Lo “specifico” del presbitero
Diceva il Card. Suenens: “Se mi si chiedesse una sintesi del Concilio Vaticano II non avrei dubbio di affermare che esso ha proposto la Chiesa come un ‘tutto’, una comunione e, che da questa prospettiva, ognuno deve vedersi riflesso nella globalità della Chiesa, con le conseguenze che ne derivano”.
L’ottica del Vaticano II
Dunque la “globalità” pare essere l’ottica del Vaticano II: cioè la collocazione della parte nel tutto; sia per adeguare la comprensione di tutto il disegno; sia per collocare nella giusta dimensione la parte: perché, se la parte non è commisurata al “tutto”, perde i propri connotati e anzi ne viene sfocata la sua identità.
Mi pare, questa, una grande normativa teologica ed ermeneutica. È la regola che il Concilio Vaticano II ha codificato a riguardo della Beata Vergine Maria: “De Mysterio B.M. Virginis, in Mysterio Christi et Ecclesiae”. Credo che ogni realtà acclesiale dovrebbe subire un analogo processo: prima, essere collocata nel “tutto”: “in Mjsterio Christi et Ecclesiae”; poi essere riportata alla sua specifica essenza e funzione, per ritrovare la sua peculiarità.
È una metodologia, questa, già presente e palese nella lettera agli Efesini: prima il “tutto”: un solo corpo, un solo spirito, una sola presenza, una sola vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio; poi la “parte” : a ciascuno un dono: alcuni apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori, altri maestri (Cfr. Ef 4,1-12); infine la “parte nel tutto”: tutto il corpo secondo l’energia propria di ogni membro.
È necessario e indispensabile rifarsi a questa normativa: dalla parte al tutto e dal tutto alla parte, allorché si vuole individuare lo specifico di una vocazione e l’identità di un’esistenza cristiana. Le coordinate di ogni figura ecclesiale rimangono invariabili: “in mysterio Christi et Ecclesiae”.
Questa ricerca di identità, se rifugge da un narcisismo tedioso o da un problematicismo sofisticato, è periodicamente necessaria, perché, arricchendosi la comprensione del mistero di Cristo e della Chiesa, cioè il tutto, non può non aversi ripercussione sulla parte. Si ricercò già la Chiesa, se è vero che il Vaticano II iniziò con una domanda: “ecclesia quid dicis de Teipsa?”. E da allora, ogni parziale componente della Chiesa, quasi per contagio, ha ricercato la sua identità.
Soprattutto il prete ha subito questo processo di “reinvenimento” della propria figura, della propria essenza e missione, attingendosi nel pensiero di Cristo e rapportandosi alla attuale comprensione della Chiesa, attese le circostanze alquanto mutate dell’attuale processo storico, “il momento della più gigantesca trasformazione della storia del mondo” (messaggio del Concilio ai giovani).
Chi è il prete? Quali i suoi compiti specifici? Quale la sua peculiare missione? Prete per la Chiesa e/o per il mondo? Se e quali compiti non più opportuni e non più richiesti al prete di oggi? Quali varianti nella esistenza sacerdotale, dall’avvento di un laicato più missionario, dall’introduzione del diaconato permanente e dei ministeri istituiti? Sono state e permangono tante le domande sulla specificità del prete.
E all’interno della vocazione presbiterale, si moltiplicano le domande rapportate alle diverse realizzazioni in cui storicamente ha preso consistenza la figura del prete: identità o differenze fra prete diocesano e religioso? E il prete negli istituti secolari?
Un prototipo delle variabili della figura del presbitero
Cercheremo, una volta ancora, di riflettere su questa identità del presbitero, ma premettendo due avvertenze, senza delle quali il discorso, anziché chiarirsi, si oscura e si complica: lo specifico del prete non va innanzitutto cercato in modo, che oserei chiamare “nevrotico”: avendo cioè la preoccupazione riduttiva di quello che può fare solo il prete; di quello che è esclusivo del prete. Questo metodo, che può apparentemente raggiungere qualche chiarezza, contravviene a quello che, sopra, chiamavano il metodo della globalità.
