Giovani e vocazione
Abbiamo già affrontato il tema della prima giovinezza (17-20 anni) e il progetto di vita1, ora intendiamo tentare un approccio all’argomento “giovani (20-25 anni) e vocazione”. Dicevamo che il soggetto, passando dall’adolescenza alla prima giovinezza, supera gradualmente gli idealismi adolescenziali in favore di un adattamento al reale e di una concretizzazione del proprio impegno di vita. Egli, in pratica, ha risolto in qualche modo la crisi di identità: è venuto prendendo coscienza delle proprie capacità, dei propri interessi e dei valori per cui intende giocare la vita; inoltre ha conseguito una conoscenza della società in cui si sta inserendo e delle attività che gli uomini svolgono, e matura con realismo il tempo della scelta di vita. Sceglie di abbracciare un ruolo nella società o nella Chiesa, di sposare, di divenire sacerdote, di svolgere una data professione in nome di Dio che chiama e dei fratelli o, comunque, in nome di un valore ritenuto capace di dare senso all’esistenza.
Il giovanissimo (16-18/19 anni circa) e il giovane poi (19/20-25 anni) dovrebbe passare, quindi, dai progetti adolescenziali ad un atterraggio concreto nella società, facendo una scelta di vita, di mestiere con senso di responsabilità e con sano realismo. Sottolineiamo “dovrebbe” abbandonare le problematiche psicologiche personali, incentrate sulla definizione della propria identità e polarizzarsi sull’impegno sociale e politico, perché purtroppo molte volte ciò non avviene: tanti soggetti infatti tendono a prolungare l’adolescenza. Va pure sottolineato che il mondo giovanile contemporaneo costituisce una realtà così complessa e fluida per i rapidi cambiamenti e talmente variegata nelle sue sfumature da sfuggire ad ogni catalogazione e da rompere facilmente ogni schema interpretativo. Costa non poca fatica il tentativo di presentare uno spaccato educativo efficace su misura. Noi tenteremo di cogliere alcune note dei giovani dell’epoca post-industriale, che ci possano giovare, su di un piano vocazionale, agli effetti di un’azione orientativa adeguata.
Gioventù con scarsa forza decisionale e senza grandi obiettivi
La fisionomia del giovane attuale presenta varie sfaccettature: lo si può etichettare come consumista, piuttosto disimpegnato, orientato al “riflusso”, che vive il disagio di una certa emarginazione sociale; come cercatore di sensi di vita, aspirante a rapporti sociali più umani, a una “civiltà più conviviale”, desideroso di pace. Ma due caratteristiche salienti, intimamente connesse, sembrano meglio stigmatizzare il giovane d’oggi; prima: immobilismo dal punto di vista decisionale ovvero incapacità di scelte decisionali che comportino assunzione di impegni, specie se a lungo termine, unita al timore di rischiare e di sbagliare; seconda: tendenza ad elaborare una concezione di vita senza grandi obiettivi, che privilegia scelte effimere o progetti incentrati sulla quotidianità, a corto respiro. In altre parole, il giovane tende a non legarsi ad una scelta che comprometta, perché vuole rimanere libero e vivere senza troppe responsabilità: sceglie di non maturare come adulto. Infondo ciò che segna la fine dell’adolescenza e l’inizio della giovinezza è il fatto di assumere con serietà e stabilità un progetto di vita, superando le oscillazioni e le crisi adolescenziali: il giovane assume per il futuro un progetto, un’ipotesi esistenziale risultante dalla sintesi tra l’io attuale e l’io ideale, tra ciò che l’individuo di fatto è coi suoi bisogni e con le sue capacità e ciò che vuol essere idealmente, progetto esistenziale che si concretezza in una professione, in uno stato di vita. Mentre l’adolescente è più a progettuale, più indeciso: gli piace infatti corteggiare varie ipotesi di vita rifuggendo dall’approdare ad una scelta, il giovane è essenzialmente progettuale: ha consapevolezza della sua identità e abbraccia una strada ritenuta idonea per la propria realizzazione. Gli psicologi dell’età evolutiva parlano oggi di post-adolescenti, di adolescenti, cioè, che non vogliono maturare nelle decisioni, che tendono ad allungare l’adolescenza fino a 20-25 anni, vivendo dipendenti e comodamente annidati in famiglia definita di conseguenza “famiglia lunga”. Questi postadolescenti dimostrano di aver trovato con la famiglia un rapporto funzionante, ispirato al modello del “paguro bernardo”, che vive sfruttando le risorse altrui. Nasce la figura dell’universitario adolescente, parcheggiato a lungo nell’area del disimpegno con la scusa dei tanti esami da sostenere; delle coppie di adolescenti che divengono gli eterni fidanzati con il pretesto di conseguire una conoscenza più profonda; dei giovani che non decidono per il domani, perché attendono un lavoro più sicuro e più redditizio; degli adolescenti, ancora, protetti e custoditi dai genitori, che se li tengono legati, perché temono la difficile società. È pur vero che, in una società complessa e in difficoltà, la famiglia, in cui corre pure una buona dose di tolleranza e permissività, resta un punto di riferimento centrale per le giovani generazioni. Tali giovani nel mondo esterno vivono una fase di attendismo: temono di essere catturati da una scelta impegnativa, tanto più se definitiva, rimandano perciò di continuo le decisioni circa le scelte fondamentali, dandosi a molteplici esperienze e adducendo la ragione che così si fanno più esperti e sicuri in vista del domani. E, se sono chiamati a delle decisioni, adottano una filosofia che s’ispira a un “presentismo pragmatico”: vivono alla giornata, galleggiando nel presente alla “belle e meglio”, senza fare progetti “alla grande”. I sociologi amano definire i giovani attuali, che paiono superficiali, disinibiti, sicuri, “soggetti thermos”, duri di fuori, ma fragili dentro e titubanti nell’assumere responsabilità di una certa consistenza.
