Il bisogno di “nome” tra i giovani oggi
Il nome che una persona porta non è una etichetta imposta casualmente. È una componente essenziale di essa, tanto che si potrebbe dire che l’uomo è composto di anima, corpo e nome (Lévy Bruhl).
Il nome in certo senso è la stessa persona. È l’anima, per chi lo porta, per chi lo pronunzia. Il nome è distintivo: individua, separa, distingue. Ma è anche comunionale; riallaccia, mette in comunicazione. Attraverso di esso ogni soggetto è identificato e distinto, ma anche conosciuto e riconosciuto. Conoscere, pronunziare, ascoltare il nome permette a chi nomina di entrare dentro la personalità dell’altro che è nominato.
Non per nulla di solito dare il nome è unito a un rito ogni volta diverso e complesso, privato o pubblico: cercare, trovare, decidere, scegliere, dare un nome, il nome, quel nome, riceverlo e portarlo, esserne distinto.
Poi il nome resta e accompagna, realtà e simbolo. Avere un nome è avere un mezzo con il quale identificarsi e essere identificati, dirsi a sé e poi essere chiamati per nome. Nome che di volta in volta mentre lo si dice di sé, mentre lo dicono gli altri, raccoglie ed esprime, comunica nel simbolo tutto ciò che uno è, vale, vive.
Il nome “è l’essenzialità ridotta a una parola” (Van der Leeuw). Solo chi ha un nome acquista una personalità. Solo chi conosce il nome e chiama per nome, comunica con intimità. Il nome è simbolo della identità individuale, personale. La identità è dentro il nome, ha un nome. Dire il proprio nome è identificarsi. Dire il nome dell’altro, pronunciarne il nome, è identificarlo, personalizzarlo davanti a sé.
Il desiderio di “nome” è bisogno di identità
Problema di tutti, problema dei giovani: avere un nome vero, mettere se stessi nel nome, mettere l’altro nel suo nome, dialogare ripetendo, impegnando e dilatando i nomi. Vale per tutti, per bambini e adulti. Vale soprattutto per adolescenti e giovani nelle fasi di identificazione, di ricerca, di costruzione di una identità in parte ancora fluida, labile, insicura, aperta, cambiante e complessa, come è la loro. Mettersi nel nome come ci si mette, naturali o impagliati, nel volto, nel vestito, nei modi e stili di vita. Nome e volto sono quanto del giovane emerge a sé e agli altri. Vi si esprime e vi si nasconde, assume e comunica una identità, sviluppa un discorso ogni volta vario e complesso. A volte dice di sé solo “io” e all’altro solo “tu”. Ma ogni tanto sente il bisogno di rafforzare la comunicazione e aggiunge “io Mario, Maria”, o “tu Aldo, Carla”. Si ha l’impressione che ciò sia necessario per identificare meglio sia la soggettività irriducibile propria e altrui, sua la pienezza attuale e crescente dei contenuti vitali e affettivi. Dire il nome è possedere in pienezza, identificare, entrare dentro quello che all’altro e dell’altro è più caro. Anche a Dio e a Gesù si dà un nome, qualcuno lo dà all’angelo custode, i Santi si invocano con il nome.
Dare un nome a…, dire il nome di…! Il nome designa la persona. “Uno è come si chiama”. La storia d’ognuno è in qualche modo la storia del nome. Il cognome dice l’appartenenza a un gruppo, il nome segna e dice la individualità, poi la personalità. Attorno al simbolo del nome il giovane vive un processo e progresso di costruzione, cambio, perfezionamento della propria identità. Nomen est homen! Fare onore al cognome e al nome, impegnarsi per essi.
Attorno al nome alcuni fenomeni coinvolgono il giovane. I molti nomi (primo, secondo, terzo…) tracciano una storia di scelte e riferimenti. I nomi, i diminutivi, le riprese piene, i soprannomi, il nome per gli amici di famiglia, il nome rifiutato… Si evolve dalla dipendenza: sono Piero, Maria di…, alla sufficienza: Io Piero, lo Maria… di me stesso/a. Ha senso portare un nome dotato d’etimologia (interpretazione e programma), riferimento familiare, epocale, culturale (magnifici i nomi significanti, programmatici, e augurali delle cosiddette culture primitive), religiosità (nomi di santi). Da anni si è assistito purtroppo alla caduta nella banalità dei nomi, nell’esoterico. Il nome di un antenato lo continua nel gruppo. Chi lo eredita lo rappresenta, ne prende il posto e riempie un vuoto. Quando se ne aggiunge uno nuovo, la persona stessa diventa nuova, con un nuovo valore, significato, rapporto. Pronunziare il cognome senza il nome è cosa a metà.
