N.05
Settembre/Ottobre 1990

La formazione sacerdotale: come si prepara una decisione?

 

Introduzione

Il tema si definisce da sé: riguarda l’iter di preparazione o di formazione in vista della scelta definitiva del presbiterato, e domanda “come” si perviene ad una decisione vocazionale, al sacerdozio ministeriale.

È vero che l’argomento viene proposto con un interrogativo, ma in realtà esso si riferisce ad una prassi acquisita sul piano educativo. Ed allora si vuole qui indagare sull’iter da fare per accompagnare i giovani al sacerdozio durante la loro formazione, e ci si propone di precisare i criteri da seguire nella scelta dei responsabili della formazione, interrogando l’esperienza del passato ma con lo sguardo rivolto al futuro. E penso che il prossimo Sinodo debba essere il luogo in cui operare un vero discernimento (questo spetta ai vescovi nella Chiesa) di quanto si è compiuto e sperimentato dopo il Concilio per riguardo alla formazione dei presbiteri.

Ritengo perciò di articolare questa riflessione, la quale non vuole essere esaustiva sul nostro tema ma solo indicativa e provocatoria di discussione, in tre parti: la prima, come una premessa teologica, ci richiama che la vocazione è un “evento” dello Spirito nella Chiesa, accade cioè nella Chiesa e si compie attraverso la Chiesa, sia nella sua genesi che nel suo sviluppo; la seconda parte, conseguentemente, ci porta a considerare le varie componenti o soggetti ecclesiali, che a gradi diversi di responsabilità, sono impegnati nell’opera vocazionale della comunità cristiana e nel compito educativo di formazione; infine, la terza parte c’interroga sulle qualità richieste nei responsabili della formazione, ossia gli educatori del Seminario.

In realtà il nostro tema ci obbliga a rivolgere il nostro sguardo alla geografia ecclesiale per riconoscere in essa le istituzioni e le persone responsabili della formazione dei futuri presbiteri.

In ultimo, desidero ricordare i testi del Magistero cui faremo riferimento e che trattano del nostro argomento:

1) Concilio Vaticano II: OT (in directo); CD, PO, AA, AG (in obliquo).

2) Congregazione per l’Educazione Cattolica: Ratio Fundamentalis institutionis sacerdotalis (1970).

3) Documento conclusivo del II Convegno Internazionale delle vocazioni ecclesiastiche a cura delle Congregazioni: per le Chiese Orientali, per i Religiosi e gli Istituti secolari, per l’Evangelizzazione dei popoli, per l’Educazione Cattolica (1981).

4) Le Ratio institutionis dei vescovi nelle nazioni. 

5) Lineamenta del prossimo Sinodo (Terza parte).

 

I. – La vocazione è “evento” dello Spirito nella Chiesa

Intendiamo subito affermare che la vocazione al presbiterato (ma più ampiamente di speciale consacrazione) costituisce un fatto, un avvenimento che interessa inseparabilmente la pneumatologia e l’ecclesiologia. Essa è sempre un evento pneumatico (carisma) ed ecclesiale (istituzione).

 

I. 1. – La vocazione è “dono” dello Spirito alla Chiesa

Noi sappiamo che lo Spirito Santo unifica la Chiesa nella comunione e nel ministero, la edifica e la dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, l’abbellisce dei suoi frutti, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con suo Sposo (Cfr. L.G., 4).

Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni del 1980, afferma: “come era avvenuto agli inizi, così è avvenuto sempre. Così avverrà ancora nei tempi futuri. Accanto ai vescovi e ai sacerdoti, vi furono, vi sono e vi saranno altre persone chiamate dal Signore ad una vita di speciale consacrazione, tutti questi uomini e donne continuano a trovare la sorgente pura della loro vocazione nella fede del Risorto e nei doni inesauribili dello Spirito”.

Ogni vocazione dunque è dono dello Spirito; soltanto nello Spirito si percepisce la vocazione ed è possibile rispondere; ancora nello Spirito è riposta la fecondità vocazionale della Chiesa. Ce lo ricorda la Cristifideles laici: “l’intera comunità ecclesiale, nei suoi diversi membri, riceve la fecondità dello Spirito e ad essa coopera attivamente” (n. 61).

È nello Spirito che Dio si fa a noi vicino e Gesù, a noi contemporaneo, continua ad operare il meraviglioso ministero della chiamata. Sicché possiamo ben ritenere che in ogni vocazione si nasconde un vero dinamismo trinitario: il Padre chiama per mezzo del Figlio nello Spirito.

