Le esperienze di etica presentate ai giovani d’oggi
E’ praticamente impossibile tracciare una mappa dei messaggi morali che vengono rivolti al giovane d’oggi dall’ambiente culturale in cui vive[1]. Nella sua frammentazione, questa mappa rifletterebbe il pluralismo radicale della nostra società sui valori e le norme morali, sui modelli ideali di umanità e sugli “oggetti di devozione”.
Il relativismo morale
Ma la loro stessa contraddittoria diversità, la loro concorrenziale, ma in fondo pacifica e tollerante compresenza sullo stesso mercato culturale, contiene in sé un metamessaggio estremamente negativo: quello del relativismo e dello scetticismo morale: ogni gerarchia di valori, ogni ideale di vita, ogni codice di norme vale quanto qualsiasi altro; sceglierne uno o nessuno è in fondo la stessa cosa: essi non recano su di sé nessun marchio di garanzia, che ne assicuri la validità assoluta o la preferibilità a fronte di qualsiasi altro.
Il fatto poi che questi messaggi non arrivino al giovane bene etichettati, formulati in termini concettualmente chiari, portando ragioni e facendo appello alla ragione, ma siano invece confezionati e camuffati in mille contenitori diversi, affidati alla “persuasione occulta” dei mezzi di comunicazione sociale, trasmette un altro metamessaggio: le scelte riguardanti i valori e le convinzioni morali sono cieche e immotivate: bene e male non sono cose su cui si possa argomentare, di cui si possa sensatamente dire se siano veri o falsi (non – cognitivismo etico). Sono al più qualcosa la cui validità “si sente” (emotivismo) o magari qualcosa che vige perché l’ambiente lo impone o la persona lo sceglie (decisionismo).
La morale convenzionale
Naturalmente ci sono anche valori e norme a proposito di cui la società esige da tutti un certo consenso, come condizione di appartenenza e come tessera d’ingresso a ruoli socialmente riconosciuti. Ma l’ambito di questo minimo comune denominatore morale, così come le motivazioni che lo sostengono, sono esclusivamente convenzionali.
Una simile morale nasce là dove vi sono pretese e interessi concorrenti. La potenziale “guerra di tutti contro tutti” si compone allora in una fragile tregua: le condizioni di questa specie di “patto sociale” costituiscono l’unica morale vincolante per tutti, l’unica capace di godere del consenso di tutti (convenzionalismo etico).
Si tratta naturalmente di una morale ispirata all’egoismo razionale dell’homo œconomicus, che accetta di porre limiti alle sue pretese, solo in cambio di una maggiore sicurezza e convenienza personale. Ma al di fuori di questa linea minimale di consenso (Mindestkonsens), la stessa etica sociale convenzionale si sfrangia in una miriade di etiche particolari, dove l’egoismo non conosce altre forme di solidarietà che non siano di gruppo, e di gruppo sempre più ristretto: così si è passati dall’etica della solidarietà di classe all’etica del ricatto corporativo; dall’etica della protesta e del sabotaggio sociale degli emarginati, all’etica del successo, tipica degli yuppie.
Messaggi positivi
Naturalmente non mancano messaggi meno negativi e riduttivi. Intanto c’è la famiglia: il giovane ne è sempre più precocemente indipendente, ma continua a ricevere l’impronta di una certa morale familistica, che privilegia la spontaneità degli affetti e le solidarietà di breve raggio, legate alla parentela, una qualche etica del lavoro, visto soprattutto come forma di sollecitudine e di servizio verso i familiari.
Quanto agli aspetti più positivi della cultura morale dominante, si possono ricordare alcuni valori morali relativamente nuovi, che hanno un’indubbia presa sui giovani: si tratta in particolare della solidarietà verso l’emarginazione e della responsabilità verso l’ambiente.
Ma le modalità con cui vengono trasmessi questi valori finiscono per favorire ulteriori forme di deresponsabilizzazione: gli emarginati e i poveri non sono tanto persone che il giovane incontra sulla sua strada, accanto all’uscio di casa, quanto delle figure impalpabili e lontane che egli conosce soltanto attraverso i “media”.
Le responsabilità della loro emarginazione sono sempre di qualcun’altro; il giovane ha già compiuto tutto il suo dovere quando ha puntato il dito accusatore e ha invocato interventi dall’alto. Lo stesso vale per le responsabilità ecologiche: la gente della strada si mette la coscienza in pace, indignandosi e votando verde, e così può continuare tranquillamente a inquinare e saccheggiare o direttamente, attraverso la noncuranza e la pigrizia o, almeno indirettamente, cedendo alle sollecitudini di un consumismo, predatorio nei confronti della natura e suicida nei confronti del futuro umano.
E la Chiesa?
