N.04
Luglio/Agosto 1990

Sacerdoti ad immagine di Cristo buon pastore

Nel Nuovo Testamento troviamo un parallelismo molto significativo tra Cristo “sacerdote grande” (Eb 10,21) e Cristo “pastore grande” (Eb 13,20), oppure tra Cristo “sommo sacerdote” (letteralmente, “arci-sacerdote “: Eb 4,14; 9,11) e Cristo “sommo pastore” (letteralmente, “arci-pastore”: 1 Pt 5,4). Tale parallelismo tra “sacerdote” e “pastore” è determinante per il concetto cristiano della vocazione sacerdotale. Chi viene chiamato al sacerdozio ministeriale deve prepararsi a diventare sacramento, cioè segno e strumento, di Cristo “sacerdote-pastore”.

 

 

Uno stretto rapporto vicendevole

Non si tratta, infatti, di scegliere un termine con esclusione dell’altro, considerando Cristo solo come pastore del gregge, o solo come sacerdote del santuario. Si tratta piuttosto di illuminare un termine con l’altro e di arricchirli tutti e due grazie al loro stretto rapporto vicendevole.

Gesù è stato “il buon Pastore” (Gv 10,11.14) in un modo sacerdotale e, reciprocamente, è divenuto “sacerdote grande” (Eb 10,21) grazie alla sua completa dedizione pastorale.

Egli chiama a sé alcuni suoi discepoli, “quelli che egli vuole” (Mc 3,13), “affinché siano con lui” nel suo servizio sacerdotale e “affinché egli li mandi” a occuparsi della gente, secondo la sua missione pastorale (Cfr. Mc 3,14). Così, per mezzo di essi, egli si rende presente nei diversi tempi e luoghi come “sacerdote-pastore” o “pastore-sacerdote”.

 

 

Sacerdote e Pastore nell’A.T.

Nell’Antico Testamento, il titolo “sacerdote” non faceva pensare ad altra cosa che ai rapporti con Dio. “Fa’ avvicinare – dice Dio a Mosè – Aronne e i suoi figli, perché siano miei sacerdoti” (Es 28,1). Il sacerdote era l’uomo del santuario e del sacrificio rituale. Aveva il privilegio di entrare nella casa di Dio e di presentare a Dio le offerte. “L’estraneo che si fosse accostato sarebbe stato messo a morte” (Nm 3,10.38; 18,7). Quindi il sacerdozio richiedeva la rottura dei legami umani (Cfr. Dt 33,9) e, in certe circostanze, una severità spietata contro i peccatori, nemici di Dio (Cfr. Es 32,26-29; Nm 25,6-13).

Invece il titolo “pastore” faceva pensare ai rapporti con il popolo, paragonato a un gregge. Non veniva dato ad Aronne, ma a Mosè (Cfr. Is 63,11) e poi a Davide (Cfr. Ez 32,23), i quali erano stati pastori di pecore (Cfr. Es 3,1; 1 Sam 16,11), prima di dover guidare il popolo.Questo titolo esprimeva attenzione e sollecitudine, senso di responsabilità (Cfr. 2 Sam 24,17) e compassione. Non occorreva che “La comunità del Signore fosse un gregge senza pastore” (Nm 27,17). Il pastore doveva “andare in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita; fasciare quella ferita e curare quella malata, avere anche cura della grassa e della forte” (Cfr. Ez 34,16).

 

 

La sintesi operata da Gesù

I compiti del sacerdote e del pastore sembravano quindi contrastanti. Gesù, però, ha realizzato, in modo inaspettato, la loro perfetta sintesi nella sua opera e nella sua persona, e questa sintesi determina ormai il contenuto della vocazione sacerdotale cristiana.

Gesù si è autodefinito “il buon pastore” (Gv 10,11); sapeva di esser stato mandato “alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36; Mc 6,34). Spinse la misericordia fino a “offrire la vita per le pecore” (Gv 10,15). Voleva attirarle tutte a sé (Cfr. Gv 11,51-52; 12,32), affinché ci fosse “un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16). Occorre però notare che questo slancio di misericordia non proveniva da un semplice senso di filantropia, ma aveva la sua origine nell’unione di Gesù con il Padre (Cfr. Mt 18,14; Lc 15,7; Gv 10,17-18) e prendeva come scopo l’introdurre le “pecore smarrite” nell’intimità divina: “Che tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Così la dedizione “pastorale” di Gesù è stata, allo stesso tempo, mediazione sacerdotale: “Cristo è morto per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio” (1 Pt 3,18).

