Giovani: domanda o nostalgia di etica?
Anche se nelle pagine che seguono verrà subito messo in luce come il termine ‘etica’ è una parola con molti significati, mi introduco nella presente riflessione con un interrogativo più puntuale: giovani generazioni, domanda o nostalgia di un ‘progetto di valori’ quindi di un ‘progetto etico’?
È ormai risaputo, dall’analisi della situazione, come la cultura contemporanea e specificamente la condizione giovanile presentano oggi una ‘crisi etica’.
Richiamo, a conferma, le aree e i punti fermi su cui si costruisce da sempre la vita, e che sembrano essere crollati: l’etica privata, soprattutto nei suoi aspetti relazionali, presenta assenza di norme e di comportamenti; l’etica pubblica, soprattutto nei comportamenti collettivi, che costruiscono il vivere e il tessuto sociale quotidiano, esprime una contrapposizione di valori di riferimento. Come veniva affermato al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985 “Riconciliazione cristiana e Comunità degli uomini”, si assiste oggi ad una perdita delle ‘evidenze etiche’: “sembra di poter affermare che le radici di ciò” – il riferimento è agli elementi di divisione presenti nella società italiana a livello di vita associata e personale – “vanno cercate nel deperimento delle evidenze etiche nelle coscienze, in connessione con il logoramento del consenso sul livello morale della vita e della società. Ciò spiega anche la crisi d’identità personale nei singoli”[1].
Di fronte a questa situazione di deperimento delle evidenze etiche nella coscienza delle persone – “connesso con il logorio del consenso dell’ethos della vita e della società a livello di comunità civile”[2] – e alla conseguente crisi personalizzata e collettiva, le giovani generazioni sembrano oggi reagire presentando più una ‘nostalgia’ che una vera e propria ‘domanda’ di etica.
I giovani sembrano cioè segnati – sia a livello personale che sociale – da una forte ambivalenza o ambiguità. Gli stessi movimenti ecologici, i movimenti per la pace, addirittura alcuni movimenti per la vita ecc. – chiamati anche ‘movimenti profetici’ e addirittura ‘etici’ – non sembrano essere risparmiati da tale ambivalenza.
La ‘crisi di valori’, come crisi etica, può tuttavia rappresentare ai nostri giorni un segno e un passaggio stimolante per un processo di ricerca ovvero di ‘domanda di etica’.
Tale ‘domanda di etica’ tra le giovani generazioni va educata. Ritengo che le varie espressioni del multiforme servizio educativo ecclesiale – inteso come “un dare aiuto, sostegno e guida ai ‘nuovi’ della società da parte degli ‘adulti, lungo il processo con il quale i ‘nuovi’ si muoveranno sempre più consapevolmente verso la loro autonomia…, il momento in cui una persona capisce che ormai tocca a lei prendere le decisioni più importanti su se stessa, che spetta a lei decidere cosa farà di sé”[3] – devono essere finalizzate a creare consenso etico sui valori-guida della vita, quindi ad educare le giovani generazioni a darsi un ‘progetto etico’ nella vita.
Infatti “la mancanza di comune accettazione e di comune consenso nel sistema dei valori-guida della vita spiega anche la crisi di identità personale dei singoli: la fatica a fare unità dentro la persona, a dare un senso unitario e concreto ai singoli passi e ai diversi momenti del vissuto. Di qui un modo di vivere e scegliere, anche nelle scelte gravi della vita, in modo quasi casuale, effimero, per tentativi ed esperimenti”.
Ed ancora: “sembra che il contributo più urgente e decisivo che può derivare alla comunità degli uomini dalla rinnovata coscienza missionaria della Chiesa sia il determinarsi di un ampio consenso intorno alle principali evidenze etiche che restituiscano dignità al fondamento stabile della vita individuale e sociale dell’uomo, scaturendo da un’approfondita, integrale coscienza di sé”[4].
Quindi, senza attardarsi nei fattori che hanno determinato nell’uomo contemporaneo da una parte la crisi e dall’altra la nostalgia – fattori riconducibili all’avvento della cosiddetta ‘società complessa’. alla cultura della soggettività ed al processo di secolarizzazione – mi sembra più opportuno chiedersi: quale ‘progetto etico’ per i giovani di fronte alla crisi?
La comunità ecclesiale, gli educatori alla fede, sono invitati a partecipare a dare risposta a tale interrogativo proponendo e mediando non solo un quadro teorico di valori ma dei veri e propri ‘stili di vita’ che si traducono in atteggiamenti quotidiani fedeli all’uomo e alla logica evangelica.
‘Stili di vita’ che siano capaci di rispondere alle domande fondamentali dell’uomo, educando alle proposte evangeliche. È ciò con una finalità educativa precisa: “illuminare oggi la complessa esperienza morale del cristiano, e in genere la problematica morale dell’uomo del nostro tempo, riportandolo all’evidenza centrale dell’unico comandamento dell’amore…, smascherando e sconfiggendo il ‘metus veritatis , la paura di accettare evidenze metafisiche, la difficoltà di ammettere che esistono certezze assolute, il comodo rifugiarsi in posizioni di agnosticismo e neutralità”[5].