Paolo VI giustamente diceva che “il dono della vocazione è segreto di Dio” un segreto che si esprime attraverso “una voce con un accento singolarissimo, misterioso ma inconfondibile, grave e soave, mite e potente, che è insieme invito e comando, e dice: vieni e seguimi” (Omelia, 4.11.1963).

La Chiesa stessa poi in quanto “ekklesia” (assemblea dei chiamati) è vocazione e porta nel suo corpo, che è “Corpus Trinitatis” (Tertulliano), il dinamismo vocazionale, la ragion d’essere d’ogni vocazione.

 

I. 2 – La mediazione vocazionale della Chiesa

La Chiesa non è soltanto il luogo delle vocazioni e di ogni vocazione, ma essa esercita una reale mediazione (causa strumentale) sul piano vocazionale dei suoi membri.

Innanzitutto vorrei annotare la novità del rapporto che intercorre tra Chiesa e vocazioni secondo l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Se prima del Concilio si pensava ad un rapporto che vedeva quasi in successione teologica “Dio – vocazione – Chiesa”, per cui la vocazione appariva piuttosto collocata in una sfera di grazia “privata e personale” e solo successivamente destinata alla Chiesa; con l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II il rapporto di successione stabilisce un ordine diverso e colloca la Chiesa in uno stato di mediazione tra Dio e il chiamato: “Dio – Chiesa – vocazione” quindi sta a significare che ogni vocazione non accade a fianco alla Chiesa o indipendentemente dalla Chiesa ma nella Chiesa e mediante la Chiesa.

Questo cambiamento di rapporto, che rivela la funzione mediatrice della Chiesa in ordine alle vocazioni, ci suggerisce immediatamente di non considerare la pastorale per le vocazioni come una strategia operativa della comunità cristiana distaccata dal suo essere, bensì come la rivelazione nell’agire dell’essere profondo della Chiesa. La Chiesa, che è “vocazione” per nativa costituzione, è anche generatrice di vocazioni.

La Chiesa esercita quindi la funzione mediatrice di vocazioni grazie alla sua sacramentalità, comunionalità, missionarietà. Cioè, essa, per la sua natura sacramentale, si propone all’uomo come vero “segno” e “luogo” in cui si afferma il primato del Padre che chiama mediante Cristo nello Spirito; come mistero di comunione perché, come dice Giovanni Paolo II, “servire la comunione nella Chiesa significa curare le diverse vocazioni ed i carismi nella loro specificità ed operare affinché si completino reciprocamente, così come le singole membra nell’organismo” (Omelia per la Giornata mondiale delle vocazioni, 10 maggio 1981); infine per la sua missionarietà perché le vocazioni sono per la missione, e questa esige vocazioni affinché la Chiesa sia nel mondo “sacramento universale della salvezza”.

 

II. – I soggetti ecclesiali dell’accompagnamento vocazionale nel corso della formazione presbiterale

Dalla premessa ecclesiologica, appena proposta, risulta chiaramente che il problema delle vocazioni interessa tutta la Chiesa nella sua globalità, nelle sue diverse articolazioni e a tutti i suoi membri, nessuno escluso.

Il servizio dunque alle vocazioni è certamente impegno di tutta la Chiesa; in particolare poi il processo di nascita e di sviluppo d’ogni vocazione ha le sue radici dentro una comunità concreta come la famiglia, la parrocchia, questa o quella associazione o movimento ecclesiale. Questo fatto responsabilizza in modo diretto le comunità cristiane, le quali costituiscono i luoghi autentici di un convergente impegno verso tutte le vocazioni, e in modo speciale verso i futuri presbiteri, mediante un’attenta opera di accoglienza e di accompagnamento.

Al fine di considerare opportunamente i diversi soggetti ecclesiali impegnati nel condurre a maturazione le vocazioni presbiterali noi seguiremo in una lettura confrontata (sinottica) la OT e la RF (specialmente: OT nn. 2-3 del cap. II; RF cc. II e III), ma tenendo presente anche la parte terza dei Lineamenta sinodali.

Non mi attardo qui a segnalare una teologia della vocazione piuttosto mancante nel OT (dove al n. 2 si afferma solo: “in dies altior christifidelium institutio, sive praedicatione et catechesi sive etiam variis communicationis socialis instrumentis impertienda”) ma che la RF ha cercato di proporre (al n. 5 si legge: “vocatio ad sacerdotium in ampliorem inseritur ambitum vocationis christianae, in sacramento baptismi radicatae”).

Comunque è certo che nei testi conciliari la vocazione viene considerata sempre come un fatto spirituale dinamico e non statico, come lo dimostrano i verbi usati: excitanda, percipienda, fovenda, provehenda, invenienda, curanda, promovehenda, excolenda, formanda.