Non è sezionando un soggetto dalla Chiesa, dicendogli: “Solo tu sei questo e solo tu puoi fare questo”, che si arricchisce di connotati tale figura; ma è anzi collocandolo dentro la Chiesa e dicendogli: “in forza del dono che tu hai da Cristo, la Chiesa può essere quella che è”, che questa vocazione ritrova la sua orbita di vita e la sua specificità.
Pare esattamente questa la prospettiva in cui, dopo il Concilio si collocò il primo Sinodo Episcopale che si occupò della figura del prete: “Sono elementi propri della originaria struttura inalienabile della Chiesa l’Apostolo e la comunità dei fedeli, che si corrispondono tra loro in mutua connessione” (Sinodo 1971).
La seconda avvertenza è relativa al fatto che nella realizzazione storica delle figure di preti si è verificata una straordinaria gamma di variabili, tanto che raramente basta il sostantivo a delineare il prete e si deve ricorrere ad ulteriori determinazioni per collocarlo adeguatamente nella tipologia che lo definisce; ad esempio: prete diocesano e prete religioso; prete in cura d’anima e prete incaricato “quoad peculiare actionis genus” (C. D. 29); prete parroco e prete vicario parrocchiale. E, per delinearne la dedicazione ad un particolare ambito della missione presbiterale, si dice di taluni preti: prete confessore, prete predicatore; prete cappellano di carceri o prete per gli ospedali ecc. E, per alludere alla impostazione spirituale o pastorale che emerge dai tratti tipici di questo o quel prete, si suol dire: prete tridentino, prete sulpizano, prete ambrosiano ecc.
Per cui il già difficile problema di identificare “lo specifico del prete” si complica se viene gravato delle innumerevoli variabili che, o per configurazione giuridica, o per tipologia spirituale o per metodologia pastorale o per articolazione di ministero, finiscono per differenziare la figura del presbitero.
E, d’altra parte, se ci si limita a ricercare l’eterea ontologia della essenza del ministero presbiterale, si rischia di ritrovare lo specifico del prete in categorie così metafisiche da poter sembrare impraticabile la figura del prete.
Ci sembra che un fruttuoso metodo, per non incappare in questi due estremi, sia quello di individuare quale sia il prototipo del prete (= il “princeps analogatum”, come si dice in scolastica), e di intagliarne, su questo tipo, l’identità e perciò la specificità. Identificato questo prototipo (che non significa: preferenziale, esclusivo, unico, migliore), crediamo come risulti, poi, assai più facile e più duttile il discorso sulla specificità del Presbitero, sia per coglierne le costanti, per così dire, interpreteribili di ogni esistenza sacerdotale, sia per recepirne le varianti che il prototipo non esclude e non esautora, ma orienta e calibra.
Alla luce di queste premesse ci sembra che questo “princeps analogatum” (prototipo) di Presbitero si incarni in quello che comunemente va sotto il nome di Prete diocesano.
Per la verità, seguendo una logica di pensieri di S. Agostino e di S. Tommaso, il prototipo, in parola, sono gli Apostoli, in cui si è maturata una pienezza di grazia superiore a quella di coloro che subentrarono nel loro ministero e in cui si è realizzata la forma di vita che il presbitero intende realizzare: la “apostolica vivendi forma”[1].
Ma questa via rischierebbe di mettere in circuito la questione della concordia-discors fra episcopato e presbiterato, aiutando, forse, a cogliere l’essenza dell’Ordine sacro e del ministero ordinato più che lo specifico del presbiterato.
Invece, seguendo una prospettiva quanto mai presente nel Vaticano II[2], ed espressa mirabilmente nella Costituzione Sacrosantum Concilium: “poiché nella sua chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente, sempre e dovunque, l’intero suo gregge, deve costituire delle assemblee di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie, organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo: esse, infatti, rappresentano, in certo modo, la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra” (S.C. 42), è possibile individuare “l’eminente raggruppamento di fedeli” che “rappresenta (= rende presente) l’intera Chiesa”: la parrocchia, comunità locale di fedeli.
Analogamente è possibile individuare il prototipo del presbitero che “nelle singole comunità locali di fedeli rende, per così dire, presente il Vescovo; (L.G.28); presbitero che è, “praecipua ratione”, cooperatore del Vescovo ed è “pastore proprio cui è commessa la cura delle anime in una parte della Diocesi” (C.D. 28).