Gli ‘stili di vita’ che di fatto realizzano nella persona, soprattutto di un giovane, la maturazione della propria identità (ma cosa significa recuperare il proprio sé, la propria identità, se non scoprire la propria vocazionalità?) e il passaggio dall’attenzione a ‘valori etici’, in pari misura, a comportamenti e fatti concreti, corrispondono ad alcuni ‘cammini’ che occorre far fare ai giovani.
Giannino Piana, intervenendo al recente seminario per animatori vocazionali promosso dal CNV, ha indicato i seguenti ‘cammini’ di base comuni ad ogni ricerca[6]:
Il cammino dall’isolamento alla solitudine
La solitudine, appunto, che si distingue dall’isolamento, nella misura in cui è intesa come capacità di ascolto profondo, di discernimento, quindi di silenzio interiore.
‘L’uomo isolato’ è l’uomo eterodiretto, espropriato della propria identità, della propria vocazione umana; ‘l’uomo solo’ è l’uomo capace di autodirezione e orientamento della propria vita.
In breve, è il passaggio dall’esterno all’interno della persona: per un processo di interiorizzazione della propria vita, di scoperta di se stessi, del senso più profondo di se stessi ovvero della propria vocazionalità.
Il cammino dall’ostilità all’ospitalità
Non c’è crescita di identità, quindi della propria vocazione, se non c’è sviluppo di rapporti veri, di assunzione di responsabilità nei confronti dell’altro. In termini ecclesiali e in linguaggio teologico è il tema della vocazione-missione.
In una cultura come quella dei nostri giorni, in cui prevale l’assolutizzazione dei bisogni soggettivi, accompagnare le giovani generazioni nel cammino dall’ostilità all’ospitalità significa aiutare i giovani a stare dentro la conflittualità – che non si presenta più con i caratteri della conflittualità sociale come negli anni ‘70, ma che emerge nei rapporti intersoggettivi, quotidiani – e accoglierla come elemento di possibile crescita.
L’educare i giovani all’ ‘ospitalità’ stando dentro il conflitto e la diversità, significa alla fin fine educare i giovani al valore del perdono e della riconciliazione uscendo da una logica di possesso degli altri e delle cose, valorizzando la comunione tra persone e la condivisione delle cose, educando anche ad un corretto uso dei beni della terra.
Il cammino dall’illusione all’attesa impegnata
Di fronte ad una cultura come la nostra, segnata dalla caduta di socialità, e di fronte a una condizione giovanile, che tende a ripiegarsi su se stessa, urge educare all’impegno personale. A riguardo è significativo l’emergere del volontariato, che esprime tra i giovani il bisogno di un impegno personale concreto – ma non inteso come impegno totalizzante – che seppur radicale e totale non ha la presunzione di risolvere tutti i problemi.
Far fare ai giovani un cammino dall’illusione – negli anni ‘70 espressa nello slogan giovanile del ‘tutto e subito’- all’attesa impegnata, significa dunque educare a vivere rapporti autentici ma anche all’apertura verso gli altri, il sociale e l’ecclesiale, in attesa del Regno che verrà.
Concludendo: andare alla radice della crisi etica significa necessariamente fare i conti, prima o poi, con la ‘crisi religiosa’, la ‘crisi di fede’. Un’etica forte non si fonda e non si sviluppa, oggi più che mai, senza riferimento ad una trascendenza.
I ‘cammini’ sopra tratteggiati sono itinerari educativi possibili ad una ricerca comune, anche laica.
La comunità cristiana – seppur con i suoi limiti storici – si ripropone oggi più che mai come proposta di ‘cammini di fede e di vocazione’ in cui ogni persona può incamminarsi e ‘tirar fuori’, ‘trafficare’ i propri doni di natura e di grazia.
L’itinerario catechistico, liturgico e caritativo resta, almeno per i cristiani, la fondamentale ed essenziale ‘sorgente di cammino morale’, la principale via etica alla vocazione, ed alla vocazione come missione’, quindi alla maturazione di un ‘progetto etico’[7].
Note
[1] CEI, La forza della riconciliazione, Sussidio della Presidenza del Comitato Nazionale preparatorio del 2° Convegno ecclesiale, 1984, in Enchiridion CEI, EDB, Vol. 3, n. 2016.
[2] CEI, idem, n. 2063.
[3] C. M. Martini, Dio educa il suo popolo, Programma pastorale diocesano per il biennio 1987-88, Milano 1987, p. 11-12.
[4] CEI, idem, n. 2064.
[5] CEI, idem, n. 2087.
[6] G. Piana, Giovani, etica e maturazione vocazionale, Intervento al VII Seminario per animatori vocazionali promosso dal CNV, Assisi 27-31 Agosto 1990.
[7] Cfr. I. Castellani, Fede e vocazione: un cammino, in Vocazioni n. 4/1988, p. 6.