N.06
Novembre/Dicembre 1991

Adulti nella fede, adulti nella Chiesa

Nella Prima lettera dell’apostolo Pietro i neofiti cristiani recentemente battezzati vengono assomigliati a dei “bimbi appena nati”, essendo il battesimo una nuova nascita, l’inizio di una vita di relazione filiale con Dio in Cristo (cfr. 1 Pt 1,3.7). S. Pietro però orienta subito questi “neonati” verso la crescita, invitandoli a “bramare il puro latte spirituale”, cioè la parola di Dio, “per crescere con esso verso la salvezza” (1 Pt 2,2). I cristiani, troppo spesso, ignorano questa esortazione di S. Pietro e rimangono infantili nella loro fede e nella loro vita cristiana. Conseguenza diretta di tale infantilismo è una comprensione molto deficiente della propria vocazione e una deplorevole incapacità di aiutare altri a scoprire la loro vocazione.

 

 

La fede autentica non può non essere “adulta”

Anche l’apostolo Paolo insiste sulla necessità, per i cristiani, di essere adulti nella fede. Egli esprime nettamente il contrasto tra la fanciullezza e l’età matura. “Quand’ero bambino – scrive Paolo – parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma quando sono diventato un uomo, ciò che era da bambino l’ho cancellato” (1 Cor 13,11). Ai Corinzi rimprovera di essere rimasti bambini per la vita spirituale, invece di essere cresciuti. “Io, fratelli, non ho potuto parlare a voi come a persone spirituali, ma come ad esseri carnali, come a bambini cristiani. Vi ho dato da bere latte, non cibo, perché non eravate ancora capaci” (1 Cor 3,1-2). Alla fine della sua lettera, egli raccomanda loro di non essere “bambini quanto alla mente”; “siate come bambini quanto a malizia, ma adulti quanto alla mente” (1 Cor 14,20).

La lettera agli Ebrei rivolge ugualmente ai suoi destinatari un rimprovero d’infantilismo, dicendo loro: “Siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Chi si nutre di latte è ignaro in materia di giusto giudizio, perché è un bambino. Gli adulti invece prendono cibo solido…” (Eb 5,12-14).

Secondo la Lettera agli Efesini, tutti i ministeri nella Chiesa, che sono doni di Cristo, hanno come scopo di farci arrivare “allo stato di uomo adulto, alla statura che corrisponde alla pienezza di Cristo” (Ef 4,13). E l’apostolo aggiunge: “affinché non siamo più come bambini sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore” (Ef 4,14).

 

 

Si diventa “adulti” mediante una “crescita”

In che cosa consiste l’essere “adulti nella fede”? Consiste nell’aver effettuato una crescita personale nella vita cristiana, per mezzo dell’assimilazione della Parola di Dio, dell’adesione alla persona di Cristo e della docilità allo Spirito Santo. La Parola di Dio è il cibo che fa crescere i figli di Dio. Essi la debbono ascoltare. Questa è la condizione basilare della crescita spirituale (cfr.1 Pt 2,2), condizione indispensabile, ma non per tanto sufficiente. La Parola, infatti, deve inoltre essere accolta non solo nella mente, ma nel cuore e nella vita, come una luce che permette di riconoscere i veri valori e come una forza che consente di liberarsi dal male e di progredire nell’amore.

Chi ha assimilato nella propria vita “i primi elementi degli oracoli di Dio” (Eb 5,12) diventa capace di nutrirsi di “cibo solido” (Eb 5,14; cfr.1Cor 3,2), capace cioè di far veramente sua la forte dottrina evangelica, che ci spinge ad amare “non a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1Gv 3,18), accettando di portare la nostra croce ogni giorno con amore (cfr. Lc 9,23), per seguire effettivamente il nostro Salvatore e Signore, il quale ci “ha amato sino alla fine” (Gv 13,1). “Da questo conosciamo l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16). Tal è l’atteggiamento di fondo dell’adulto nella fede.

Invece chi non ha assimilato vitalmente i primi elementi della fede e non è cresciuto nello Spirito, continua ad essere impacciato nel suo egoismo naturale, ad avere preoccupazioni di vanagloria, ad agire per spirito di rivalità e a ricercare altri generi di soddisfazioni disonorevoli. Lo dice S. Paolo ai Corinzi rimasti “bambini” nella fede: “Siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?” (1 Cor 3,3).

 

 

Un’autentica personalità cristiana

Gli adulti nella fede hanno un’autentica personalità cristiana. Sanno portare sui problemi e sulle situazioni un giudizio veramente cristiano, e sono in grado di prendere da soli decisioni ispirate alla fede e alla carità. Sono dotati di vera sapienza cristiana (cfr.1 Cor 2,6-16). Non hanno bisogno di continui ammonimenti, come è il caso dei bambini. Agli adulti nella fede si rivolge S. Giovanni quando scrive: “Quanto a voi l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi ammaestri” (1 Gv 2,27). “L’unzione” che i fedeli hanno ricevuto da lui, cioè da Cristo, è la Parola divina diventata interiore alle loro persone sotto l’azione dello Spirito Santo. Avendo in loro stessi questo principio interno di luce e di dinamismo spirituale, gli adulti nella fede vivono con generosità nella libertà dei figli di Dio.