Attorno al proprio nome il giovane gioca alcuni processi importanti. È cosciente di sé, responsabile di fronte a sé e agli altri, protagonista, distinto e appartenente, conosciuto e riconosciuto nella identità irripetibile. Il nome fissa la centralità di un Io personale, stabile e continuo, permanente, soggetto unificatore sotto il fluire delle pur proprie periferie complesse e variabili, esterne e successive. L’impersonalità è sofferta e temuta, l’anonimato dell’uno qualunque, degli elenchi, delle serie, delle massificazioni…, ordinarie nella scuola, nella vita, nella chiesa.
Il nome nella mancanza del “padre”
Padre e madre generano e educano i figli. Padri e madri di vocazione e professione si accostano e integrano. Mi limito al padre e alla sua funzione simboleggiata nelle vicende attorno al nome del figlio. Il padre (integrato dalla madre) dà il nome al figlio, lo riconosce come suo, lo lega a sé, stabilisce con lui relazioni continue, fa auguri e presagi, assume impegni. Non dà il nome solo per chiamare, ma per stabilire e indicare rapporti (diritti e doveri) d’intimità, proprietà, cura, amore, progetto, comunicazione. Il potere sul nome è (il) potere sull’essere, ma potere dell’amore. Presso gli ebrei ognuno era designato come figlio di…, a sua volta figlio di…, fino a figlio di Dio: identità, appartenenza, continuità.
Oggi la psicologia accentua la funzione paterna nella formazione dell’io (A. Bimbi). Quando manca il padre che chiama per nome, pronunciandolo con amore nella sua verità e nel suo valore crescente, concreto, problematico e promettente, più nessuno ama, nessuno genera progressivamente, nessuno personalizza doni e conquiste, nessuno alimenta stima, fiducia, sicurezza. Nessuno dà garanzie nella difficile ricerca della identità incerta (D. Norsa). Nessuno permette di opporsi e misurarsi in conflitti sani e liberatori, maturanti, non degeneranti e distruttivi.
La mancanza del padre ferisce i processi di riconoscimento di sé mediando appartenenze, memorie e storia del proprio esistere (A.C. Moro parla di diritto dei giovani di scoprire le proprie radici), d’entrata in progetti cui partecipare, da proseguire. È assente la continua e progressiva proposta di valori che carichino il proprio cognome e nome di significato, tensione, disponibilità. Dentro l’io, attorno al proprio nome, il giovane sconta l’essere di N.N., di padri della provetta, non esistenti, dell’abbandono, del divorzio, della infedeltà, della mancanza di tempo e cura, di comprensione e fusione piena e matura. I facili alibi non assolvono dalle colpe sommerse del padre assente (C. Bernard). Figli di un padre che non ha nome, o in cui nome non dice niente di importante, sono figli di nessuno, di padri di nulla (F. Benhadid). Assenza e presenza insignificante creano l’eclisse del padre (O. Benzi).
Il padre guida il figlio al riconoscimento di una propria storia, immette nella storia parentale, nazionale, teologica, religiosa, cariche di attese, sicurezza, speranza, progetto, volontà, anche di vocazione e missione. La “voglia di padre” (V. Secunda) è volontà di amore, di dialogo, per sperimentare la testimonianza e l’esempio, per godere del “tempo” del padre.
Di fronte alla Madre-Natura è necessario il Padre-Cultura, società, vocazione. È complesso il valore simbolico della figura paterna. È stretto il rapporto tra il Padre sulla terra e un Padre nei cieli. È complessa la dinamica di un padre presente effettivo o assente, presente superfluo, dimissionario, contraddittorio, idealizzato, contrastato, escluso, sfruttato. O anche incombente, sempre necessario, invece di un padre promotore di maturità e libertà, perciò “progressivamente superfluo” (Pio XII).
Anche il superamento dei rapporti, la separazione, sono preziosi per potenziare e responsabilizzare il proprio nome, accelerare i ritmi di crescita, muovere verso un proprio progetto di vita e anche di vocazione. La identificazione alle figure paterne adulte è preziosissima per maturare previsioni e preparazioni di un futuro personale, ma analogamente “paterno”, a propria volta paterni, magari anche in senso vocazionale. Non basta avere attorno amici pari e sopra funzionari istituzionali, o nessuno cui guardar con valore.
