La responsabilità dell’adulto nella pastorale vocazionale della comunità cristiana
L’educazione alla fede delle nuove generazioni – fanciulli, adolescenti e giovani – postula sempre più la responsabilità convergente, degli adulti: adulti in esperienza di vita e adulti nella fede.
Sacerdoti, catechisti, insegnanti – e tutti coloro che svolgono un servizio educativo alla fede – stanno avvertendo sempre più come il loro servizio si vanifica senza la corresponsabilità degli adulti, in particolare di una comunità cristiana viva e di una famiglia partecipe dello stesso progetto educativo.
Considerato che l’educazione alla fede non può essere scissa dall’educazione vocazionale, la testimonianza, quindi, la responsabilità dell’adulto è di primaria importanza nella pastorale vocazionale.
Il Centro Nazionale Vocazioni, con il presente numero monografico della Rivista su “la responsabilità dei laici adulti nella pastorale vocazionale”; intende affrontare tale problematica anche come contributo al Convegno Nazionale sullo stesso tema, che si svolgerà agli inizi del nuovo anno. È, infatti, urgente, se non si vuole correre il rischio di un annuncio e proposta vocazionale che si volatizzi ad un primo impatto con la realtà, qualificare anzitutto la formazione degli adulti come itinerario di maturazione di un’autentica coscienza vocazionale.
È altrettanto urgente riscoprire la responsabilità specifica dell’adulto nella comunità cristiana per la pastorale delle vocazioni, identificando nella comunità cristiana stessa itinerari e modalità con le quali l’adulto si fa responsabile dell’annuncio, proposta e orientamento vocazionale delle giovani generazioni.
Il Magistero ecclesiale – di cui ripropongo alcuni passaggi essenziali quasi a motivare autorevolmente l’urgenza circa l’educazione alla fede degli adulti nella comunità cristiana e la loro responsabilità in ordine alla pastorale delle vocazioni, ininterrottamente dal Vaticano II in poi, offre puntuali orientamenti.
Il Concilio Vaticano II
Il Vaticano II ristabilisce il catecumenato degli adulti (Cfr. SC 64) definendolo un “apprendistato alla vita cristiana, debitamente esteso nel tempo, in cui i discepoli vengono in contatto con Cristo, loro Maestro”, sono introdotti alla vita della comunità ecclesiale, imparano a cooperare attivamente all’evangelizzazione e all’edificazione della Chiesa con la testimonianza di vita e la professione della fede (Cfr. AG 14). Si afferma anche l’urgenza di “una certa formazione ininterrotta degli adulti” (GE, introduzione).
Il Direttorio catechistico generale
Esso afferma che “la catechesi degli adulti, in quanto è diretta a persone capaci di un’adesione e di un impegno veramente responsabile, è da considerarsi come la forma principale della catechesi” (DCG 20).
Il Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti
Richiama la necessità di assicurare a tutti gli adulti la possibilità di fare un cammino di fede (Cfr ed. CEI, Roma 1978).
Il Magistero Pontificio
L’Evangelii Nuntiandi ha richiamato la necessità di proporre l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini non credenti e… ai credenti “per rendere sempre più matura la loro fede”; per sentirla, per rendere i credenti capaci di evangelizzare il mondo (EN, 54-57 e 70).
La Catechesi Tradendae richiama come la catechesi per essere efficace deve essere permanente e non può essere tale “senza la diretta e sperimentata partecipazione degli adulti” (CT 43).
La Christefideles Laici, che delinea la vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo, così riassume gli obiettivi della formazione dei laici: “la formazione dei fedeli laici ha come obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione” (CfL, 58).
Le scelte dell’Episcopato Italiano
Nel Rinnovamento della Catechesi: “La Chiesa può dare ragione della sua speranza in proporzione alla maturità di fede degli adulti” (RdC 124).
In Evangelizzazione e testimonianza della Carità: “Diventa sempre più chiaro che l’educazione alla fede è una necessità generale e permanente: riguarda cioè i giovani e gli adulti non meno dei bambini e dei ragazzi, e comincia proprio da coloro che partecipano più intensamente alla vita e alla missione della Chiesa” (EtC 7).
