Gesù chiama per nome
Nel mondo semitico – il mondo stesso di Gesù – il nome indica sempre la persona ed il suo carattere. Conoscere o pronunciare il nome di qualcuno equivale ad esercitare su di esso un potere del tutto particolare.
L’esperienza: chiamare per nome
Un’espressione del libro della Genesi potrebbe essere molto significativa in questo senso: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome…” (Gn 2,19). È Dio che crea gli animali della selva e gli uccelli del cielo ma poi li mette davanti all’uomo perché l’uomo se ne prenda cura, individuandoli, chiamandoli per nome, esercitando dunque nei loro confronti una vera e propria forma di dominio e di responsabilità.
La pretesa non è di affrontare in maniera dettagliata e competente un tema pur suggestivo sotto un profilo propriamente biblico e culturale in genere, quanto invece, in maniera più circoscritta, si tratterà di far emergere da alcuni testi biblici alcuni elementi portanti in vista di una possibile spiritualità cristiana del nome.
Nel nome che portiamo e che ci è stato regalato alla nostra nascita non si nasconde nulla di misterioso, di pagano o di fatalistico, come potrebbe attestare talvolta il credito ingenuo che anche una certa cultura contemporanea vorrebbe affidare paradossalmente ad una presunta magia del nome. Del resto neppure il nome che una persona porta può essere ridotto ad una semplice funzione nominale e indicativa, capace cioè solo di alludere praticamente ad una distinzione di individuo da individuo in una società che per tanti aspetti presenta dei forti rischi di omologazione e di appiattimento.
C’è dunque un modo cristiano di guardare e di intendere il nome, esercitandoci ancora una volta in quell’equilibrio che scaturisce dall’ascolto della Parola di Dio: se l’uomo ha un nome, anche Dio lo ha: un nome che è “al di sopra di ogni altro nome”.
Cosa intende esprimere propriamente una spiritualità cristiana del nome, proprio quel nome che viene dato – affidato – ad una qualsiasi persona, all’inizio della sua esistenza nel mondo? Per restare ai termini della pura funzionalità o dell’appiattimento: non si nasconde proprio nell’aggettivo cristiano che caratterizza qualsiasi battezzato in Cristo una sorta di semplificazione o di omologazione, di perdita quasi di singolarità, di originalità (cfr. At 11,26b)? Cosa significa allora che proprio Gesù nel Vangelo chiama per nome? Quali gli eventuali elementi per introdurre correttamente ad una spiritualità cristiana – e vocazionale – del nome che ci è stato dato?
Dimensione divina del nome: chiamarsi per nome
Dalla richiesta di Giacobbe all’angelo della lotta notturna: “Dimmi il tuo nome” (Gn 32,30a) e dalla domanda di Mosè davanti al roveto ardente: “Mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” (Es 3,13b) alla grande missione affidata da Gesù ai suoi discepoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…” (Mt 28,19), è importante comprendere che il nome nella prospettiva biblica non è qualcosa che attiene primariamente ad una esigenza umana, antropologica, ma attinge alla stessa dimensione di Dio, in senso propriamente trinitario.
Se da una parte è una esigenza dell’uomo conoscere il nome di Dio al fine di poterlo invocare, dall’altra va constatato il grande desiderio che Dio stesso ha di rivelare all’uomo il proprio nome. Questo ci introduce comunque a comprendere in modo corretto cosa significa obiettivamente in senso biblico dare il nome: noi diamo il nome a Dio perché già lui se l’è dato. Noi infatti non crediamo in un Dio generico, che si nasconde o che deisticamente si perde in un cielo sconfinato e lontano. Il nostro Dio si fa invocare e si fa chiamare per nome perché originariamente, trinitariamente, ha un nome.
Cogliere questo orizzonte divino del nome – di un Dio personale e singolare, con un volto preciso – che si concede all’uomo rivelandosi e facendosi nominare, ci spiega che Dio, chiamando per nome l’uomo, e ciascun uomo, altro non fa che coinvolgere l’uomo, e ciascun uomo, entro il proprio orizzonte: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27).
Chiamato per nome: la missione di Gesù
Il rischio potrebbe essere quello di indugiare eccessivamente su quella che in tale contesto non può che rimanere una semplice intuizione circa la dimensione divina e trinitaria del nome. Tuttavia è innegabile affermare che se non si guadagna la giusta dimensione, anche a riguardo di un tema come questo, si può rischiare una certa retorica spiritualistica, affermando certo l’importanza del nome e del fatto che Gesù chiama per nome, senza comprenderne tuttavia la radice e la ragione teologica profonda.
Ecco perché merita che ci si soffermi anche su questo secondo aspetto: il fatto che lo stesso Figlio di Dio ha un nome preciso, che dice ad un tempo la sua chiamata (vocazione) e la sua missione. Dirà appunto l’angelo Gabriele a Maria. “Lo chiamerai Gesù” (Lc 1,21b). E in questa indicazione si riassumono tutti i nomi che verranno dati a Gesù di Nazaret, dall’inizio della sua predicazione alla morte e alla risurrezione. E Gesù vuol dire Salvatore: “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21b).
