N.02
Marzo/Aprile 1995

Esercizi spirituali e discernimento della vocazione personale

L’intento che guida questo studio non è quello di presentare semplicemente una descrizione dei molteplici aspetti-momenti, che concorrono a costituire la proposta degli esercizi spirituali, per metterne in rilievo la sporgenza vocazionale. Piuttosto, vorremmo tentare una lettura in profondità del “tempo di esercizi”, in modo da fare emergere dalla sua stessa struttura di “esperienza”, e dai diversi fattori che la compongono, l’obiettiva capacità di offrire un orientamento nella ricerca sempre impegnativa della vocazione personale.

 

Gli esercizi spirituali come “esperienza” vocazionale

La proposta degli esercizi spirituali si connota essenzialmente come un invito a condividere una “esperienza”. La categoria di “esperienza”, dopo una stagione in cui è stata ingenuamente accolta come una formula magica per “dire” la scelta di fede in termini aggiornati, sembra oggi venire guardata con diffidenza e sospetto. Per evitare che tale diffidenza investa in modo pregiudiziale la presente riflessione, pare opportuno precisare l’accezione di esperienza, cui faremo ampiamente ricorso. La precisazione è volta anzitutto a chiarire ciò che non intendiamo indicare con questa categoria: in breve, non intendiamo né un puro stato emotivo, né una sperimentazione empirica, né una relazione senza mediazioni. Queste tre riduzioni (emotivistica, sperimentalistica, immediatistica) del concetto di “esperienza” giustificano obiettivamente il sospetto verso di essa, in ordine alla sua effettiva disponibilità ad essere impiegata nell’ambito della fede cristiana. Tuttavia, proprio in quanto “riduzioni”, non esprimono adeguatamente l’oggetto cui si riferiscono. Perciò, in alternativa ad esse, tentiamo di formulare una concezione di “esperienza”, che ne rispetti l’autentica struttura e ne giustifichi simultaneamente l’impiego nella nostra riflessione. Potremmo dire così: l’esperienza è un “vissuto”, in cui l’uomo si trova coinvolto con tutta la propria intelligenza, la propria libertà e la propria sensibilità, tramite l’incontro con una realtà che lo unifica in una figura determinata.

Da questo punto di vista, parlare di “esperienza cristiana” significa in ultimo parlare di quel “vissuto”, nel quale l’uomo si rapporta all’evento di Gesù Cristo, e proprio così riceve con tutto se stesso la figura del discepolo. D’altra parte l’incontro con l’evento di Cristo, che genera il vissuto credente, è reso possibile grazie a quegli “strumenti”, che l’evento stesso ha predisposto per garantire la sua permanente accessibilità: ci riferiamo naturalmente alla Scrittura, ai Sacramenti e al Ministero della Chiesa. Tali “strumenti” trovano la loro origine e la loro efficacia nella azione dello Spirito, il quale è precisamente lo Spirito di Cristo. Dunque in definitiva è l’azione dello Spirito, che si visibilizza negli strumenti affidati alla comunità ecclesiale, ad assicurare la qualità davvero cristiana di un’esperienza.

In tale prospettiva, gli esercizi spirituali costituiscono senza dubbio una forma particolare di “esperienza cristiana”. Particolare, proprio in quanto in essi si verifica un’inconsueta “concentrazione” degli strumenti sopra accennati, la quale fa del tempo di esercizi una realizzazione paradigmatica delle condizioni di possibilità di ogni vissuto credente. Conseguentemente, la sua funzione è di offrire una “occasione favorevole”, per rapportarsi in modo adeguato alla realtà di Cristo, mediata dallo Spirito, nella disponibilità a ricevere da Lui la figura di discepolo, e a ritagliare la propria identità personale sui contorni di quella figura. In questo senso gli esercizi spirituali sono effettivamente caratterizzabili come “esperienza vocazionale”: nel senso appunto che i diversi aspetti che la costituiscono sono volti a favorire quell’assunzione dei contorni definitivi del discepolo, in cui consiste precisamente la risposta alla propria vocazione.

 

L’itinerario vocazionale degli esercizi

L’esperienza degli esercizi spirituali presenta una ricca varietà di fattori, la cui unità nondimeno è data dal convergere tutti verso una medesima intenzione: mediare l’incontro con l’evento di Cristo, in ordine alla acquisizione della figura di discepolo. A seconda del rapporto con questa intenzione di fondo, i diversi fattori si possono distinguere da un lato in “istanze oggettive”, volte a manifestare l’iniziativa assoluta da parte di Cristo di predisporre l’incontro con sé; e d’altro lato, in “atteggiamenti soggettivi” che esprimono la risposta credente alla stessa iniziativa di Gesù. Ci proponiamo allora di prendere in conto tre coppie di fattori, composte da un’istanza oggettiva ed un atteggiamento soggettivo in stretta correlazione, per esplicitarne le potenzialità in ordine alla chiarificazione della vocazione personale.

