La testimonianza di carità degli adulti come annuncio vocazionale
La comunità cristiana nel mondo occidentale ha, tra gli altri, due problemi cruciali da risolvere connessi fra di loro: la risposta dei giovani alla vocazione cristiana; le vocazioni sacerdotali. Ambedue possono trovare una risorsa preziosa per la loro soluzione nella testimonianza di carità degli adulti.
Un nuovo contesto
Il primo problema si presenta così: in Italia quasi tutti i bambini ancora vengono battezzati, quasi tutti fanno la prima comunione e ricevono la cresima. Poi durante l’adolescenza e la giovinezza spariscono, tranne “piccoli resti di Israele”. Perché?
Una risposta ci viene dalle terre di missione dove questo fenomeno si manifesta assai meno. Lì, soprattutto all’inizio della evangelizzazione, in grande maggioranza i cristiani vengono battezzati da adulti, dopo un lungo e spesso severo catecumenato. Per loro entrare nella Chiesa è una scelta consapevole e libera.
I nostri bambini hanno il vantaggio di nascere quasi cristiani e di crescere con tutti i supporti di una comunità cristiana. Ma molti cristiani hanno lo svantaggio che una scelta personale, consapevole e libera di rispondere, alla vocazione cristiana, di aderire a Gesù Cristo non la fanno mai: rimangono religiosamente allo sviluppo infantile. Una volta andavano avanti lo stesso, incanalati e trascinati dalla corrente del condizionamento sociale.
Oggi ai primi confronti con la vita si vergognano della loro statura religiosa infantile, se ne vanno e molti non tornano più. Un modo concreto, è quello di immergerli nel periodo della adolescenza e della giovinezza nel servizio della carità, nel contesto di un mondo familiare e di adulti fortemente impegnato nella testimonianza di carità.
Questa è una proposta che in genere è gradita ai giovani, perché permette loro esperienze esistenziali significative e autentiche; nello stesso tempo è una preziosa prevenzione da inquinamenti devianti.
Dentro questa esperienza, se è evangelizzata, se è illuminata dalla Parola di Dio e dalla fede, e se è animata dalla preghiera, può passare il nucleo essenziale della vocazione cristiana: “Dio è amore… ha tanto amato gli uomini da dare il suo Unigenito per essi… mi ha amato e ha dato se stesso per me… ha dato la sua vita per noi, anche noi dobbiamo mettere a disposizione la nostra vita per i fratelli”.
Su questa base si può chiedere tutto quello che la vocazione cristiana domanda: l’onestà negli affari, la castità prematrimoniale, il rispetto del piano di Dio nella vita matrimoniale, l’impegno ecclesiale, l’impegno politico.
Nuove vocazioni
Il secondo problema cruciale è quello delle vocazioni sacerdotali per il servizio delle comunità cristiane. La CEI presenta alle Chiese locali il piano pastorale “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Il Papa insiste in ogni circostanza sulla nuova evangelizzazione, ma per evangelizzare occorrono gli evangelizzatori. È vero che la funzione profetica è anche dei laici ed è frutto del battesimo; ma occorrono i sacerdoti che formino i laici ad essere evangelizzatori anzitutto nella famiglia e poi in tutti i loro rapporti. Ora qual’è l’età media dei preti nelle nostre diocesi? Facendo il conto di chi parte e di chi arriva, qual’è la proiezione nei prossimi 20 anni, salvo interventi straordinari del Signore?
Ora la Chiesa italiana avrà preti per il futuro se saprà presentare ai giovani, nell’esempio degli adulti, sacerdoti e laici, un modello di Chiesa imperniato sull’esercizio della carità. La vocazione al Sacerdozio è certamente chiamata di Dio, l’iniziativa è certamente Sua, e certamente il Signore chiama anche oggi, ma per la sua Chiesa, per la Chiesa vera.
Al termine di un’udienza Giovanni Paolo II ebbe a fare questa riflessione a voce alta con i membri della Presidenza della Caritas Italiana, che gli erano stati presentati da S.E. Mons. Motolese, allora arcivescovo di Taranto: “La carità! ma la carità è il cuore della Chiesa: senza la carità, la Chiesa non è la Chiesa di Gesù Cristo”.
Certamente anche oggi ci sono dei giovani disposti a rispondere alla chiamata del Signore per il servizio della Sua Chiesa: ma gli adulti, sacerdoti e laici, devono presentare loro, con l’esempio di vita ancor prima che con le parole di verità, una Chiesa che possano amare. Forse in una società povera contadina il diventare prete poteva presentare il miraggio di una promozione umana e sociale e di un miglioramento economico. Oggi proprio no: il modello da presentare ai giovani deve essere fortemente autentico.
Il modello che oggi ha più presa nei giovani è quello squisitamente evangelico della carità come fraternità e come condivisione con i più deboli: questa è la Chiesa che possono amare.
Ma il modello visibile e concreto sono gli adulti, sacerdoti e laici: come sono e come vivono.