Avere un padre, portarne il cognome, staccarsi con un proprio nome, dà identità sociale e pubblica. Ma un padre che chiama per nome, non lo fa solo per necessità o abitudine o costume, ma annette significati affettivi, relazionali, educativi, carichi di contenuti, valori, messaggi, impegni. Un padre e una madre chiamano per nome dopo averlo pensato, scelto, dato, non senza un perché. Il significato evolve con gli anni e cresce con la maturazione personale e sociale dei figli. Nome, diminutivo e vezzeggiativo, poi di nuovo nome pieno, cui si aggiunge magari il soprannome di famiglia, di gruppo, personale, il nome per gli amici e le amiche. Dalla dipendenza alla autonomia. Il nome vezzeggiato nell’infanzia (N. tesoro mio!) è affermato o sofferto nella adolescenza (ma io sono N.!), è impegnato nella giovinezza (ecco le mie generalità), è gestito nell’età matura (domina il cognome, eccetto che per i cari e gli amici!). Dire il proprio nome alla propria ragazza, al proprio ragazzo. Mi chiamo…, e tu? Mamma, papà, ti presento…, si chiama (raro il cognome, ha poca importanza, ti presento lui, lei, non i suoi!).
Se uno è prete o suora aggiunge il Don o Padre, Madre. Ma ragazzi e giovani lo lasciano cadere e per loro basta e dice qualcosa chiamare per nome. I Frati si chiamarono subito per nome. Nei seminari e nelle congregazioni moderne si usò a lungo il cognome. Ma oggi si diffonde il nome, usato da compagni e da superiori. Ma con qualche fatica. Perché?
Nome, identità, vocazione nei giovani d’oggi
Sono molte le connessioni evidenti. Il nome individualizza. La vocazione è di singoli nella loro ben definita individualità. Il nome personalizza. La vocazione impegna la soggettività e il protagonismo personale, centrale, assoluto. Sboccia come evento e vicenda personalizzata di appello, ascolto e risposta. Il nome responsabilizza. La vocazione innesta dentro un progetto e programma ben identificato di possibilità e doveri. Il nome dà possibilità di essere chiamati a un dialogo di intimità, affetto, risonanza. La vocazione è essere chiamati per nome per una comunicazione di offerta, richiesta, dialogo, dedizione fedele e generosa, missione come invio ad azioni apostoliche.
Dove papà e mamma chiamano per nome, gli amici chiamano per nome, tutti gli intimi chiamano per nome, anche Dio può chiamare per nome. Nome che è progetto e programma, vocazione, identità e missione: Adamo, Eva, Abramo, Mosè, Maria, Gesù, Pietro-Simone, Saulo…
Dalla vocazione del padre alla vocazione dei figli, personale, sociale, cristiana, speciale. Di padre in padre, essere, sentirsi, diventare padri (C. Ventimiglia). I figli sono giudici dell’immagine del padre: lo osservano come adulto, responsabile, riuscito nella professione, con o senza una vocazione e missione familiare o extrafamiliare.
L’adolescente vive tra residui di irresponsabilità infantile, nuova identità di vanità e illusione, passaggi di identità: coscienza di sé, conoscenza di sé, essenziale ed esistenziale, ricerca e progettualità futura, decisione e preparazione. I giovani oscillano tra superamento dell’adolescenza perenne, crescita debole, indecisa e qualifica attorno al nome di una personalità ormai chiara, definita, progettuale, programmatica, appartenenza in cerca di valida partecipazione responsabile e realizzatrice, con coscienza dei propri valori e impegni, dei quadri e livelli di possibilità.
Per quelli che Dio chiama e hanno attitudini, la vocazione fiorisce attorno alla storia del nome che è identità intima, appartenenza e necessaria doverosa partecipazione. Il cammino di una vocazione è cammino del nome, attorno al nome. La vocazione è il nome che acquista volto. Io Pietro, Chiara… ragazzo/a…, persona che esiste e vive concentrato/a sul mio nome, divengo, cresco, maturo, in relazione con me stesso/a, con gli altri, con il tutto, con Dio. Vivo la mia vicenda di percezione, valutazione e giudizio, di ciò che vale in sé, per tutti, per me, ora qui… e qualifico il mio nome: Pietro, Chiara… cristiano/a, chiamato/a, qualifico la mia identità di appartenenza e partecipazione… laicale, ministeriale, consacrata, in forme e carismi particolari, aspirante, novizio/a, professo/a, monaco, francescano… Il mio nome si qualifica e chiedo anche agli altri di qualificarlo secondo la storia reale. Un giorno davanti all’altare, sull’altare, nelle mani di un superiore o vescovo, appellato per nome, risponderò per nome, mi metterò tutto/a in quel nome che pronuncerò promettendo, professando, immettendovi poteri che eserciterà in ministeri…
“D’ora in poi ti chiamerai…, che vuol dire…” (Gv 1,42). “Scriverò su di lui il nome del mio Dio” (Ap 3,12). “Un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve” (Ap 2,17). “I vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20).