Nel Piano Pastorale per le Vocazioni: “Catechisti, insegnanti, educatori, animatori laici della pastorale giovanile e vocazionale hanno una primaria importanza per le vocazioni. Quanto più essi approfondiscono il senso della propria vocazione e missione nella Chiesa, tanto più riconoscono il valore e la necessità dei ministeri ordinati e della vita consacrata. Con l’esempio di una vita autenticamente cristiana, con la serietà professionale e con la testimonianza di una vera dedizione apostolica, potranno incidere profondamente sui giovani. Non mancheranno, in ragione del loro ministero, di far conoscere e proporre la vita di speciale consacrazione; aiuteranno tutta la comunità ad essere attenta e sensibile a questo dono grande del Signore” (P.P.V. 37).
L’adulto e l’adulto nella fede nella società contemporanea
Mentre ci stiamo interrogando sulla responsabilità dell’adulto nella fede nella pastorale vocazionale della comunità cristiana è d’obbligo anzitutto chiederci: cosa sta avvenendo, a livello ecclesiale e sociale, nel “pianeta adulti”? E, soprattutto, per gli adulti cosa significa essere adulti socialmente ed ecclesialmente?
La ricerca sociologica sembra registrare ai nostri giorni una notevole attenzione, soprattutto da parte dei mass media, al “mondo dei giovani” e alla “situazione degli anziani” ma non altrettanto verso gli “adulti”.
La stessa ricerca sociologica[1] rileva inoltre che se ciascuna età della vita è esposta a suo modo ad un certo disagio, ma un disagio componibile, la condizione di vita degli adulti appare particolarmente esposta a tensioni e problemi.
Sugli adulti infatti, soggetti situati nelle “classi centrali di età”, oltre le responsabilità sui vari ambienti che scandiscono la vita a livello occupazionale, familiare, nelle relazioni sociali, ecc., grava lo specifico impegno di essere responsabili oltre che della propria esistenza anche di quella di altri: basta pensare a questo proposito la responsabilità affettiva che l’adulto ha nei confronti dei propri familiari (figli, genitori, ecc.) nonché nei confronti di tutti coloro con cui interagisce nei quotidiani rapporti sociali.
Quindi l’età dell’adulto è “un’età nella quale tutti pretendono il massimo delle possibilità, in cui il soggetto è chiamato a dare il meglio di sé, e deve far fronte alle molteplici attese e tensioni che vari gruppi sociali e ambienti hanno nei suoi confronti”[2].
Tutto questo avviene proprio nel momento in cui l’adulto ordinariamente si trova nella difficoltà di ridefinire la sua identità personale e sociale, dovendo conciliare e comporre nella sua persona le “novità” culturali emergenti, che gli vengono dal contesto di modernità del presente, e i riferimenti culturali che nell’età della fanciullezza e giovanile hanno già informato la sua formazione di base.
Tutto ciò ha precisi riflessi sul modo in cui l’adulto è chiamato a vivere la stessa esperienza religiosa, la propria vita di fede. Sembra infatti che in questa età – anche se sarebbe opportuna un’analisi più puntuale riferita all’età della prima maturità e all’età della maturità propriamente detta – “avendo avuto per lo più un’educazione religiosa in un contesto in cui si attribuiva maggiore plausibilità alla religione, in una società tendenzialmente più ‘religiosa’ dell’attuale, la maggior parte degli adulti ha difficoltà a ridefinire la propria identità religiosa in rapporto al tempo presente… In altri termini, essi tendono a riproporre la religione della loro infanzia o giovinezza, senza ripensarla in rapporto all’attuale condizione di vita o alle attuali istanze culturali” [3].
L’adulto dei nostri giorni si sta quindi incontrando con la reale difficoltà a maturare un modo di vivere la fede “significativo”, che da un lato gli permetta d’interpretare correttamente la vita quotidiana e dall’altro di richiamarlo alla sua vera identità e vocazione ultima.
La prospettiva ecclesiale per l’adulto e l’adulto nella fede oggi nella comunità ecclesiale, può essere quindi sinteticamente riconducibile ai seguenti punti fermi: “Oltre all’annuncio esplicito della fede, dei contenuti religiosi, occorrerà favorire nei soggetti l’interiorizzazione, la crescita di quegli atteggiamenti umani del senso del limite, della gratuità e del dono, quella concezione misterica della vita, quell’apertura verso l’alterità, quel senso di speranza nella storia, quella dimensione comunitaria, quel senso della provvidenza e del disegno di Dio… che rappresentano i pre-requisiti di una fede religiosa. Se questi atteggiamenti sono carenti, l’interiorizzazione dei contenuti religiosi, la stessa esperienza religiosa sembra non avere fondamenti, appare mutilata alla radice”[4].
