essere pessimisti o ottimisti guardando al futuro delle vocazioni?

Penso, in conclusione, che possiamo avere la gioia di essere soltanto realisti: finché avremo preti come quelli che in questi anni ho conosciuto le premesse ci sono per un ulteriore crescita vocazionale, dopo i primi timidi cenni di ripresa di questi ultimi anni. Nella chiesa, la santità di questi preti è come una sorta di riserva di energia spirituale che ancora attende di essere utilizzata a pieno. Forse si pecca solo di timidezza, se non di pudore nel fare più esplicitamente certe proposte, con la stessa chiarezza di Giovanni Battista, di Andrea, di Filippo. In questo ci sarebbe veramente da rimproverare questi sacerdoti che, da una parte sono oberati di lavoro, dall’altra non si rendono conto che il Signore attende proprio la loro specifica collaborazione, nella preghiera e nell’azione pastorale vocazionale per risolvere il problema. La certezza di questa mia affermazione non viene solo dal Vangelo in cui il Signore ha chiesto agli Apostoli innanzitutto di pregare e di operare per altre vocazioni apostoliche. Mi viene anche dalla personale esperienza. Non vi è stato un solo prete, di quelli secondo il cuore di Cristo, che abbia cominciato ad operare vocazionalmente con i suoi giovani che non abbia “prodotto” nel giro di pochi anni, colla sua sapiente azione, non una ma diverse ottime vocazioni.

Di fronte a certi smarrimenti allora, anche di ottimi preti, riguardo al problema vocazionale verrebbe allora da dire con Cristo a Pietro: “Perché hai dubitato, uomo di poca fede?”.