Nello stesso nome di Gesù, Verbo di Dio (Gv 1,1), è già significata e detta la sua vocazione, la sua missione nel mondo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39b). Non è dunque improprio legare il nome degli uomini e dei credenti ad una particolare chiamata, ad una missione specifica. Ad esempio: l’episodio della professione di fede e del primato di Pietro (cfr. Mt 16,13-20) diventa in questo senso particolarmente suggestivo nella misura in cui si parte dalla ricerca dell’identità di Gesù da parte dei discepoli: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16) e si giunge alla imposizione di un nome nuovo e di una missione del tutto particolare per Simone, figlio di Giona: “Tu sei Pietro” (Mt 16,18).
Non è per questo difficile ricondurre il senso del nome alla prospettiva della vocazione-missione in tutti gli episodi che nei vangeli coinvolgono persone chiamate esplicitamente per nome: da Maria: “la vergine si chiamava Maria” (Lc 1,27b) agli apostoli (cfr. Mt 10,1-4), sino a Maria nell’orto della risurrezione: “Maria! … va’ dai miei fratelli e dì loro…” (Gv 21,16-18).
Richiamare il suo nome: pregare nel nome di Gesù
Sono due gli aspetti che si potrebbero affrontare nella prospettiva del nome invocato nella preghiera cristiana: quello della preghiera stessa di Gesù che ci insegna a invocare Dio con il suo vero nome, e quello della preghiera nel nome di Gesù.
Intanto, proprio perché si è già alluso alla preghiera di Gesù, il Padre nostro, è importante non perdere una indicazione fondamentale: in questa preghiera infatti siamo invitati a santificare il nome di Dio (cfr. Mt 6,9b), come del resto anche Maria ci insegna nella preghiera del Magnificat: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome!” (Lc 1,48b-49).
Quando ci si trova a questi livelli nella considerazione del valore del nome si perde ogni funzionalità e qualsiasi semplificazione nell’uso del nome e del suo valore viene superata o purificata nella prospettiva della gratuità stessa di Dio: si invochi certo il suo nome, ma per santificarlo. E pure sentendosi investiti di una missione così singolare come quella di Maria, ci si accorge che anche il proprio nome non può che essere riportato ad una radice di beatitudine e di santità originale che ormai attinge alla santità stessa del nome di santo di Dio.
Ritornando invece alle due direzioni sopra prospettate, introducendo la preghiera nel nome di Gesù ci si accorge che si tratta di due linee non così diverse. L’una approfondisce e dice meglio l’altra, in una logica e in una prospettiva chiaramente vocazionale.
Intanto è interessante cogliere che Gesù stesso risponde al nostro profondo desiderio di invocare Dio, suggerendoci lui stesso le parole più giuste e più vere, rivelandoci cioè definitivamente il nome di Dio. Certo, come in occasione della missione di Mosè Dio si era rivelato come colui che è (“Dirai loro: Io – Sono mi ha mandato a voi”, Es 3,14b) ormai in Gesù la rivelazione del nome di Dio è definitiva e senza più veli: “Voi dunque pregate così: Padre nostro…” (Mt 6,9).
È fondamentale comprendere che la vocazione, qualsiasi vocazione, nasce sempre e comunque nel contesto della invocazione, e propriamente di questa precisa invocazione: del nome di Dio come Padre.
Siamo così ancora una volta ricondotti nel grande orizzonte teologico-trinitario, nel quale l’invocazione del Padre da parte dei Figlio suo è frutto, opera dello Spirito Santo. Questa e solo questa è l’invocazione cristiana primaria del nome, solo a partire da questo livello ci è dato autenticamente di comprendere qualsiasi altra chiamata o vocazione cristiana, in Cristo.
Ecco dunque perché noi, nella liturgia della Chiesa, che esprime la sua genuina preghiera, siamo invitati continuamente a pregare nel nome di Gesù: “Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Signore”. Da lui infatti siamo chiamati per nome e in lui solo ci è dato di riscoprire continuamente qual’è il nostro vero nome.
Andrebbero inoltre utilmente ricordati alcuni passi del prologo di Giovanni (“Tutto è stato fatto per mezzo di lui…” 1,3) o alcuni versetti dell’inno di Paolo nella Lettera agli Efesini (“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo…” 1,4). È comunque l’essere già in Gesù, nel suo nome, ciò che permette quella reale consonanza che diventa poi concreta invocazione e preghiera nel suo nome: “Se chiederete qualche cosa al Padre mio nel mio nome, egli ve la darà” (Gv 16,23).
Se fosse per noi, certo non sapremmo davvero cosa sia conveniente e urgente domandare. Eppure noi sappiamo – perché Gesù ce lo ha rivelato – che Dio è un Padre buono e che anche in noi lo Spirito continuamente grida: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). In questo modo infatti egli “viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi; con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27). Forse per questo la sapienza spirituale di chi ci ha introdotti alla fede sin da bambini, con semplicità e chiarezza, ci ha insegnato a fare il segno della Croce tracciando un gesto preciso sulla nostra persona: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.