N.05
Settembre/Ottobre 1990

Per un’etica cristiana

Il Concilio Vaticano II, delineando le prospettive di un rinnovamento profondo della teologia morale, ha insistito su un “contatto più vivo col mistero del Cristo e con la storia della salvezza” e sulla necessità che essa “illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo nella carità di apportare frutto per la vita del mondo”[1].

A distanza di più di venticinque anni queste indicazioni non hanno certo perso il loro valore. Conservano anzi una forte attualità per chiunque voglia tracciare un itinerario etico improntato alla fede.

 

La scoperta del senso della vita e della storia

Il problema etico chiama sempre in gioco la specifica modalità di essere e di agire che è propria dell’uomo. A differenza di altri esseri viventi l’uomo deve decidere e scegliere se stesso e la sua vita. Morale perciò non evoca il limite o la negazione ma l’autenticità e la pienezza dell’umano. Si potrebbe anzi affermare che dire morale e dire umano è la stessa cosa.

L’interrogativo morale rimanda perciò al senso ultimo della vita: a quel perché decisivo su cui si fonda la libertà e la dignità della persona. Oggi sperimentiamo tutti con sempre maggiore forza quanto il senso sia indispensabile alla nostra libertà. Diversamente essa non riesce a evitare di scadere in arbitrio e in capriccio, privi di quella consistenza e fondatezza che le sono indispensabili per non lasciarsi incrinare dagli eventi più negativi o manipolare dalle diverse forme di potere.

Dovendo dare significato a tutta la vita, il senso non può essere una cosa o un prodotto dell’uomo. Non può appartenere al solo fare o avere: sarebbe carico di troppe incertezze e aperto a troppe manipolazioni. Deve collocarsi a livello dell’essere: solo così può dar significato anche a tutto ciò che lungo la vita appare di per sé assurdo e vuoto. È essenziale infatti al senso della nostra vita di renderci capaci di affrontare e di vivere da persone anche ciò che di più enigmatico e duro la vita ci pone dinanzi.

Il senso ci chiama perciò a una ricerca, mai definitivamente conclusa, mai priva di difficoltà. Il senso viene scoperto, incontrato, riconosciuto. Il più delle volte tutto questo si dà non senza sorprese. A volte diventa un’esperienza che sconvolge tutti gli equilibri già raggiunti: ci chiede di ripartire daccapo in tutte le scelte e nella stessa scala di valori fino ad allora vissuta.

In questa ricerca l’incontro con l’annunzio evangelico ci porta a riconoscere nel Cristo quel senso ultimo di cui tanto abbiamo bisogno. E la ricerca diventa fede, che spinge per una traduzione nella carità. Il senso appare allora carico di un volto preciso e impegnativo: quello del mortorisorto che rende capaci di continuare la sua storia di rinnovamento e di liberazione. Il senso prende le cadenze della vocazione.

È l’esperienza di Paolo a Damasco. Essa si ripete nella vita di ogni credente, anche se non sempre con gli stessi aspetti sconvolgenti. Ciascuno però da quel momento ripeterà con verità: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21). E aggiungerà, anche se non sempre con la stessa forza sconvolgente dell’apostolo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).

Riconoscere in Cristo il senso ultimo della vita non è qualcosa che riguarda solo la conoscenza. È incontrare una presenza viva che permette di dare a tutto significato; è entrare in una comunione crescente; è partecipare alla sua vita.

Tutta la vita del credente resta contrassegnata da questa fondamentale esperienza. Libertà, dignità, progetto di vita, norme che guidano nelle scelte assumono così connotati precisi. Questo non significa certo che sono opposti o diversi da quanto la riflessione etica dell’umanità va lentamente scoprendo. Hanno però orizzonti nuovi e soprattutto sono ricchi della energia nuova dello Spirito del Risorto: sono in Cristo, per Cristo e con Cristo.

 

 

La struttura vocazionale

Tutta la vita etica riceve allora dimensioni e respiro vocazionali. Tutto questo non va interpretato come qualcosa che si aggiunge a ciò che siamo. È invece esplicitazione della verità più profonda e più autentica di tutto ciò che siamo.