Ma veniamo ai soggetti ecclesiali impegnati nella formazione dei chiamati al presbiterato e alle varie forme di accompagnamento.

 

II. 1. – I soggetti ecclesiali

La soggettività ecclesiale nel nostro caso riguarda sia le comunità che le singole persone.

 

II. 1.1. – La comunità cristiana

La formazione del presbitero esige la realizzazione d’un preciso progetto di vita che è totalmente per la Chiesa, essendo il presbitero “servus Ecclesiae” (S. Agostino), e non può compiersi tale progetto se non nella Chiesa; per questo è un progetto ecclesiale e alla sua realizzazione deve concorrere tutt’intera la Chiesa.

Spesso, purtroppo, nella comunità ecclesiale viene a mancare questa sensibilità vocazionale verso i presbiteri (che chiamerei anche “coscienza presbiterale” della comunità) per cui, come il presbitero si sente quasi estraneo, non accolto dentro la comunità, o perfino sovrapposto ad essa, a fianco ad essa e riconosciuto soltanto per l’adempimento d’una funzione, così chi è chiamato al presbiterato non trova accoglienza nella comunità perché questa al più delega ad alcune persone, talvolta al solo presbitero, il compito di pensare alle vocazioni sacerdotali.

Al contrario, il decreto OT (n. 2) afferma: “Il dovere (officium) di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana (ad totam christianam communitatem pertinet), la quale è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana” (vita plene christiana id provehere debet). E più avanti, dopo d’aver fatto menzione di istituzioni e persone, lo stesso decreto aggiunge: “Haec actuosa ad vocationes fovendas universi populi Dei conspiratio Divinae Providentiae actioni respondet”. Si tratta, cioè, d’una fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio all’opera delle vocazioni al sacerdozio: una partecipazione doverosa (officium) che va oltre l’impegno della preghiera e dell’offerta per il Seminario ma che investe la vita stessa della comunità; insomma una cooperazione che prima di esprimersi in gesti si manifesta nella testimonianza d’una vita cristiana autentica. Direi che la comunità ecclesiale favorisce la nascita delle vocazioni sacerdotali e concorre alla formazione dei chiamati per ciò che essa è piuttosto che per quello che fa.

A questa condizione la comunità cristiana diviene responsabile della percezione, chiarificazione e maturazione della misteriosa chiamata del Signore, divenendo luogo importante di formazione per il clima di fede che in essa si respira, per la mentalità sensibile al sacerdozio ministeriale, ed ancora per le attese e le speranze che essa coltiva nei riguardi del presbitero.

Quando perciò si parla di pastorale delle vocazioni, bisogna fare attenzione a non considerarla a sé stante, ma di inserirla nella pastorale d’insieme che tende a promuovere un più alto livello di fede e di vita cristiana in tutta la comunità.

Questa allora diventa di fatto formatrice dei futuri pastori; poiché è proprio vero che “ex bonis ovibus, fiunt bonis pastores” come diceva Sant’Agostino (Disc. 46,30).

Comunque, un dato risulta certo, cioè la formazione del presbitero si presenta come un fatto ecclesiale complessivo che lo accompagna nelle varie esperienze di vita cristiana, sia nel tempo del Seminario sia dopo. Sarà molto difficile sottrarre l’aspirante presbitero, e poi lo stesso presbitero, dall’influenza formativa della comunità cristiana.

 

II. 1.2. – La famiglia, chiesa domestica

La famiglia, prima comunità educatrice, è la culla delle vocazioni sacerdotali e come “Chiesa domestica” ne costituisce il “primo seminario” (OT, 2).

Eppure la famiglia è in crisi. Una cultura disgregante la investe e, soprattutto in Occidente, sulla famiglia si abbattono i venti devastanti della prassi materialistica, del primato del piacere, del rifiuto della vita, della dissociazione della coppia parentale, della mancanza dell’autorità, del libertarismo. Ne risulta così un contesto familiare impossibile al sorgere delle vocazioni sacerdotali e contrassegnate – come annotano i Lineamenta (n. 16) – da “fragilità affettive, cancellazione dei capisaldi morali e una troppo frequente confusione dei valori”.

D’altra parte, autentiche vocazioni possono sorgere anche da famiglie non propriamente cristiane, poiché la genesi d’ogni vocazione sacerdotale è da attribuirsi esclusivamente all’iniziativa dell’amore incondizionato di Dio. Ma ci domandiamo: che cosa si chiede alla famiglia per essere “veluti primum seminarium” di vocazioni sacerdotali?

