N.01
Gennaio/Febbraio 1995

Il “nome” nella Bibbia: “sigillo” della vocazione

Scegliere il nome di un bambino che viene al mondo ci appare oggi come un fatto casuale, affidato al gusto dei genitori o, al più, motivato da certe tradizioni familiari. Con difficoltà noi moderni percepiamo il valore augurale del nome (cui gli antichi erano molto sensibili), e ancor meno percepiamo – racchiuso in esso – il mistero irripetibile della “persona”.

Comunque, una volta che il nome è stato scelto e assegnato, accade anche per noi una sorta di miracolo: quel piccolo essere esce dall’anonimato, può essere “chiamato”, ci si può rivolgere a lui con determinazione, come se egli avesse finalmente un volto. E quel nome ci diventa caro come colui/colei che lo porta.

Nel mondo antico sapere il nome dì un uomo o di un Dio significa sempre avere un’intimità con lui, godere di una conoscenza profonda e determinante, dì un certo possesso perfino. Avere molti nomi diventa allora il segno della insondabilità dell’Essere, tanto più quando la molteplicità dei titoli tende a proteggere (pur “dicendone qualcosa”) il Nome ultimo e ineffabile.

 

Il popolo del Nome

Nel mondo biblico, tutto è illuminato dalla bruciante rivelazione del Nome, accaduta sull’Horeb, davanti a cui il pio ebreo esperimenta il dramma della responsabilità: fiero di appartenere al “popolo del Nome” – popolo che ha udito la Voce del Dio vicino che vuole essere conosciuto e invocato – ma anche tenuto a “santificare il Nome”, impedendosi di “pronunciarlo invano”.

Nel tardo giudaismo, in un eccesso di venerazione e di timore, egli arriverà fino a proibirsene l’uso. Una delle più belle meditazioni sul Nome di Dio è quella che ci ha lasciato J. Loew, in forma poetica:

“Io sono. / Questo è il mio nome per sempre. (Es 3,15) / Non un sostantivo / con il quale ogni essere viene ‘nominato’ / né un aggettivo che ti qualifichi: /potente, forte, unico… / No: un verbo, / la parola chiave di ogni frase, / ma che, da solo, resta avvolto nel mistero. / Io sono: un verbo al presente che abbraccia / tutti i tempi. / Io sono Colui che sono, / e tu non puoi saperne di più, Mosè. / Io sono Colui che sarò: / tu imparerai a conoscermi / quando vedrai quello che farò. / Io sono Colui che è: / Il solo vero Dio… gli idoli sono nulla . / Ma tuttavia, Mosè, ascolta bene: / io sono con te, / ti faccio dono della mia presenza. / Nessun nome mi si addice /poiché sono Dio, l’inafferrabile, / ma sarò, sempre, / un Dio operante, / un Dio con te. /Io sono, dice il Signore, usando la prima persona. / Egli è, dirà l’uomo. / Egli è, era e sarà, dirà l’Apocalisse./ Colui, la cui presenza riempie il passato, / il presente e il futuro. / Un nome ineffabile. / Garanzia di una alleanza inaudita /fra Dio e la stirpe dell’uomo. / E Gesù sarà crocifisso per essersi definito / con le stesse parole: Io sono / affermandosi, così, lui stesso, Dio”[1].

Restò così fondata, una volta per tutte la certezza di un dialogo d’amore: l’uomo conosce il suo Signore e può invocarlo anche dall’abisso della sua miseria, Dio conosce i suoi eletti e li accoglie “nominalmente” nella sua intimità.

“Tu mi hai detto: Io ti conosco per nome e tu hai trovato grazia ai miei occhi” (Es 33,12); questa è la premessa su cui Mosè può arditamente fondare la sua più esaltante preghiera (con cui egli si protende fino alle soglie del Nuovo Testamento): “Mostrami la tua Gloria!”

Ma c’è qualcosa di ancora più decisivo. Non solo Dio rivela il suo Nome adorabile e si china a conoscere amorevolmente il nome della sua creatura, ma comincia subito ad accadere un processo incarnatorio: in realtà Dio assume, per così dire, il nome dell’uomo dentro il suo stesso Nome. Tutto cominciò già quando Dio si scelse degli amici. “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: questo sarà il mio nome in eterno, questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (Es 3,15).