L’imperativo etico infatti viene percepito come parola, appello, chiamata che esprimono e concretizzano il senso nuovo donatoci dal Padre in Cristo mediante lo Spirito. La vita etica si articola come dialogo: come chiamata e risposta. Questo non deve far pensare a uno spiritualismo lontano dalle sfide della storia o a un individualismo tutto preso dai propri bisogni. Tutt’altro: sono i fratelli con i loro concreti bisogni a costituire il segno di tale appello.

Caricandosi di questo fondamentale significato l’imperativo etico perde del tutto le note dell’impositività limitante. Diventa concretizzazione di quella chiamata alla libertà che lo stesso Paolo non si stanca di richiamare con forza: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).

Soprattutto, svelandosi come presenza e come grazia, la legge nuova in Cristo permette di superare il dilemma più angosciante che l’uomo da sempre sta vivendo a livello etico: quello di comprendere il bene, ma di sentirsi poi attratto dal male. “C’è in me – scrive Paolo – il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,18-19).

L’imperativo etico diventa allora per il credente eco della presenza dello Spirito che lo ha reso partecipe della morte e della risurrezione del Cristo. Il capitolo 8 della lettera ai Romani è tutto un inno grato a questa novità di essere e di vita in cui il credente è posto dallo Spirito. Questi infatti testimonia incessantemente nel profondo della coscienza che “siamo figli di Dio” (v. 16); si pone come legge di vita e di libertà, anzi come un desiderare nuovo (Cfr. vv. 1-8). Cosicché non sentiamo più il bene come qualcosa che ci è imposto dal di fuori, ma come concretizzazione di un’esigenza di vita e di pienezza che risuona dentro di noi. E la stessa esperienza di debolezza o di insicurezza nei riguardi del bene trova una risposta positiva: lo Spirito “viene in aiuto alla nostra debolezza” (v. 26) e ci dà la sicurezza che “né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (vv. 38-39).

Classico è l’approfondimento teologico di questi dati paolini operato da San Tommaso nella Summa theologiae (I – II, 106-108). Il catechismo dei giovani lo sintetizza in questi termini: “Ciò che più importa nella legge del Nuovo Testamento, ciò da cui deriva tutta la sua efficacia, è la grazia dello Spirito Santo, data mediante la fede in Cristo. Così la legge nuova è innanzi tutto la stessa grazia dello Spirito Santo concessa ai credenti. E tuttavia la legge nuova ha pure dei comandamenti, che dispongono alla grazia dello Spirito Santo e riguardano l’esercizio di tale grazia. Essi sono come elementi secondari della legge nuova, a proposito dei quali fu necessario istruire i fedeli di Cristo con parole e con scritti, sia riguardo alle cose da credere, che riguardo alle cose da fare”[2].

 

Nella reciprocità della carità

Diventa allora impossibile ridurre l’impegno etico a un’imperatività di carattere solo generale. L’imperatività etica, proprio perché carica di senso e di presenza, articola l’universalità nelle prospettive della comunione e della reciprocità. La stessa specificità personale diventa fonte di imperatività.

La ricchezza personale di ognuno è infatti ricchezza carismatica: è chiamata a una realizzazione in vista del bene di tutti. Paolo non ammette incertezze al riguardo: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,7.15-16).

La lettura vocazionale della specificità di ognuno porterà necessariamente a una concretizzazione ministeriale generosa, nel senso più ampio del termine. Ma nello stesso tempo ci aprirà all’arricchimento che scaturisce dal dono che è proprio dell’altro, senza del quale il mio stesso dono sarebbe troppo debole e povero.

E la stessa libertà, evitando di svilirsi in “un pretesto per vivere secondo la carne”, ci porterà a un generoso “metterci a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13). Alla luce del Cristo – servo, il credente non potrà che vedere nel servizio reciproco l’unica concretizzazione autentica della propria dignità.

Tutta la nostra vita diventerà allora espressione del comandamento nuovo: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12). Un comandamento che è prima di tutto annunzio di un dono di partecipazione allo stesso amore del Cristo, in forza del suo Spirito.

 

 

 

Note

[1] Optatam totius, n. 16.

[2]  Non di solo pane, Roma 1979, p. 227. Sono le parole con cui si apre il capitolo 19: Il vangelo e la legge.