Il “dialogo con sé” premessa indispensabile per un dialogo vocazionale
“Sè come un altro” è il titolo di un recente volume di Paul Ricoeur[1]: un titolo stimolante che può aiutarci a riflettere sulla necessità di dialogare con se stessi per crescere nella disponibilità al dialogo con Dio. Va detto subito che non esiste prima il dialogo con sé e dopo il dialogo con Dio, o viceversa; in realtà non si dà l’uno senza l’altro: creati in Cristo Gesù, aprirsi a Lui significa affacciarsi sulla verità di se stessi, ed interrogarsi sul senso della propria singolarità, è già un’implicita disponibilità alla novità del Vangelo. Sia il dialogo con sé che quello con Dio, inoltre, avvengono autenticamente solo nella docilità allo Spirito del Risorto.
Una “alterità interiore”
L’espressione di P. Ricoeur è comunque di grande utilità in quanto associa l’esperienza del “sé” con la constatazione di una “alterità interiore”: suggerisce che occorre prendere atto di uno “scarto” all’interno del proprio essere, che è necessario accogliere l’esistenza di una “struttura dialogica” nelle proprie fibre più intime. Tutto ciò non è automatico né spontaneo, comporta infatti una capacità di distacco e di abbandono nei confronti di ciò su cui ciascuno rivendica proprietà e dominio assoluto: il proprio io. La percezione di questa alterità è una delle esperienze più profonde della vita umana ed è strada obbligata per mettersi nei confronti dell’esistenza in atteggiamento autenticamente vocazionale.
Ma cosa significa che esiste una “struttura dialogica” nelle fibre più intime del proprio io? Questa affermazione che filosoficamente può risultare chiara, è assai meno evidente quando l’“io” di cui si parla è il “mio” io, quando il discorso riguarda non la persona umana in generale, ma proprio me: la mia storia, il mio carattere, i miei dubbi, le mie potenzialità… Le riflessioni che seguono intendono proporre qualche suggerimento per un dialogo maturo con se stessi avviato, perseguito ed avvolto nel dialogo con Dio.
La nascita dell’“io osservante”
“Io” e “me”
La prima attenzione che desidero suggerire è la necessità di una nascita, la nascita della capacità di osservare se stessi. La terminologia tecnica della psicoterapia definisce questa capacità attribuendole i caratteri di una struttura dell’io: l’“io osservante”. Si può festeggiare la venuta al mondo di questa componente della personalità quando la persona è in grado di oggettivarsi quando sa percepire il proprio “io” anche come un “me”. Ciò significa che può riconoscere e descrivere i contenuti della propria personalità, specie quelli di carattere affettivo (bisogni, emozioni…); occorre inoltre che sappia percepirne la collocazione e la problematica all’interno delle dinamiche personali (cioè il carattere più o meno conscio della loro azione). La nascita dell’“io osservante” è presupposto indispensabile per una accoglienza sempre più piena e libera della propria corporeità – maschile o femminile – in tutti i dinamismi che la compongono: biologici, psicologi, relazionali, ecc. Può essere consegnato a un Altro, come risposta a una chiamata, solo ciò che già è stato accolto come un dono prezioso[2]. La “nascita” che ho appena cercato di descrivere richiede una cura particolare, tra i pericoli che la minacciano due mi paiono i più incombenti: il “narcisismo” e lo “spiritualismo-moralismo”.
Narcisismo
Utilizzo qui il termine “narcisismo” in senso lato, intendendo con esso descrivere una sindrome che oggi ci affligge un po’ tutti e che in altre epoche è stata chiamata, più semplicemente, “tentazione del cuore contratto”. Sua caratteristica dominante è una sorta di “implosione” dell’io, un investimento di gran parte delle energie psichiche in una immatura “preoccupazione di sé”[3]. Chi ne è affetto, fatica a riconoscere presente in sé una dialettica tra “io attuale” e “io ideale”, tra ciò che egli concretamente è e ciò che dovrebbe e potrebbe essere. L’esito di tale dinamica è che il soggetto rimane sconosciuto a se stesso e impermeabile agli altri, in continua negazione dei propri limiti e delle proprie debolezze in cerca di ammiratori e di esperienze che gli consentano di specchiarsi nella sua perfezione… Non sono certo premesse buone per aprirsi in verità alla chiamata di Dio. Il miglior augurio in questo stato di cose è che il “guscio” onnipotente di cui la persona si è rivestita prima o poi si rompa e possa emergere un io forse più semplice, più povero, più limitato… ma comunque più vero.