 

La Parola ed il raccoglimento

C’è ormai un consenso diffuso nel ritenere imprescindibile il riferimento alla Scrittura all’interno della proposta degli esercizi spirituali. Appunto tale riferimento costituisce “l’anima” tanto degli interventi di meditazione, quanto dei momenti liturgici. Infatti la condizione per conoscere la verità che ci fa liberi, cioè la verità in cui si identifica quel modo particolare di prendere i contorni del discepolo, che rappresenta per ciascuno la realizzazione piena di sé, è precisamente rimanere fedeli alla Parola di Cristo. Ora, è attraverso la Scrittura che, mediante l’azione dello Spirito, ci viene offerta in maniera autentica, “oggettiva”, la Parola di Gesù, o meglio la Parola che è Gesù. Non c’è dunque altro mezzo di rimanere fedeli a questa Parola, se non l’ascolto obbediente di quella testimonianza autorevole su di essa, che è appunto la Bibbia. Il “raccoglimento” è perciò l’atteggiamento rispondente all’istanza che proviene dalla Parola, quale mediazione fondamentale dell’incontro con Cristo. Il tempo degli esercizi favorisce tale raccoglimento tramite la predisposizione di un clima adeguato di “deserto”, ovvero di silenzio, di introspezione, di dialogo con Dio. Infatti è in questo clima che, attraverso le tante parole della Scrittura, si può essere raggiunti in modo privilegiato da quella Parola unica, singolare, che contiene la chiamata personale di Cristo.

 

La Presenza e l’accoglimento

Nell’ambito della proposta degli esercizi spirituali, la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, l’invito alla riconciliazione sacramentale, la possibilità della preghiera di adorazione svolgono la funzione di propiziare l’esperienza del “venirci incontro” di Dio in Cristo. L’azione dello Spirito fa sì che l’attuazione liturgica, in particolare il Sacramento, divenga lo spazio accogliente di una Presenza autentica, viva, concretissima di Gesù, Testimone del Padre. Lo Spirito del Risorto infatti rende realmente presente il Risorto, permette che veniamo davvero incrociati dal suo sguardo trasformante. Da questo punto di vista, i molteplici appuntamenti liturgici che scandiscono il tempo di esercizi costituiscono effettivamente un “vissuto” creatore e ri-creatore, un “vissuto” cioè dove il Padre attraverso lo Spirito di Cristo ci trasforma sempre di più nella sua “immagine somigliante”. L’atteggiamento soggettivo implicato in tale vissuto è allora quello dell’“accoglimento”: esso indica lo stesso che volere la volontà di Dio; volere soprattutto e innanzi tutto che la grazia dello Spirito, la quale rende figli di Dio, divenga la propria realtà. L’intuizione della chiamata personale e l’apertura disponibile ad essa non sono in alcun modo disgiungibili dalla maturazione di questo atteggiamento, che si rende possibile tramite il concreto “sentirsi raggiunti” dalla Presenza di Gesù.

 

La Compagnia e il discernimento

L’incontro con l’evento di Cristo non potrebbe essere sperimentato come Compagnia, ovvero come certezza di una prossimità permanente e salvifica, senza il rimando necessario al Ministero della Chiesa. Nella proposta degli esercizi spirituali tale rimando si concretizza in particolare nella figura del “predicatore”, che attua il suo compito ministeriale tramite lo svolgimento delle meditazioni, e la disponibilità per un servizio di assistenza e consulenza spirituale. A questo livello, l’azione dello Spirito si inserisce nel rapporto di ascolto e di confronto, che si instaura tra l’esercitante e la guida. Un rapporto che domanda certo la parola autorevole della guida; autorevole, s’intende, in quanto pronunciata non a nome proprio, bensì a nome di Cristo. Nondimeno, però, tale rapporto domanda la seria disponibilità da parte dell’esercitante a “convertirsi”, ovviamente non alla guida, ma a Cristo; o meglio, alla guida nella misura in cui si comprende che le sue indicazioni sono appunto a servizio di una decisione libera, in favore della parola promettente di Gesù per la propria vita. Questa disponibilità a convertirsi coincide con l’atteggiamento del “discernimento”, che l’istanza della Compagnia esige nello stesso momento in cui lo rende possibile. In tale prospettiva, l’esperienza degli esercizi spirituali diventa finalmente gettare tutta la propria vita, in ogni suo aspetto, sotto lo sguardo di Cristo, affinché sia Lui a fare unità, sia Lui a discernere ciò che è coerente e ciò che non è coerente con il suo progetto. Così che, progressivamente, sia ancora Lui a rendere adeguati ad assumere i contorni di quella particolare figura di discepolo, che si identifica con la propria originale vocazione.