Come si diceva, affermare la rappresentatività eminente del presbiterato, del prete diocesano e del presbiterio, nel clero diocesano, non significa esclusione contrapposizione o assolutizzazione, significa stagliare un’immagine per individuare i tratti, per consentirne e valutarne le varianti, per capirne le attribuzioni essenziali al fine di discernerle da quelle che essenziali non sono.
Una bozza di sintesi
Il Concilio Vaticano Il si è trovato di fronte ad un compito impegnativo: ridefinire, reinterpretare e delineare l’identità e la spiritualità del presbitero, ribadendo in modo inequivoco la realtà del sacerdozio ministeriale del Nuovo Testamento, recuperando elementi finiti in ombra e scaturendo dalla ecclesiologia, che sarebbe venuto profilando, la fisionomia della vita e del ministero del presbitero.
Schematicamente, ci sembra di capire come la via percorsa dal Vaticano II, per delineare l’identità del presbitero, possa riassumersi nel modo seguente. Il concilio ha cercato un “centro di prospettiva” e un punto di coagulo dei diversi aspetti che delineano la figura del presbitero. Ha cercato un raccordo unificante le diverse relazioni che vive e sperimenta l’esistenza sacerdotale: con il popolo di Dio, con il vescovo e l’intero collegio episcopale, con i confratelli presbiteri. Ha inteso fondare più rigorosamente l’unità fra le azioni del ministero e l’esigenza del rapporto “interiore” con Dio. Ha voluto sincronizzare maggiormente le diverse funzioni, proprie del ministero presbiterale, quali l’evangelizzare, il santificare, il guidare.
Il “centro di prospettiva” è stato individuato nella realtà sacramentale dell’ordine sacro, in rispondenza alla prospettiva conciliare che rivendicava alla sintesi sacramentale ed eucaristica la più piena manifestazione della chiesa (Cfr. S.C. 41). “Con il sacramento dell’ordine i presbiteri si configurano a Cristo sacerdote come ministri del capo, allo scopo di far crescere ed edificare tutto il suo corpo che è la chiesa, in qualità di cooperatori dell’ordine episcopale” (P.O. 12). “Il sacerdozio dei presbiteri… viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo capo” (P.O. 2).
In questo modo la persona del presbitero è come “spossessata di sé” per lasciare posto al Cristo che la “impersona”: Vive in me Cristo (Gal 2,20). Il fondamento del sacerdozio cristiano è primariamente cristologico. L’agire del presbitero deriva da questa configurazione a Cristo capo; diviene un “agire ministeriale”: il vangelo dal presbitero è il vangelo di Cristo (Cfr. 2 Cor 13,3; 1 Ts 4,2); il sacrificio offerto dal presbitero è il sacrificio di Cristo: “Egli che offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti” (S.C. 7); l’autorità che il presbitero esercita è la “funzione di Cristo capo e pastore” (P.O. 6).
Per questo il presbitero, “strumento vivo di Cristo eterno sacerdote” (P.O. 12), rende presente e rappresenta Cristo pastore, e trova in lui il vincolo della perfezione sacerdotale che realizzerà l’unità della sua vita e della sua attività come fonte e come principio (Cfr. P.O. 14). La sorgente dell’esistenza è dunque Cristo, che nel sacramento dell’Ordine instaura con la persona del presbitero un rapporto originalissimo che tutta la coinvolge. Al punto tale che i termini densi di significato che vengono dati a Dio e a Cristo passano a definire la persona stessa del ministro: “pastore”, “padre”, “nutrice”, “sposo”. Tutto, ovviamente, nella dimensione di segno sacramentale e di funzione vicaria, ma pur sempre mediante una trasformazione operante che tocca le radici della persona del presbitero. “Il presbitero partecipa… in modo speciale, come i dodici, all’intimità con Cristo e alla sua missione di supremo pastore. Nella vita sacerdotale non può esistere frattura fra amore di Cristo e zelo per le anime” (Sinodo 1971, 11,3).