Spiritualismo/moralismo
Il secondo pericolo è quello dello “spiritualismo/moralismo”. Faccio qui riferimento alla illusione diffusa che i valori morali e religiosi connessi all’esperienza di fede agiscano all’interno della personalità con la metodologia dell’“asso di briscola” il quale, una volta giocato, piglia tutto. Secondo tale logica basterebbe proclamare tali valori ed allenare la volontà nei loro confronti, per ottenere personalità armoniche e risposte vocazionali consistenti. Questo approccio ha senza dubbio un grosso pregio, quello di credere alla oggettività e alla forza trainante dei valori cristiani. Dimentica però che essi non si sovrappongono dall’esterno alla persona, richiedono piuttosto una conversione profonda, capace di coinvolgere le profondità dell’io e di colorare le tante dinamiche che lo animano. Chi non ha coscienza di ciò rischia di “ricoprire” (il termine esatto sarebbe forse “reprimere”) la propria concreta umanità con il manto di valori ben proclamati, ma che non sono il vero oggetto dei desideri più profondi.
La scoperta dell’“io osservato”
Passività cristiana
Se per definire la prima attenzione riguardante il tema di questo articolo ho usato la simbologia della “nascita”, per evocare la seconda può servire l’immagine della “scoperta”. L’esito della “scoperta” a cui mi riferisco è un “io” che si sorprende amorevolmente “osservato” da un Altro: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… tu mi conosci fino in fondo…” (Sal 139). L’alterità interiore di cui in questo caso si fa esperienza è quella di Dio che “abita” le profondità di ognuno. È un’esperienza di fede la cui profondità è radicata in Cristo Gesù che “conosce i pensieri del cuore” (cfr. Lc 6,8 e 9,47), che sa “quello che c’è in ogni uomo” (cfr. Gv 2.25) e che “sa fin da principio” (cfr. Gv 6,64)[4]. Per entrare in una interpretazione vocazionale della propria esistenza, occorre aver sperimentato almeno germinalmente questa gioia di “essere conosciuti” da Dio. Si tratta di gioia perché la modalità di conoscenza specifica di Dio è quella dell’amore. Tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi proprio perché da Lui e in Lui tutto è amato e accolto; la sua è una conoscenza generativa, creatrice, di salvezza. È da questa scoperta che fiorisce la passività cristiana, cioè la consapevolezza di essere prevenuti, avvolti e custoditi dalla mano di Dio; ciò che ci è chiesto è di accogliere, desiderare, abbandonarci. La storia vocazionale di due personaggi del Nuovo Testamento – Pietro e Maria – può gettare luce su cosa significa fare esperienza di quella attivissima passività in cui vive chi si sa “osservato” da Dio, in Cristo Gesù.
La seconda chiamata di Pietro
Colpisce che all’apostolo Pietro, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni, sia stata rivolta una duplice chiamata. La prima è all’inizio del Vangelo, suggellata con il cambio del nome: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro” (Gv 1,42). La seconda si colloca invece dopo la Pasqua (“ … tu seguimi” Gv 21,22) ed è segnata da una ripresa, da parte di Gesù, del nome originario: “Simone di Giovanni, mi ami tu?” (Gv 21,15-17). Il “seguimi” definitivo arriva dopo che Pietro ha conosciuto meglio se stesso con le sue fragilità (il rinnegamento) e Gesù con la sua fedeltà; allora la sua vita è cambiata davvero subendo una riorganizzazione sorprendente: il Pietro degli Atti degli apostoli è diverso da quello del Vangelo, pur essendo la stessa persona. Che cosa lo ha convertito così in profondità? Cosa lo ha fatto passare dalla decisione di voler salvare Gesù (cfr. Gv 13,6-10 e 18,10-11), alla disponibilità a lasciarsi amare e salvare da Lui riconsegnandogli tutta l’esistenza? In questo cambiamento ha senz’altro un posto importante il suo essersi scoperto “osservato” da Gesù proprio durante il suo andare in croce: “Allora il Signore voltatosi, guardò Pietro…” (Gv 22,61).