Non si chiede alla famiglia di dare la vocazione, perché essa è dono dello Spirito; nè si chiede alla famiglia di condizionare la scelta vocazionale, perché questa deve essere compiuta liberamente dai figli al momento della maturità. Alla famiglia si chiede di svolgere fedelmente il suo compito educativo che deve orientare i figli verso una scelta vocazionale nella vita. La Gaudium et spes dice: “Familia schola quedam uberioris humanitatis est… Liberi ita educatione instruantur ad aetatem adultam provecti pleno responsabilitatis sensu vocationem etiam sacram sequi ac vitae statum eligere queant” (n. 52). Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, recentemente ha detto: “Le famiglie si porranno a servizio della vita non soltanto con la sua accoglienza e con continua azione educativa, ma anche col doveroso impegno di aiutare, soprattutto gli adolescenti e i giovani, a cogliere la dimensione vocazionale di ogni esistenza, all’interno del piano di Dio” (29.4.1990). In particolare poi in ordine alle vocazioni sacerdotali il massimo contributo viene offerto dalle famiglie che sono animate da spirito di fede, di carità e di pietà, e per questo “veluti primum seminarium fiunt” (OT, 2).

Così la RF raccomanda di non interrompere i rapporti tra il Seminario e le famiglie degli alunni, perché tali rapporti sono necessari per un sano sviluppo psicologico, specialmente affettivo. Pertanto: “Opportuno spirituali auxilio familiis praestito provideatur ut eaedem ad ecclesiasticarum vocationum curam efficacius in dies una cum Seminario adlaborare valeant” (n. 12).

Dunque, anche nella fase seminaristica della formazione, la famiglia deve intervenire opportunamente, per un suo naturale diritto, a formare il futuro presbitero. In questa prospettiva di collaborazione educativa della famiglia col Seminario, è importante che siano instaurati rapporti permanenti di dialogo per una proficua cooperazione, così da evitare che ritornando in famiglia il seminarista perda ciò che ha conseguito in Seminario. Da parte sua il Seminario non potrà prescindere dal rispettivo quadro familiare nell’accompagnare il seminarista nel cammino della formazione.

 

II. 1.3 – La parrocchia

È vero che abbiamo già parlato della comunità cristiana in generale, ma ritengo sia opportuno dire qualcosa in particolare circa il ruolo della comunità parrocchiale nell’accompagnamento vocazionale dei chiamati al sacerdozio ministeriale. Infatti, il decreto OT parla non solo del contributo che le famiglie possono dare all’incremento delle vocazioni sacerdotali, ma ancora di quello delle parrocchie: “tum familiae… tum paroeciae quatenus uberem vitam ipsi adolescentes participant” (n. 2).

E ciò non solo perché famiglia e parrocchia sono complementari e si integrano sul piano dell’educazione alla fede; ma anche perché spesso la parrocchia, con una specifica pastorale giovanile e vocazionale, esercita un vero ruolo di supplenza per riguardo alla famiglia. Assai di frequente una famiglia divisa o fragile come comunità d’amore genera fragilità nei figli i quali provano difficoltà se sono posti di fronte ad una decisione vocazionale.

Non c’è dubbio che la parrocchia rappresenta la realizzazione locale e più immediata del mistero della Chiesa, sia universale sia particolare, e di fatto la ricerca vocazionale si svolge specialmente nella comunità parrocchiale, di cui i giovani sono partecipi; e se tale ricerca avviene talvolta in altre comunità o gruppi ecclesiali, questi sono sempre da considerarsi collegati in qualche modo con la comunità parrocchiale. La parrocchia rimane sul territorio il crocevia e il punto di riferimento obbligato per ogni espressione di vita ecclesiale, e quindi anche dell’accompagnamento vocazionale dei giovani. La comunità parrocchiale deve continuare a sentire come parte di sé il giovane in cammino seminaristico verso il sacerdozio; l’accompagna con la preghiera e l’attesa di accoglierlo per le esperienze pastorali offrendogli pure occasioni opportune per provare la sua vocazione alla missione.

 

II. 1.4 – Associazioni, gruppi, movimenti

L’OT e la RF prevedono nelle comunità cristiane l’esistenza di associazioni, gruppi e movimenti ecclesiali. Questi costituiscono un vero dono dello Spirito a servizio dei giovani e propongono veri itinerari di fede e di spiritualità, favorendo anche una precisa proposta vocazionale di speciale consacrazione. In verità bisogna distinguere i gruppi di spiritualità e di apostolato dai gruppi più specificamente vocazionali. Sono tutti utili, certo, se rientrano in un’organica pastorale giovanile e concorrono a fare nella parrocchia la “comunione di comunità” senza generare steccati o concorrenze; ma nella consapevolezza del proprio ruolo subalterno di mediazione ecclesiale i gruppi devono sostenere i loro membri nella scelta vocazionale fino a consegnarli al Seminario (come i discepoli del Battista a Gesù) per uno specifico cammino formativo, evitando ogni interferenza.