Separarsi da Cristo significa, per il presbitero, spersonalizzarsi; significa sezionare vita e ministero; significa il rigetto di quella presenza del Cristo capo – pastore – servo – sposo che vuole trasparire, sì, nelle azioni del ministero, ma prima, o comunque ad un tempo, nella persona, nella vita, nell’esistenza di colui che Cristo ha chiamato a essere vicario e cooperatore della sua opera.
La “novità” soprannaturale che sopravviene nel battezzato-cresimato che diventa presbitero è il sacramento dell’ordine sacro. La sostanza di questo sacramento è l’immedesimazione, nell’ordinato, della persona e delle funzioni di Cristo capo – servo, sposo – pastore. Siccome, “la santità cristiana si condensa nella perfezione della carità”, la santità presbiterale sarà dunque perfezione di “carità pastorale” (P. 0. 14). “Il sacerdote ministro non è solo “segno” di Cristo sacerdote, buon pastore, in quanto partecipa ontologicamente del suo essere e del suo agire sacerdotale, ma deve essere veramente un “segno vivente” o “strumento vivo” del Signore. Se la santità o perfezione cristiana consiste nella carità, la santità nel sacerdote tenderà al massimo di carità pastorale, come sintonizzazione e identificazione con le attitudini di Cristo sacerdote” (J. Esquerda Biffet).
Corollari di una dottrina
Sembra proprio che su questa intelaiatura di fondo il concilio abbia inteso condurre il suo discorso sull’identità e sulla spiritualità del presbitero.
Ponendo l’accento sul sacramento dell’ordine, il concilio ha ridetto, con grande forza, che la chiesa è un mistero e che la sua vera identità la chiesa la ritrova e la assorbe nella sacramentalità. E che Cristo non sta solo alla sua origine storica, ma è ancora lui, oggi e sempre, che le comunica la vita, l’essere, il significato. E che, davvero, la “vita nuova” è ineffabile unione con Cristo, e che il Cristo si unisce a noi mediante i sacramenti, quasi finestre attraverso cui passa il sole della vita, e inabita le anime. Perciò i sacramenti fondano la vita nuova e la spiritualità che ne deriva e il prete si nasconde, per così dire, nei sacramenti.
Richiamando Cristo come “sorgente della vita presbiterale”, il concilio non ha fatto altro che applicare al ministero presbiterale la legge, anzi il cardine della rivelazione cristiana e perciò della vita della chiesa: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4). Irradierà Cristo, infatti, colui che sarà incandescente di lui.
Precisando, nella “carità pastorale”, l’elemento di sintesi della spiritualità sacerdotale, il concilio ha voluto indicare come l’immagine guida, per intendere un sacerdozio ecclesiale che parte da Gesù, rimane l’immagine biblica del pastore, con tutte le risonanze che essa reca (da Gn 44,6 a Ap 7,17); soprattutto nelle tre caratteristiche indicate da Pietro: adesione volontaria, “offrendo se stesso” (Cfr. Gv 10,18) alla missione pastorale; disinteresse personale e totale limpidezza di intenzione nel proprio compito: rinuncia e superamento di ogni umana logica di potere, per rendersi, sul modello-Cristo, modello del gregge (Cfr. 1 Pt 5,1 ss.) e in definitiva nel dono di sé “perché la vita di Gesù sia manifestata nella carne mortale di chi è investito del suo ministero” (Cfr. 2 Cor 4,1 1 11).
Su questa dottrina il concilio ha evidenziato, come corollari, ulteriori aspetti della spiritualità presbiterale: ha ricollocato con fermezza le azioni ministeriali del presbitero dentro il cammino specifico della sua santificazione, così come sono parte essenziale della sua missione. Dall’armonica composizione, dall’osmosi fra vita “interiore” e “attività esterne”, deve progressivamente maturare nel presbitero l’unità di vita (Cfr. P.O. 14), perché questo è il “modo proprio” della santità pastorale (Cfr. P.O. 13); ha come “ricostruito” una superiore armonia e unità nelle funzioni ministeriali del presbitero: servizio alla Parola, servizio al sacramento, servizio di guida; ha ovviato a possibile loro contrapposizione, separazione o confusione; le ha ribadite come parti essenziali di una realtà indivisibile e unificata nel Cristo e perciò nella chiesa e nei suoi ministri (Cfr. P.O. 4-6). Separare la Parola dal sacramento e questi dalla diaconia dell’autorità che li conserva autentici, “sarebbe come dividere il cuore stesso della chiesa” (E. Bartoletti). “L’unità tra evangelizzazione e vita sacramentale, anche se ammette, a secondo i casi, diverse attuazioni, è sempre propria del sacerdozio ministeriale e deve essere tenuta attentamente presente da ogni presbitero” (Sinodo 1971, II, I, 1). Questo lineamento di “dispensatore dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1) è costitutivo della santità e della santificazione dei presbiteri.