Hanno capito il senso profondo della vocazione cristiana comune. L’hanno accettata con gratitudine e con disponibilità. Si trovano quindi nella situazione adeguata per discernere la loro vocazione personale, tanto nelle sue linee generali quanto nel suo continuo scaturire. Occorre infatti osservare in proposito che l’essere adulti nella fede non significa affatto essersi fissati in posizioni rigide, sia in materia di opinioni, sia sul terreno della prassi; significa piuttosto avere acquistato la vera libertà interiore che consente di mettere in atto il consiglio dell’apostolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). L’adulto nella fede rifiuta tranquillamente e decisamente il conformismo mondano, che mantiene in schiavitù tante persone, assoggettandole a valori illusori e alla ricerca di soddisfazioni deleterie. Egli sa di essere chiamato a una vita nuova (cfr. Rm 6,4), anzi a un continuo rinnovamento, per corrispondere all’impulso creativo dello Spirito Santo, espressione della volontà salvifica del Dio vivo. “Dimentico del passato e proteso verso il futuro”: così S. Paolo descrive l’orientamento che si addice a “quanti sono adulti” (Fil 3,13-15); notiamo, in proposito, che la parola greca tradotta “adulti” può anche significare “perfetti”, però, in questo contesto, come in diversi altri, il senso è “adulti nella fede”, “cristiani maturi”; Paolo, infatti, annovera se stesso tra questi adulti nella fede (3,15), subito dopo aver confessato di non essere ancora perfetto (3,12). L’invito a “rinnovarsi” viene ripetuto in Ef 4,23 e Col 3,10. Lo sforzo costante di rinnovamento personale è un tratto essenziale della maturità cristiana.

 

 

L’ecclesialità di una fede adulta

Un altro tratto essenziale è che l’adulto nella fede è anche “adulto nella Chiesa”, cioè accetta pienamente la solidarietà ecclesiale. Chi rifiuta l’infantilismo e rivendica la propria autonomia personale è talvolta tentato di rigettare, allo stesso tempo, la solidarietà. Ma cedere a questa tentazione non è segno di vera maturità. Corrisponde piuttosto a una crisi di adolescenza. L’adulto nella fede si guarda bene dal confondere la giusta autonomia personale con l’individualismo. Egli riconosce invece la necessità, per la persona, di aprirsi alle relazioni con altre persone in una comunità strutturata. Sono significativi in proposito due testi paolini già citati: Ef 4,13-14 e 1 Cor 14,20. Nella lettera agli Efesini, infatti, la maturità cristiana viene situata in un contesto di solidarietà ecclesiale, anzi, di gerarchia ecclesiastica. “Affinché non siamo più come bambini sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, Cristo “ha dato” alla sua Chiesa tutta la sua struttura ministeriale: “gli apostoli, i profeti, gli evangelizzatori, i pastori e maestri” (Ef 4,11.14). Chi vuole quindi essere adulto della fede deve accogliere questi doni di Cristo per inserirsi nella Chiesa, corpo di Cristo “ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro” (Ef 4,16).

Nella prima ai Corinzi, l’esortazione di S. Paolo a non essere “bambini”, ma “adulti”, quanto alla mente (cfr. 1 Cor 14,20), si trova similmente in un contesto che insiste sulla necessità, per i cristiani dotati di carismi, di avere il senso della solidarietà ecclesiale. Sarebbe infantile voler fare mostra dei propri carismi, invece di pensare anzitutto a “edificare”, cioè a fare opera costruttiva nella comunità. Per l’uso dei carismi, il criterio deve essere proprio questo: “tutto si faccia per l’edificazione” (1 Cor 14,26; cfr. 14,1-5.12.17-19). Questa direttiva è stata preparata dettagliatamente con una lunga spiegazione dei diversi aspetti della doverosa solidarietà di tutti nel corpo di Cristo (cfr. 1 Cor 12,27) e con una riflessione sulla varietà delle vocazioni nella Chiesa (12,28-30). Un simile insegnamento viene dato di nuovo nella Lettera ai Romani (cfr. Rm 12,4-8). È troppo chiaro che la maturità cristiana esclude l’individualismo religioso e comprende tra i suoi aspetti essenziali un senso vivo della comunione ecclesiale, senza la quale non è possibile vivere pienamente nell’amore di Cristo.

 

 

Maturità cristiana e coscienza vocazionale

Quanto è stato appena detto manifesta bene le strette relazioni che esistono tra maturità cristiana e senso della vocazione. Da una parte, la vocazione cristiana è vocazione ad essere adulti nella fede e adulti nella Chiesa. Tutti siamo chiamati ad arrivare “allo stato di uomo adulto, alla statura che corrisponde alla pienezza di Cristo” (Ef 4,13). D’altra parte, la maturità cristiana si ottiene mediante la fedeltà alla propria vocazione personale e permette, vicendevolmente, la scoperta più precisa e più profonda di tale vocazione. Infine, la dimensione ecclesiale della maturità cristiana apre la mente e il cuore alla necessaria diversità delle vocazioni nella Chiesa e spinge ad apprezzare positivamente tale diversità, anzi, a promuoverla, aiutando altri cristiani, specialmente i giovani, a scoprire e seguire la loro vocazione di discepoli di Cristo e di membra differenziate del suo Corpo.