Molte vocazioni oggi, grazie a Dio, provengono da associazioni, gruppi e movimenti, ma spesso i giovani non sono educati a “sentire cum Ecclesia” e rimangono quasi catturati dal proprio gruppo.

Bisogna adoperarsi affinché il futuro presbitero non sia formato secondo questa o quella spiritualità, ma secondo la propria spiritualità di sacerdote diocesano nell’esperienza del presbiterio col vescovo. Solo così le diverse provenienze e i vari itinerari spirituali, attraverso i quali i giovani giungono al presbiterato portando con sé un ricco patrimonio di esperienze e storie personali significative, costituiranno una ricchezza preziosa non solo per il presbitero diocesano ma anche per la stessa Chiesa particolare.

 

II. 1.5 – Il vescovo

Nessuno dubita che il vescovo nella Chiesa è il primo responsabile di tutte le vocazioni e in particolare di quelle sacerdotali. Ne parlano i testi: OT (2), CD (15), AG (38), RF (8), ecc.

Ma lo testimonia anche la storia. Si pensi ad Agostino che ad Ippona si forma i suoi sacerdoti. Il Rosmini a proposito così scrive: “Nei primi secoli la casa del vescovo era il seminario dei preti e dei diaconi… tale era la maniera di educazione, efficace e sapiente, per la quale i grandi vescovi s’allevavano da se stessi il proprio clero”. Ed oggi chi dovrà provvedere a tale formazione? “Non altri che l’episcopato, unito insieme, congiunto in un solo volere, con una sola operazione” (Delle cinque piaghe della Chiesa, nn. 27,46).

Sono frequenti forse i casi di giovani i quali per la diversa provenienza hanno fatto un’esperienza parziale della Chiesa, e quindi una formazione frazionata non favorisce in essi il ministero dell’unità. Compete allora al vescovo con l’ascolto frequente dei seminaristi, conferire il senso della comunione e dell’unità alla formazione; lui deve essere il garante e il testimone dell’unità, perché lui è il centro del presbiterio ed anche il ponte di collegamento tra la Chiesa particolare e la Chiesa universale.

È bene pure ricordare che la vocazione al sacerdozio, coltivata nel tempo del seminario, trova nella chiamata del vescovo l’evento che pone il sigillo di autenticità, perché a lui spetta “il dovere di pronunziare il giudizio definitivo sui segni della vocazione divina nell’ordinando. A lui è riservato il diritto di chiamarlo al sacerdozio, rendendo così autentica e operante davanti alla Chiesa una chiamata divina che è andata lentamente maturando” (Paolo VI, Summi Dei Verbum, 4.XI.1963).

Ciò esige allora che il vescovo conosca singolarmente coloro ai quali impone le mani nell’ordinazione sacerdotale, una conoscenza personale di accompagnamento che conferisce significato reale alla celebrazione liturgica.

In ogni caso va sottolineato che il vescovo rappresenta nel suo presbiterio e nella Chiesa particolare colui che conduce alla perfezione tutti, egli è quindi il principio animatore della formazione sacerdotale, tanto che Giovanni Paolo II, ad un gruppo di vescovi in visita ad limina, disse: “la qualità d’una diocesi dipende dalla qualità del suo clero, ma nella qualità del clero si rispecchia la ricchezza spirituale del suo vescovo” (L’OR del 19.XII.1986).

 

II. 1.6 – I presbiteri

Per i presbiteri, afferma il Vaticano II, la cura delle vocazioni sacerdotali “è una funzione che fa parte della loro stessa missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine per la Chiesa intera, affinché nel Popolo di Dio qui sulla terra non manchino mai gli operai” (PO, 11).

Ma questa responsabilità del presbitero verso i futuri presbiteri scaturente dalla stessa missione sacerdotale deve esprimersi e concretarsi non solo a livello individuale ma anche collettivo.

Ritengo infatti che sia importante, certamente, che ogni singolo presbitero rivolga la sua attenzione al Seminario (omnes sacerdotes cor dioecesis seminarium considerunt OT, 5) e le sue premure per la funzione di questo o quel candidato al sacerdozio; ma più importanza, pare a me, si deve attribuire al Presbitero diocesano perché nella sua collegialità si prenda responsabilmente cura della formazione dei futuri presbiteri, acquisti una mentalità di cooperazione formativa, si comporti con atteggiamenti di testimonianza in armonia con il progetto educativo del Seminario.