Ha ribadito inoltre il sacrificio eucaristico “centro e radice di tutta la vita del prete” (P.O. 14). ‘Il ministero sacerdotale raggiunge il suo culmine nella celebrazione dell’eucaristia, che è la fonte e il centro dell’unità della chiesa” (Sinodo 1971, I, 4). Da qui, l’estrema consapevolezza, nel presbiterio, della massima rappresentanza di Cristo nella celebrazione eucaristica (“agnosce quod agis, imita quod tractas”), del suo compito di mistagogo e di orante per la comunità e con la comunità.
Ha chiarito poi il senso della “segregazione” (“quodam modo”) del presbitero in seno al popolo di Dio, e in nessun modo ha parlato di separazione tra i due (Cfr. P.O. 3).
La consacrazione totale, l’essere cioè del tutto e costantemente votato all’opera, per la quale il presbitero è stato chiamato, ordinato e mandato, è il motivo di alcune opzioni che il concilio ha ribadito per il ministero presbiterale, e che sono piene di conseguenze per la sua spiritualità: la perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, come segno e stimolo della carità pastorale (Cfr. P.O. 16); lo spirito e la pratica della povertà, pure come via di carità pastorale (Cfr. P.O. 16); il dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli come ulteriore esigenza di carità pastorale (Cfr. P.O. 15); il “pieno tempo”, come norma ordinaria, alle attività specifiche del ministero presbiterale (Cfr. Sinodo 1971, II, 2).
Ha anche individuato vie d’ascesi proprie del pastore d’anime, puntando non su strade parallele alle funzioni ministeriali (come se la vita di unione con Dio e di esercizio ascetico dovesse compiersi “fuori” e in “tempi diversi”, magari rubati al ministero), ma collocando la santificazione del presbitero esattamente nella sua realtà di pastore. Unito più intimamente a Cristo e guidato dallo Spirito santo, il presbitero accoglierà e vivrà in se stesso la Parola che predica; vivrà la messa che celebra, ispirando la vita al mistero della croce; pregherà, adeguando il suo animo alla preghiera liturgica di cui è deputato; si consumerà, se necessario, fino al sacrificio, per i fedeli di cui è pastore, cercherà di conoscere persone e tempi, adeguando i metodi pastorali alle esigenze individuate.
La “diocesanità”
Una sottolineatura speciale, nella delineazione della spiritualità del ministero presbiterale, merita la particolare fisionomia che il presbitero assume nell’essere e nell’operare all’interno di un presbiterio diocesano e, più ancora, all’interno di una chiesa particolare.
Appurato che il “centro di prospettiva” della vita e del ministero, e quindi della spiritualità del presbitero, non può essere l’appartenenza alla chiesa particolare, perché la radice della situazione soprannaturale propria del presbitero è nel sacramento dell’ordine (che pone nuove relazioni con Cristo, con il vescovo, con il presbiterio e con il popolo di Dio) è tuttavia legittimo chiedersi in che modo l’appartenenza a una chiesa particolare tocchi anche la spiritualità del presbitero, che chiamiamo “diocesano”.