La disponibilità dell’adulto a tale ridefinizione e interiorizzazione della propria fede che la comunità ecclesiale italiana sta proponendo attraverso itinerari di fede adeguati, come ampiamente documenta la realtà, apre l’adulto stesso ad essere un “adulto nella fede” per una rinnovata presenza e partecipazione ecclesiale in particolare a livello di comunità parrocchiale.
Laici adulti nella fede: chiamati per chiamare
È uno slogan, beninteso, mutuato da un riferimento per lo più fatto ai sacerdoti e consacrati: essi, nella riflessione teologica e nella tradizione ecclesiale, da sempre per loro natura, “chiamati per chiamare”.
Mi sembra tuttavia che non solo sono maturi i tempi, ma è soprattutto maturato il pensiero teologico, che fonda e motiva la responsabilità del laico adulto nella fede, in ordine all’animazione vocazionale nella comunità cristiana.
L’Esortazione Apostolica post sinodale di Giovanni Paolo II Christifideles Laici sulla vocazione e missioni dei laici nella Chiesa e nel mondo – come sviluppo della grande porta che il Vaticano II ha spalancato ai laici in una Chiesa a servizio del mondo – diventa il punto di riferimento obbligato per riflettere sul naturale spazio del laico adulto nella fede sul servizio di animazione vocazionale della comunità cristiana.
“Diventare adulto e vivere da adulto è vocazione dell’uomo da parte di Dio illustrata fin dalle prime pagine della Bibbia” (Cfr. Gn. 27-28; 2,15)5.
L’adulto cristiano è chiamato ad essere adulto nella fede non solo in forza dell’equazione cronologica – adulto in età uguale adulto nella fede – ma l’essere adulto nella fede “sgorga direttamente dal ‘seme’ della fede che è in lui e che vuole maturare nel progredire della sua età e responsabilità: Da bambino parlavo come un bambino, ragionavo da bambino. Poi, diventato uomo, ho smesso di fare così (1 Cor. 13,11). Soltanto diventando adulto nella fede il cristiano sarà in grado di adempiere il suo dovere di adulto credente verso gli altri ai quali è chiamato per vocazione battesimale”[6].
Il cristiano infatti non può scindere la “chiamata” alla vita della chiamata alla pienezza della vita in Cristo e non può prescindere dalla sua chiamata alla chiesa: l’intera esistenza del fedele laico ha lo scopo di portarlo a conoscere la radicale novità cristiana che deriva dal Battesimo, sacramento della fede, perché possa viverne gli impegni secondo la vocazione ricevuta da Dio (CfL 14).
Il fedele laico dunque, alfine di vivere in pienezza la propria vocazione e missione, deve continuamente riattingere alla sorgente naturale della sua stessa chiamata: il battesimo.
“Ecco il compito meraviglioso e impegnativo che attende tutti i fedeli laici, tutti i cristiani, senza sosta alcuna: conoscere sempre più le ricchezze della fede e del battesimo e viverle in crescente pienezza” (CfL 58).
Scorrendo questi testi – che sono finalizzati a delineare la “identità ecclesiale” del fedele laico – viene spontaneo riformulare e riproporre con le stesse parole del S. Padre un punto fermo della teologia della vocazione e della pastorale vocazionale: “L’inserimento in Cristo per mezzo della fede e dei sacramenti dell’iniziazione cristiana è la radice prima che origina la nuova condizione del cristiano nel mistero della chiesa, che costituisce la sua più profonda ‘fisionomia’, che sta alla base di tutte le vocazioni” (CfL 9).
L’annuncio vocazionale – come espressione di tutta la pastorale ordinaria – ha quindi nella teologia battesimale e nei sacramenti dell’iniziazione cristiana il suo fondamento naturale[7].
Ne consegue che è opportuno che nella comunità cristiana sempre più si focalizzino vocazionalmente gli obiettivi della formazione degli adulti, così riassunti nell’Esortazione del S. Padre e come già sopra ricordato: “La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione” (CfL 58).