Maria di Nazareth
Anche nell’autoconsapevolezza di Maria troviamo traccia di un sentirsi “osservata” in modo particolare da Dio: “…ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48) o, come qualcun altro traduce, “…guardò giù sopra la tapinità della sua serva”[5]. In questa espressione di Maria non c’è traccia di meriti da vantare e nemmeno vi si trovano i segni di un’eroica avventura religiosa: le parole dicono invece coscienza del proprio limite e consapevolezza della propria infinita distanza dall’Altissimo. Eppure risuona in esse l’eco di una pace profonda e di una risoluta decisione di donazione totale: “…avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Troviamo qui qualcosa che è specifico di ogni vita cristiana: è dalla meraviglia di scoprirsi abbracciati nello sguardo del Dio misericordia che scaturisce, per necessità intrinseca la risposta e il dono di sé. La vocazione cristiana, in ogni sua forma, è regolata dalla legge della sovrabbondanza: si dice “sì” perché attratti e affascinati da una bellezza.
“Dirsi” per “darsi”
Non esistono ricette preconfezionate in grado di garantire la nascita dell’“io osservante” e la scoperta dell’“io osservato”, è tuttavia evidente che entrambe le esperienze necessitano di occasioni di ascolto. Credo che una delle urgenze di oggi sia quella di cercare ed offrire momenti di dialogo nei quali le persone possano “mettere in parole” ciò che attraversa il loro “io”. Occorrono “spazi” per questa opera di oggettivazione di sé e di contemplazione della presenza di Dio: spazi per “dirsi” in vista di un “darsi” più compiuto: spazi fisici (ambienti adatti allo scopo), spazi cronologici (tempi salvaguardati per questo fine), spazi psicologici (persone mature che, come fratelli e sorelle maggiori, sappiano accogliere e guidare in modo maturo). La direzione spirituale è in questo senso di grande attualità. Non mancano poi oggi gli strumenti per approfondire e rinnovare questo prezioso servizio[6], affinché per tutti possa compiersi ciò che S. Agostino ha ben espresso in una brevissima preghiera:
“Domine, noverim Te. Domine, noverum me. Domine noverim quomodo venire ad Te ed ducere ad Te. Amen”, (Signore, che io ti conosca. Signore, che io mi conosca. Signore che io conosca come venire a Te e condurre a Te. Amen).
Note
[1] P. RICOEUR, Se come un altro, Jaca Book, Milano 1993.
[2] Cfr. R. GUARDINI, Accettare se stessi, Morcelliana, Brescia 1993.
[3] Preziosi suggerimenti per una matura preoccupazione di sé si trovano in S. PAGANI, La preoccupazione di sé, in La Rivista del clero italiano, nn. 10-11-12 dell’annata 1993, rispettivamente alle pagg. 660-669, 752-759 e 837-843.
[4] Cfr. H.U. VON BALTHASAR, Gesù ci conosce? Noi conosciamo Gesù?, Morcelliana, Brescia 1993.
[5] AA.VV. Una comunità legge il Vangelo di Luca, Vol. I. EDB, Bologna 1992, 43.
[6] Utili per un discernimento concreto sono i due volumetti: Ph. MADRE, La chiamata di Dio. Discernimento di una vocazione, Ancora, Milano 1994 e AA.VV., Lo condusse da Gesù. Psicologia della vocazione nell’adolescenza, Ancora, Milano 1994. Di carattere fondamentale è invece il testo: F. IMODA, Sviluppo umano, psicologia e mistero, Piemme, Casale Monferrato 1993.