Quale atteggiamento pedagogico nei confronti dei giovani portati a posticipare gli impegni di vita?
Tentiamo di indicare tre linee educative generali, consapevoli che uno studio maggiormente approfondito comporterebbe una presentazione più differenziata della tipologia del mondo giovanile, con l’evidenziazione di luci e ombre del medesimo e con la prospettazione di itinerari educativi pastorali appropriati.
Un primo cammino educativo vocazionale da seguire è quello della catechesi: “occorre evangelizzare e vocazionalizzare” l’esistenza: la vita è un dono di Dio, la si progetta, quali discepoli di Cristo, e diviene un impegno di solidarietà e di servizio. Ciò comporta camminare coi giovani che sono alle prese con la ricerca della identità e alla scoperta di valori, per “caricarli” di tensioni ideali, affinché siano sì attenti alle istanze della vita quotidiana, ma sappiano pure guardare al futuro con entusiasmo e con la speranza di costruire un mondo migliore, attenti a vivere oggi e domani, come suggerisce lo Spirito Santo. Occorre affezionare alla preghiera, condizione indispensabile per riuscire a mettere Dio al centro della vita: una vita piantata su Cristo, pietra angolare del progetto di vita ed autentica risposta al problema umano. Inoltre la proposta cristiana deve coinvolgere la vita: è necessario ricavare spazi, trovare occasioni, dove uno sperimentala gioia del donare gratuitamente ai fratelli. Val la pena di esercitare i giovani, che cercano impegni a breve termine, in compiti di servizio, di volontariato con scadenza a medio e a lungo termine.
Il secondo itinerario educativo consiste nell’accompagnamento individuale, elemento indispensabile per un discernimento vocazionale e per un’educazione alla decisione vocazionale cristiana.
La forma classica dell’accompagnamento, secondo la tradizione spirituale della Chiesa, è la direzione spirituale, quale mediazione educativa pastorale. La presenza di una guida fa superare il rischio di un soggettivismo esasperato e della frammentazione interiore, che pregiudicano un equilibrio interiore stabile; favorisce pure il superamento della superficialità, agevolando il processo della conoscenza di sé; impedisce le involuzioni adolescenziali, aiuta a vincere la fragilità psicologica e porta a delle scelte mature.
Come terzo cammino vocazionale ravvisiamo l’accompagnamento comunitario, che è una struttura portante della pastorale vocazionale. Il gruppo di riferimento, la comunità di appartenenza fungono di appoggio e di stimolo nell’itinerario di formazione, in maniera tale che il giovane, scoperta la propria identità, è invitato ad uscire dal proprio io per donarsi e servire. Nel gruppo s’imparano “modi di essere e di sentirsi” a servizio, si trovano varie forme ministeriali di carità. Un simile gruppo, che si fa comunità di servizio, diviene vocazionalmente altamente formativo. È da notare infine che luogo pedagogico fondamentale per la proposta, la scoperta, lo sviluppo e l’accompagnamento della vocazione resta la comunità parrocchiale. La comunità ecclesiale, con la molteplicità dei carismi e ministeri, è il luogo del cammino di fede che sfocia in una decisione vocazionale. Una comunità cristiana, che vive la comunione con Dio e con i fratelli, che si fa “tutta ministeriale”, diviene ambiente vitale – educativo in ordine alla vocazione per tutti i membri della comunità, ma soprattutto per le giovani generazioni. Tale comunità di fede, speranza e carità è il luogo naturale e vitale di un itinerario di vita cristiana che matura nel dono a Dio e al prossimo.