Non è possibile immaginare in una Chiesa particolare il Seminario e il Presbiterio come due realtà parallele e separate fra di loro fino ad ignorarsi reciprocamente. Il Seminario è per il Presbiterio e gli alunni del Seminario – afferma il CDC (can. 245, par. 2) – “si dispongano alla fraterna comunione col Presbiterio diocesano di cui faranno parte al servizio della Chiesa”. Di conseguenza, il Seminario appare come la prima tappa di una vita in Presbiterio, una tappa propedeutica che non può essere ignorata dal Presbiterio, mentre l’aspirante presbitero, in Seminario si può dire “presbitero” che si fa giorno dopo giorno, un presbitero in divenire, incominciato, che attende il sigillo sacramentale per essere pienamente presbitero.

Urge allora instaurare relazioni permanenti tra il Seminario e il Presbiterio. Anche perché il Vescovo e il Presbiterio sono inseparabili. Un dialogo fecondo e responsabile tra il Seminario e i presbiteri aiuterà tutti a meglio servire la Chiesa diocesana. Così, mentre il Presbiterio può sensibilizzare il Seminario sul progetto missionario della Chiesa in cui è impegnato coinvolgendo il Seminario nelle prospettive pastorali della vita diocesana; dall’altra parte, il Seminario può interessare il Presbiterio al progetto formativo dei seminaristi coinvolgendolo in modo concreto da superare nocive discontinuità, se non contrapposizioni, tra il discorso educativo del Seminario e quello che i presbiteri potranno fare ai seminaristi nelle varie circostanze, compresa quella dell’esperienza pastorale.

Da questo collegamento diretto e continuo tra il Seminario e il Presbiterio scaturiscono benefici effetti per entrambi. Il Presbiterio può offrire al Seminario qualche personalità sacerdotale matura per il servizio della direzione spirituale, l’esempio di familiarità e di comunione nella collaborazione col Vescovo, il discernimento di ciò che conta nel ministero pastorale, la contentezza della vita presbiterale (gaudium paschale, RF), l’occasione di familiarizzare con un presbitero concreto e non ideale, ecc. Ma i presbiteri, accostandosi al Seminario, acquisteranno pure una particolare sensibilità alla formazione permanente, conosceranno i problemi educativi dei giovani oggi, saranno stimolati alla testimonianza sacerdotale, si prepareranno ad accogliere i futuri presbiteri nello spirito di fraternità sacerdotale e nella collaborazione pastorale, ecc.

 

II. 1.7 – Religiosi e religiose

Non è certamente ininfluente la componente ecclesiale dei religiosi e delle religiose nell’opera delle vocazioni e, in particolare, nel cammino di formazione dei futuri sacerdoti. La vita religiosa infatti è “consacrata al bene di tutta la Chiesa” (L.G., 44) e concorre senza dubbio alla sua crescita nella santità.

Vorrei qui solo annotare quale benefico influsso i religiosi e le religiose esercitano sulla formazione delle vocazioni sacerdotali, non tanto per quello che fanno quanto per quello che sono nella Chiesa. La loro semplice presenza è segno di una “chiamata – risposta” con una esistenza radicalmente evangelica. L’impegno di testimonianza coerente, come fedeltà gioiosa alla vocazione, rappresenta per i candidati al sacerdozio un valore fondamentale da apprendere e incarnare ogni giorno nella vita sacerdotale. Anche il presbitero è chiamato e consacrato per la sequela di Cristo Pastore nel servizio totale del Vangelo e per l’edificazione della Chiesa. La definitività poi della sua consacrazione “serve ad esprimere il fatto che Cristo si è associato irrevocabilmente la Chiesa per la salvezza del mondo, e che la Chiesa stessa è consacrata a Cristo in modo definitivo, affinché la sua opera abbia compimento” (Sinodo 1971, Il sacerdozio ministeriale, I, 5).

Infine, i religiosi e le religiose con le loro istituzioni e case di preghiera possono offrire un valido aiuto per una proposta vocazionale e accogliere quelle persone che hanno bisogno d’un primo accompagnamento.

 

II. 1.8 – I laici

Anche i laici sono responsabili e partecipi della formazione dei presbiteri nella Chiesa. Non solo per quella globalità ecclesiale di cui ho parlato innanzi, ma per una specifica e diretta competenza.

Essi rappresentano certo la maggioranza nella Chiesa e sappiamo pure che il Sinodo del 1987 sulla vocazione e missione dei laici ha chiesto che i sacerdoti abbiano una formazione spirituale solida e siano preparati alla cooperazione con i laici nella pastorale e nella missione (Christifideles laici, 61).