Inversamente, quando l’autore della lettera agli Ebrei proclama ripetutamente che Cristo è sacerdote (Cfr. Eb 3,1; 4,14; 5,10 ecc.) e “ha offerto se stesso a Dio” (9,14; Cfr. 9,28; 10,10.12), egli non si attiene alla prospettiva dell’Antico Testamento, ma conferisce al sacrificio e al sacerdozio di Cristo una dimensione “pastorale”, insistendo sulla solidarietà di Cristo con gli uomini e sulla compassione piena di misericordia. Gesù ha dovuto “rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso” (2,17). Egli non è “un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità”, bensì “uno che è stato provato in ogni cosa come noi” (4,14).

Il sacrificio della croce ha unito insieme, in modo indissolubile, le due dimensioni che, prima, sembravano inconciliabili: la dimensione verticale della più perfetta docilità filiale verso Dio (5,8; 10,5-9) e la dimensione orizzontale della più completa solidarietà fraterna con noi peccatori (2,14-18; 4,15-16). Infatti, lungi dal portarlo, come i Leviti dell’Esodo, ad infierire contro i peccatori (Cfr. Es 32,27-29), la docilità di Gesù verso il Padre l’ha portato a offrire se stesso “per togliere i peccati di molti” (Eb 9,28; Cfr. 10,12). Egli è ormai “sommo sacerdote misericordioso… per cancellare i peccati del popolo” (2,17). D’altra parte, per “pascere” gli uomini così purificati, egli presenta loro la sua carne, “vero cibo” , e il suo sangue, “vera bevanda” (Gv 6,55), in modo da stabilire con loro un rapporto strettissimo di interiorità reciproca: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). Dallo stesso fatto, essi si trovano in relazione intima con Dio, perché Gesù è nel Padre e il Padre è in lui (Cfr. Gv 14,11; 17,21). In tutto questo, vediamo fino a che punto ministero sacerdotale e dedizione pastorale si permeano a vicenda e formano un’unica realtà.

 

 

Dal sacerdozio pastorale di Cristo sgorga il ministero ordinato

La vocazione al ministero presbiterale mette la persona al servizio di questa realtà, che presenta sempre l’unione dei due aspetti.

Gesù, sacerdote-pastore, chiede a coloro che egli chiama di condividere tanto il suo zelo per il regno di Dio quanto la sua compassione per le folle.

Come prima cosa, egli comanda ai suoi apostoli: “Predicate che il regno di Dio è vicino” (Mt 10,7), perché la prima cosa da ricercare è “il regno di Dio e la sua giustizia” (6,33) e lui stesso predicava il regno di Dio (4,17). Aggiunge però subito: “Guarite gli infermi” (10,8), perché dalla preoccupazione del regno di Dio egli non separava mai la sollecitudine per le necessità della gente: “Percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità” (9,35).

Ai suoi apostoli Gesù vuole comunicare la sua unione sacerdotale con il Padre. Li prende con sé nel Getsemani per la preghiera di docilità filiale: “Padre mio… non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39) e raccomanda loro in quell’ora: “ Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (26,41).

Egli vuole altrettanto associarli alla sua misericordia pastorale, la quale si manifesta sia nell’insegnare le parole di vita (Cfr. Mc 6,34), sia nel nutrire le folle (Cfr. Mc 8,1-2), sia nel radunare la gente, per farla vivere in comunione armoniosa (Cfr. Gv 10,16). Ai suoi apostoli dunque, egli affida il compito d’insegnare le parole di vita (Cfr. Mt 28,19-20; Mc 16,15; 1 Gv 1,1-4), quello di distribuire i pani (Cfr. Mc 8,6), specialmente il pane eucaristico (“Fate questo in memoria di me”, Lc 22,19; 1 Cor 11,23-25), e infine quello di portare tutti “all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio” (Ef 4,13).

Per assolvere bene questi compiti nel loro duplice aspetto, pastorale e sacerdotale, ogni presbitero deve essere unito al cuore di Cristo nelle due disposizioni fondamentali della sua missione: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); avere quindi un cuore “mite”, cioè accogliente agli altri, misericordioso, fraterno, e un cuore “umile”, cioè docile a Dio fino all’umiliazione della croce, nell’obbedienza filiale. Nel cuore di Gesù ogni presbitero trova sempre la sorgente viva del sacerdozio pastorale cristiano.