Ed è significativo il fatto che questa è la prima esegesi che Dio stesso fa del Nome appena rivelato sull’Horeb. Infatti il significato più ovvio e immediato che esso ha è esattamente questo: “Io sono Colui che è (presente)”, “Io sono (sarò) con te”.

 

In un Nome, la “compagnia” di Dio

È con queste parole che noi veniamo coinvolti nel Nome stesso di Dio, un Dio che decide di essere sempre in nostra compagnia, anche se ciò avrà una impensata e abbagliante chiarezza solo quando, alla nascita di Gesù gli verrà dato il nome di “Emmanuele, che significa: Dio con noi” (Mt 1,23). A nessuno può sfuggire che il Vangelo di Matteo – il Vangelo ecclesiale per eccellenza – è tutto quanto “incluso” tra questo primo annuncio (“Dio con noi”) e le ultimissime parole lasciateci in eredità da Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20): quasi a dirci che la storia ecclesiale consisterà tutta nel passare col nostro nome nel Nome. Allo stesso modo e nella stessa misura con cui la compagnia salvifica donataci dal Figlio di Dio si protenderà fino ad assimilarci in Sé, in una vera, mistica (cioè: realissima) incorporazione.

 

Sia santificato il tuo nome

Ogni discorso cristiano è in fondo un discorso sul Nome: sia che ci venga rivelato il “caro nome” che solo può darci salvezza (“non c’è altro Nome dato agli uomini sotto il cielo in cui possiamo essere salvati!” – At 4,12), sia che seguiamo il Maestro mentre ci svela il volto del Padre (finché possiamo davvero “santificare il suo Nome”); sia che impariamo a scoprire, con Lui, il nostro stesso nome segreto, quello che Dio solo conosce e che egli ci svelerà alla fine: “Al vincitore darò una pietruzza bianca sulla quale sarà scritto un nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap 2,17).

Il resto è tutto un itinerario pedagogico che deve condurci a questa triplice verità (il nome del Salvatore, quello del Padre, il nostro stesso “nome nuovo”).

Una pedagogia bene illuminata da tutti quegli episodi biblici ed evangelici che ci raccontano certi “cambiamenti di nome” voluti da Dio stesso. Valga per tutti il ricordo di Simone, il pescatore: l’uomo impetuoso e fragile (diremmo meglio: “impetuosamente fragile”) chiamato a diventare una roccia. Gesù – come l’uomo saggio che sa dove costruire la sua casa – attraverso il suo amore salvifico, la sua parola certa, la sua invincibile preghiera (“Io ho pregato per te, Simone…”), e il dono del suo Spirito vivificante lo renderà “pietra” su cui la Chiesa poggerà indistruttibilmente.

 

Vocazione: un nome nel Nome

Una “vocazione” – a qualsiasi meta chiami e conduca – ha senso e certezza cristiani solo se produce un affidamento e si rafforza in esso: non sono tanto dei meccanismi psicologici quelli che devono venire alla luce e devono essere analizzati, quanto la certezza di una presenza.

Conoscere e amare Cristo e ciò che è suo – in tutte le maniere possibili, rispettando tutto ciò che Gesù ci ha lasciato di suo (ricercando e venerando accuratamente tutte le “reliquiae incarnationis” depositate nella Chiesa): è questo l’unico modo perché la parola “vocazione” equivalga a “essere chiamati per nome”, per un “faccia a faccia” degno dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Varrà anche la pena ricordare che questa “intimità” (definita “sponsale” dai mistici) non accadrà davvero se rifugge dalla sofferenza: cioè dalla “gioia di essere giudicati degni di patire per il Nome” (At 5,41). In fondo, se noi non abbiamo più bisogno che ci venga cambiato il nome, è solo perché siamo stati battezzati “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, come dire che, fin dalla nascita, il nostro nome è stato sacramentalmente innestato in quello del Dio che ci ama trinitariamente. E ogni vita cristiana, dovunque siamo chiamati, consisterà .in questo mettere continuamente “il nostro nome nel Nome”, anche nelle circostanze più semplici e quotidiane: “Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa tutto fate per la gloria di Dio” (1 Cor 10).

“Anche per questo preghiamo di continuo per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata, e porti a compimento con la sua potenza ogni vostra volontà di bene, e l’opera della vostra fede; perché sia glorificato il Nome di nostro Signore Gesù Cristo in voi, e voi in lui…” (2 Ts 1,11-12).

 

Note

[1] J. Loew, Dio incontro all’uomo, Milano 1980.

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