E la comunità ecclesiale? La sua voce non arriva che a un’esigua minoranza di giovani, spesso con voce troppo flebile per poter far fronte ai messaggi alternativi.
Ma quando pure arriva, il suo messaggio morale risulta indebolito da una pericolosa dissociazione interna, che ne mina l’efficacia. Da una parte esso si presenta col volto accattivante di una parenesi dai toni poetici ma sostanzialmente generici, molto servile nei confronti della Bibbia e della sua carica carismatica, ma distante dalla realtà concreta dell’oggi; è la catechesi dei gruppi, dei movimenti, delle piccole comunità, un messaggio che fa appello più all’emotività che alle convinzioni profonde e alla razionalità.
Dall’altra parte, ci sono gli interventi ufficiali della gerarchia, diffusi, magari in maniera tendenziosa dai giornali, volti a dare risposte precise a problemi particolari (omosessualità, rapporti prematrimoniali, contraccezione, FIVET ecc.), ma privi di riferimenti alla buona notizia del Regno.
Nessuna di queste due dimensioni è il tutto del messaggio morale cristiano. Ma purtroppo nessuno si preoccupa di raccordarle, di mostrarne la complementarità e l’unità. Il messaggio ne esce screditato e i destinatari si sentono autorizzati a una selezione di comodo.
Quale esperienza privilegiare?
In una situazione di questo genere ci si può chiedere quali aspetti dell’esperienza morale debbano venir privilegiati, per un itinerario vocazionale. È abbastanza chiaro che il riferimento può andare solo al messaggio cristiano nella sua interezza (carica evangelica e concretezza normativa, parenesi ed appello alla ragione, saldi fondamenti umani e apertura reale al divino).
Naturalmente ci sono alcune dimensioni che, tenendo conto del contesto culturale, dell’età dei soggetti e della finalità dell’azione educativa, devono essere privilegiate.
La prima dimensione ci sembra debba essere quella della vitalità e dell’iniziativa, e quindi di una certa fiducia in se stessi, di una certa stima di sé, di un certo ottimismo militante: è il propellente psicologico dell’impegno etico; senza di esso la morale si riduce allo sforzo frustrante di restare al di qua dei confini del proibito.
La seconda dimensione è quella della solidarietà e della responsabilità. Rendersi sperimentalmente conto della solidarietà reale che ci lega agli altri, per il solo fatto che le nostre scelte li coinvolgono, promuovono od ostacolano la loro umanizzazione, creano intorno a noi felicità o sofferenza, è la premessa indispensabile di ogni forma di responsabilizzazione morale.
La terza dimensione è quella vocazionale o dialogica. Qui si entra nel campo dello specificamente cristiano: vedere nel cuore del proprio impegno morale la risposta a una chiamata, presuppone l’esperienza dell’incontro con un Chiamante, quindi la fede: il sì dell’impegno morale è sempre detto a un Tu con quale si è in intimo e personale dialogo.
La quarta dimensione è quella della fede riconoscente. Dio ci chiama prevenendoci con un amore creativo: siamo chiamati a vivere e a realizzare la pienezza della vita, solo perché abbiamo ricevuto il dono gratuito e fontale della vita. Siamo chiamati a vivere in Cristo, solo perché gratuitamente inseriti nel suo amore.
Come si vede, le dimensioni sono poste in un ordine crescente: si va gradualmente sempre più in profondità, verso il fondamento che è Cristo. Questo ci ricorda la necessità della gradualità. Anche se nella morale, come nella vita, tutto si tiene, l’educatore è chiamato a rispettare la gerarchia, oggettiva ma anche soggettiva, delle verità e dei valori, sollecitando il giovane a un itinerario di crescita personale che non sarà mai del tutto predeterminatile.
Note
[1] Potrà essere utile, per un approfondimento bibliografico, consultare le seguenti opere: Aronica F. (a cura), Morale sotto inchiesta. Risvolti educativi della concezione morale dei giovani d’oggi, ed. Dehoniane, Napoli 1987; Berti E. (e coll.), Etica oggi: comportamenti collettivi e modelli culturali, Libreria ed. Gregoriana 1989; Cavalli A. – De Lillo A., Giovani anni ottanta, Mulino, Bologna 1988; Emma M., Giovani nuove frontiere morali: ricerca socio-psicologica sugli orientamenti morali dei giovani, ed. Dehoniane, Napoli 1986; Garelli F., La religione dello scenario. La persistenza della religione tra i lavoratori, Mulino, Bologna 1986; Idem, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Mulino, Bologna 1984; Milanesi G.C., Oggi credono così, LDC, Torino 1981, 2 Vol; Sciolla L. – Ricolfi L., Vent’anni dopo. Saggio una generazione senza ricordi, Mulino, Bologna 1989.