Dalla maturata coscienza del laico adulto della propria vocazionemissione scaturiscono alcuni naturali “gesti vocanti” nei confronti delle giovani generazioni. Pur essendo notevolmente cambiato negli ultimi decenni il rapporto giovani-adulti, agli incroci delle strade della vita le giovani generazioni non disdegnano infatti di attendere e scegliere come compagni di cammino gli adulti stessi. Ovviamente ad una condizione: vogliono come compagni di cammino gli adulti che non siano “come bambini portati qua e là come dal vento”; come ammonisce Paolo ai cristiani di Efeso, ma “uomini perfetti, degni dell’infinita grandezza di Cristo” (Cfr. Ef. 4,13-14).
La responsabilità dell’adulto nella pastorale vocazionale – che ai nostri giorni sta inventando e dando forma nella comunità cristiana al rapporto tra pastorale vocazionale e adulti – attende dunque di tradursi nei seguenti possibili “gesti vocanti”.
– Il primo “gesto vocante” dell’adulto è anzitutto la disponibilità e impegno a scoprire la propria vocazione e missione: “ora per poter scoprire la concreta volontà del Signore nella nostra vita sono indispensabili l’ascolto pronto e docile della Parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali e storiche entro cui si è inseriti” (CfL 58). Un siffatto itinerario di formazione dei fedeli laici è di per sé un vero e proprio itinerario vocazionale.
– Altro “gesto vocante” è, di conseguenza, la testimonianza della propria specifica vocazione e missione: “già sul piano dell’essere, prima ancora che su quello dell’agire, i cristiani sono tralci dell’unica feconda vite che è Cristo. Sul piano dell’essere non significa solo mediante la vita di grazia e di santità… ma significa anche mediante lo stato di vita che caratterizza… i fedeli laici” (CfL 55).
– “gesto vocante” sono poi gli stessi itinerari educativi della comunità cristiana in cui i laici adulti maturano e vivono la loro vocazione e missione: dalla famiglia “scuola nativa e fondamentale per la formazione alla fede” (CfL 62), alle aggregazioni laicali a cui è richiesto “uno slancio missionario che le renda sempre più soggetti di una nuova evangelizzazione…, di animazione per il fiorire di vocazioni al matrimonio cristiano, al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata” (CfL 30).
– “gesto vocante”, che riassume l’identità e la figura ecclesiale del laico “adulto nella fede” nel naturale spazio della pastorale vocazionale, è infine il servizio del laico animatore vocazionale parrocchiale.
Con il fedele laico impegnato nell’annuncio vocazionale, sino ad ora per lo più ritenuto appannaggio dei sacerdoti e dei consacrati, si apre una pagina nuova della pastorale vocazionale[8].
È quanto si propone il Centro Nazionale Vocazioni stesso impegnato in questi ultimi anni nella riflessione e nella specifica formazione del servizio ecclesiale del “laico animatore vocazionale parrocchiale”.
La prospettiva vocazionale – ministeriale è la grande prospettiva sintesi per un itinerario di fede dell’adulto nella comunità cristiana: “Nell’adulto la fede deve maturare come vocazione ministeriale, come vocazione al servizio. Questo aspetto non è sempre evidente nel vissuto comune. Da giovani si è inclini a intendere la propria vocazione come realizzazione di se stessi, come raggiungimento di ciò che corrisponde ai nostri pur nobili desideri, anche nell’ambito della chiesa. La vocazione del credente deve essere intesa come collocazione nella realtà della chiesa. Si tratta di capovolgere l’interrogativo: non già che cosa vorrei/mi sento di fare? ma che cosa, Signore, vuoi da me?”[9].
Note
[1] F. Garelli, L’adulto e l’adulto nella fede nella società contemporanea, in Adulti e Catechesi nella comunità, Ufficio Catechistico Nazionale, Elle Di Ci 1991, p. 49.
[2] F. Garelli, idem p. 51.
[3] F. Garelli, idem p. 54.
[4] F. Garelli, idem p. 58.
[5] Consiglio Internazionale per la catechesi, La catechesi degli adulti nella comunità cristiana, Libreria Editrice Vaticana, 1990, n. 10.
[6] idem, n. 21.
[7] Cfr. Italo Castellani, I laici: chiamati e inviati, in ‘Vocazioni’ n. 2, 1989, p. 3.
[8] idem, p. 6.
[9] C.M. Martini, Itinerari Educativi in Programmi Pastorali Diocesani 1980-1990, EDB, p. 534.