Il Vaticano II, come si diceva, ha reso molto più flessibile la natura dei “due cleri”: ha sollecitato i presbiteri a sentirsi tutti, in certo qual modo, diocesani, per la fondamentale fraternità sacramentale che li lega e per la concreta vita pastorale che, di fatto, vivono sempre in “una” chiesa, presieduta dal vescovo. Anche se, ovviamente, la realizzazione più esaustiva del presbiterato diocesano sembra effettuarsi nel presbitero “incardinato” (Cfr. L.G. 41). La situazione del presbitero “addetto” a un servizio in diocesi, ma traente altrove la sua sorgente pastorale e spirituale, risulta piuttosto complessa, perché a volte rischia di essere vissuta in un certo isolamento e non integrata vitalmente nel presbiterio e nella chiesa diocesana; e a volte può attenuare l’esigenza di servizio pastorale in armonia con la vita della chiesa particolare o la collaborazione alla missione episcopale, che è costituzionale per il ministero presbiterale. Questo punto attende certamente positivi sviluppi dei germi posti dal concilio.
La spiritualità del prete “diocesano” è toccata, sotto un triplice aspetto, per il fatto che si sviluppa nel contesto sacramentale e spirituale della chiesa particolare. La chiesa particolare è la più immediata e concreta manifestazione della chiesa universale, non tanto come fatto geografico e amministrativo, ma come vero popolo di Dio in cammino nel mondo che si fa presente e si fa avvenimento in una determinata sede. Dunque il presbitero, integrando vita e ministero nel tessuto vivo di questa chiesa, non può rimanere spettatore o funzionario esecutivo di determinate prestazioni, ma deve far propria la storia spirituale di questo popolo individuante, con discernimento ma con accoglienza, le linee pastorali e la fisionomia spirituale di questa chiesa, armonizzando con essa la sua vita spirituale e pastorale. Il presbitero dovrà avere e testimoniare ed educare al senso della chiesa particolare e dovrà sostenere sempre la consapevolezza di questa appartenenza; ciò vorrà dire capacità di credere e accorgersi della presenza e dell’azione del Signore in essa; di accogliere le sue membra reali e concrete; di restare in comunione organica con tutta la comunità, valorizzando i doni, componendoli in unità, armonizzando la diversità.
Il vescovo diocesano è “visibile principio e fondamento di unità” (L.G. 23) nella chiesa particolare a lui affidata. “Da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo” (S.C. 41). Il presbitero dice impreteribile relazione al vescovo. Il suo ministero non è autonomo, ma è esercitabile nella cooperazione con il vescovo. Anzi, intendendo l’espressione nella sua profondità sacramentale, il presbitero “rende presente il vescovo”, perché nel presbiterato è presente la missione apostolica (Cfr. L.G. 28 e P.O. 2). I presbiteri sono la presenza attiva e salvifica di quel ministero pastorale che risiede in pienezza nel vescovo. Il presbitero è “cooperatore e organo del vescovo” (L.G.28). Tra vescovo e presbitero “c’è comunicazione sostanziale dello stesso sacerdozio. Il presbitero porta il carattere di somiglianza perché possiede nella sostanza un medesimo sacerdozio col vescovo, ed è con lui una sola cosa nell’unità del sacerdozio” (D. Grea). Questo legame è profondamente incisivo per la spiritualità presbiterale: per la vita di comunione, per l’obbedienza e la collaborazione, per la corresponsabilità. “Nella famiglia sacerdotale, il vescovo è padre, maestro, pastore e amico: il vincolo dei suoi sacerdoti con lui è ontologico e sacramentale, prima ancora che giuridico e morale. Egli non può far nulla, efficacemente, senza di loro; soprattutto senza la loro leale e filiale amicizia e docilità. Ma nemmeno essi possono illudersi di fare molto senza di lui, che il Signore ha voluto generatore dell’ordine sacro, segno e garanzia dell’unità ecclesiale e della pace operosa in ogni chiesa locale”. (E. Bartoletti).
Il presbiterio diocesano è il “corpo organico” in cui il presbitero è collocato dal sacramento dell’ordine (Cfr. L.G. 28). Il legame fraterno che unisce i presbiteri non è estrinseco – giuridico, né solamente intimo – affettivo, ma è compreso nella definizione stessa del ministero sacerdotale: è sacramentale. La fraternità sacerdotale nasce dunque dalla comunità di ordinazione e di missione. Perciò il presbitero deve collocare la sua azione entro questa collegiale prospettiva di insieme e vivere in “intima fraternità”. La realtà del presbyterium, nella misura in cui è vissuta e approfondita, dà un senso più vitale a tutti i compiti presbiterali e immette uno spirito fraterno in tutti i rapporti. Se “l’individualismo è un peccato contro il sacerdozio”, la comunione presbiterale è un servizio, un anticipo e una causa della comunione più larga con tutto il popolo di Dio.