I laici chiedono che i presbiteri siano guide spirituali sicure. J. Guitton chiedeva non solo preti che parlino di Dio ma che conducano a Dio. Poiché i presbiteri sono invitati a servire i laici e a collaborare con essi (si pensi all’interno n. 9 di PO riguardante i rapporti dei presbiteri con i laici), non può mancare nella formazione sacerdotale la presenza laicale. È una presenza ecclesiale notevole che il futuro presbitero deve conoscere e con la quale deve convivere e collaborare. Si impone perciò, analogamente a quanto detto per il Presbiterio, che il Seminario instauri sul piano educativo un dialogo con i laici, uomini e donne, e si avvalga della loro esperienza e competenza.

Nel seminario minore, ma anche in quello teologico, è bene che ci siano laici impegnati nella formazione dei futuri sacerdoti o sul piano dell’insegnamento o anche con interventi educativi diversi. Questa cooperazione educativa non solo risulterà più qualificata per le specifiche competenze, ma sul piano psicologico preparerà meglio quella pastorale, sia in fase di sperimentazione sia nella fase definitiva del ministero.

 

III. – Forme di accompagnamento vocazionale e i responsabili della formazione

Oggi si impone ai pastori di comprendere e valutare tutte le forme di accompagnamento vocazionale che sorgono nelle loro Chiese particolari col compito di seguire per tutto il tempo necessario la ricerca e l’orientamento, per favorire il passaggio al Seminario Minore o la scelta conclusiva con il passaggio al Seminario Maggiore.

In verità, le diverse forme di accompagnamento individuale e di gruppo non sono alternative tra di loro, ma esigono d’essere integrate da una complessiva e organica pedagogia vocazionale in ordine ai tempi di decisione.

Ora i vescovi, senza rinunciare all’apporto utile dei gruppi vocazionali che possono considerarsi di avvio, riconfermano il Seminario Minore quale via preferenziale di discernimento vocazionale e di iniziale itinerario di formazione al presbiterato, e ancor più essi ritengono il Seminario Maggiore asse portante e luogo privilegiato della formazione sacerdotale.

Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato, espresse questa convinzione: “Bisogna oggi di nuovo fare ogni possibile sforzo per formare nuove generazioni di candidati al sacerdozio, di futuri sacerdoti. Bisogna farlo con autentico spirito evangelico e, nello stesso tempo, leggendo nel modo giusto i segni dei tempi, ai quali il Concilio Vaticano Il ha prestato una così acuta attenzione. La piena ricostituzione della vita dei seminari in tutta la Chiesa sarà la miglior verifica della realizzazione del rinnovamento, verso il quale il Concilio ha orientato la Chiesa” (Lettera ai sacerdoti, giovedì santo 1979). 

Certo la figura del responsabile o guida dell’accompagnamento è fondamentale nell’itinerario vocazionale (e non possiamo qui attardarci a descrivere l’identità); ma molto più importante e carica di responsabilità è la figura degli educatori o formatore nei seminari. Questi svolgono un ruolo decisivo nella formazione dei futuri sacerdoti. Il decreto OT afferma che “la formazione dei seminaristi dipende da saggi regolamenti, ma più ancora dal valore degli educatori” (n. 5).

Il testo parla di “sapientibus legibus” e di “idoneis educatoribus”. Fare delle buone leggi non è difficile; trovare degli idonei educatori è più difficile. E vorrei aggiungere: i seminari hanno bisogno di idonei educatori, ma in seminario occorre soprattutto una buona “comunità educatrice” formata dagli stessi educatori presbiteri (veluti parvum praesbiterium). Gli educatori infatti, siano essi superiori (rettore, direttore spirituale) siano essi professori formano al sacerdozio non solo adempiendo fedelmente la funzione propria, ma ancora con la testimonianza di vita sacerdotale e d’unità che essi danno ai seminaristi.

 

III. 1 – Identità degli educatori

Se il Concilio Vaticano II (OT, 5) richiede che gli educatori del seminario siano “scelti fra gli uomini migliori” e che siano “diligentemente preparati con un corredo di sana dottrina, di conveniente esperienza pastorale e di una speciale formazione spirituale e pedagogica”, a me sembra che gli educatori debbano essere innanzi tutto personalità forti e mature, capaci di dialogo e di relazionalità e di comunione, poiché è fondamentale per il futuro presbitero essere una personalità matura e relazionale, ossia aperta alla comunione e disponibile alla collaborazione.

Una personalità chiusa o introversa crea problemi, anche se si considera che il sacerdozio ministeriale è un sacerdozio comunitario (praesbyterium).

Siano pertanto gli educatori uomini maturi e concreti, capaci di comprendere e di discernere i soggetti loro affidati. Essi devono offrire un rapporto educativo estremamente personalizzato e non anonimo, perché ad essi oggi i giovani si presentano nelle condizioni più diverse, sia sul piano della preparazione culturale e intellettuale, sia sul piano della fede e della spiritualità. Non di rado essi presentano lacune culturali da colmare (conoscenza delle lingue, della filosofia, ecc.) o anche vuoti di conoscenza della fede o presentano una fede poco matura.

In particolare, i professori devono preoccuparsi d’integrare, nel loro rapporto educativo, lo studio con la spiritualità e l’esperienza pastorale, al fine di favorire un’armonica sintesi nella vita dei futuri presbiteri. Sarà perciò bene che i professori non siano soltanto docenti, ma assumano nella comunità del seminario anche qualche compito spirituale o di guide pastorali.

In sintesi, gli educatori siano uomini propositivi di umanità matura, di santità sacerdotale vissuta, di dialogo e di comunione, di capacità oblativa senza condizioni, col cuore colmo di carità pastorale. E tutto compiuto con serenità e nella gioia. A tempo pieno e non a “par-time”, affinché il seminarista comprenda che la sua formazione rappresenta nella vita della Chiesa una cosa assai importante, valida per sé piena di senso.

 

III. 2 – Criteri per la scelta dei responsabili della formazione presbiterale

La scelta degli educatori del seminario è certamente la cosa più importante che condiziona tutto il processo formativo dei futuri sacerdoti; essa rappresenta spesso per i vescovi una vera “crux”, un tormento dell’anima, specialmente quando le possibilità di scelta sono scarse.

Suggerire una criteriologia di scelta può essere abbastanza facile, tenendo presente quanto suggeriscono l’OT e la RF, ed anche quando è stato già accennato. Tuttavia potremmo enunciare alcuni criteri che sono da ritenersi prioritari e irrinunciabili.

 

III. 2.1 – Il criterio fondamentale, come viene enunciato dagli stessi Lineamenta (n. 19,b), deve richiedere inseparabilmente negli educatori spirituali del seminario: la competenza nel campo affidato, la fedeltà integra alla Chiesa, la testimonianza d’una vita sacerdotale esemplare. È importante che l’educatore abbia un rapporto di perfetta comunione col vescovo. Ciò si richiede in modo speciale per il rettore.

 

III. 2.2 – L’educatore deve possedere una personalità in cui si ritrovano bene armonizzate spiritualità (fede) e maturità umana (storia). Ogni divisione o schizofrenia in un educatore psicopatico si riflette terribilmente nel rapporto educativo e le conseguenze negative possono essere assai gravi.

 

III. 2.3 – La personalità dell’educatore non deve essere polarizzante e di parte bensì unificante nella comunione. Un educatore che catturasse per sé o anche per certi suoi ideali, gli educandi disperderebbe l’azione educativa che deve sempre mirare a far crescere nella libertà e nella comunione la persona in ordine alla meta da raggiungere. Nel nostro caso: essere presbitero della Chiesa.

 

III. 2.4 – L’educatore deve essere perciò sempre attento alla singola persona sebbene nel contesto della comunità per sostenerla nel suo itinerario di sviluppo. Per questo occorre che il processo educativo sia molto personalizzato e si compia in un clima di reciproca fiducia. Si richiede allora nell’educatore una reale capacità di comprensione delle problematiche del mondo giovanile; deve possedere la lealtà nel suo comportamento, perché ad essa i giovani tengono molto, ed ancora il discernimento degli spiriti affinché i giovani aspiranti possano sentirsi compresi dall’educatore per procedere con sicurezza nel cammino della formazione.

 

III. 2.5 – Non può mancare inoltre all’educatore la capacità di dialogo leale e aperto con gli educandi, senza peraltro nascondere ad essi problemi ed eventuali conflitti. I giovani l’apprezzeranno e sono costretti a confrontarsi con la realtà delle cose, senza evasione di sorta.

 

III. 2.6 – Infine, facendo parte l’educatore di una comunità educante, egli deve sempre considerarsi parte di essa, non agire in maniera inconsulta, come per estro personale, ma nella mutua e fraterna collaborazione con gli altri educatori affinché siano rispettati gli indirizzi comuni dell’unico progetto educativo. Dovrà allora essere assicurata l’ispirazione essenziale e unitaria della formazione sacerdotale evitando la frammentazione e ogni genere di particolarismo.

 

Conclusione

Sono queste solo alcune riflessioni e provocazioni d’analisi del nostro tema. Se ne potrebbero aggiungere molte altre per un approfondimento più puntuale e pluralista. Ma queste verranno con il contributo della discussione.