A modo di riassunto
La spiritualità del “prete diocesano”, che si è visto essere la “carità pastorale”, può essere delineata, al termine delle osservazioni compiute, in questo modo.
È carità teologale che il presbitero attinge dalla presenza sacramentale che è in lui di Cristo capo, pastore, sposo e servo della sua chiesa, immessa in lui dallo Spirito santo per il sacramento dell’ordine; carità che si manifesta come amore di “sposo”, di “pastore”, di “servo” della chiesa, ma, specialmente e puntualmente, della chiesa particolare in cui è incardinato o addetto; carità che altro non è che l’amore di Cristo diffuso nel suo cuore e significato e donato al suo corpo, che è la chiesa.
Oggetto di questa carità è la chiesa, amata senza condizione, per sempre e con tutte le proprie forze, con amore sponsale – verginale; chiesa senza barriere cioè cattolica; ma chiesa che è anche in un luogo, presieduta da un vescovo, cioè particolare.
Atti caratteristici e significativi di questo amore saranno gli atti del ministero sacerdotale, cioè gli atti con cui Cristo si dona alla Chiesa e con cui Cristo dona alla Chiesa la vita: la parola che svela e salva; il sacramento che deifica e santifica; la guida che orienta, difende e pasce. In queste azioni il presbitero trova di che nutrirsi e santificarsi e di che nutrire e santificare: “per loro santifico me stesso affinché anch’essi siano santificati” (Gv 17,19).
Ma nella chiesa particolare il “sacramento adeguato” di Cristo capo e sposo è il vescovo. Egli è economo della grazia del supremo sacerdozio; egli è segno e strumento di unità; egli è dottore autentico della fede; egli è vicario di Cristo Pastore, per la sua chiesa particolare. Perciò questa carità sponsale del presbitero non può non sincronizzarsi e non fondersi con il ministero del Vescovo, perché non si dà amore separato e indipendente fra pastori dell’unico gregge, bensì correlazione, anzi identità: bisogna aderire al Vescovo come la chiesa aderisce a Cristo e Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d’accordo nell’unità (Cfr. L.G. 27).
Questa carità di Cristo ha due connotati: Cristo ha dato se stesso facendosi obbediente fino alla morte; Cristo si è fatto povero, perché noi fossimo ricchi per mezzo della sua povertà: questi connotati dovranno ritrovarsi in chi è “presenza continuata” di quella carità pastorale. Lo sforzo di ascesi, per giungere a questa perfezione di carità sponsale – pastorale, s’impone al presbitero che deve imitare ciò che tratta, con una tensione sempre vigile “perché la sua vita diventi il suo ministero e il suo ministero diventi la sua vita” (K. Rahner).
Pensiamo che questi cenni bastino: per riscoprire il ministero e la vita del prete come un’originalissima e autentica situazione di carità; come “via propria” di spiritualità e di santificazione; per individuare, nella vita del presbiterio diocesano, una vera scuola di perfezione e di comunione ecclesiale quanto mai significativa e profonda; per orientarsi, da parte del presbitero, verso il Vescovo come maestro – padre – guida della propria vita spirituale e dei propri orientamenti pastorali, all’interno della cattolicità imperniata su Pietro; per cogliere nelle azioni tipiche del presbitero, non solo l’oggetto delle dovute prestazioni, ma il nutrimento della propria spiritualità; per guardare con occhi nuovi alla chiesa particolare come alla propria casa madre, la chiesa, resa tangibile nel luogo e nel tempo della propria concreta esistenza presbiterale.
E tutti questi sono germi fecondi per una ripresa vigorosa di spiritualità presbiterale.
Note
[1] Cfr. S. Tommaso, Summa Theologica, 1.24. I, II, q. 106 a4; S. Agostino, Sermo 356, PL 39 col l574.
[2] Cfr. L.G. 23; 26; 27; 28; C.D. 11; 28; A.G. 19; P.O. 7; 8.