N.02
Marzo/Aprile 1995

La proposta degli esercizi spirituali ai giovani

Ogni allenatore sa bene che non tutti possono sottoporsi ai medesimi esercizi; così come ogni educatore è ben consapevole che ogni ragazzo ha i suoi tempi di crescita e deve con sapienza pedagogica saper calibrare i suoi interventi e le sue proposte alle capacità del ragazzo e agli obiettivi specifici che si è proposto.

 

A tutti indistintamente?

Questa attenzione ai diversi soggetti non sempre, però, è tenuta in grande considerazione quando si tratta di proporre gli Esercizi Spirituali (= ES), perché si pensa che tutti i giovani vi possano partecipare indistintamente e in qualsiasi momento della loro vita. Ma l’esperienza ci fa dire che non è affatto così.

Se non si vuole vedere durante gli ES alcuni giovani “scoppiare” per mancanza di “ossigeno” o perché poco “allenati”, è indispensabile tener conto del cammino di fede di ogni giovane. Tutto ciò non per operare una “selezione della specie”, ma solo perché il danno (per sé e per gli altri) non superi di gran lunga i vantaggi che il giovane può ricevere da una sua partecipazione agli ES.

Sappiamo bene che gli ES non sono l’unica esperienza spirituale che può aiutare i giovani a maturare nella fede. Per alcuni le giornate di ritiro, i weekend dello spirito, i campi scuola o uno dei tanti Tempi dello Spirito possono essere più rispondenti alle loro capacità di ricezione, perché costituiscono un primo contatto con un cristianesimo vissuto un po’ più a fondo, dove emergono, sì, le esigenze fondamentali della vita cristiana, che richiedono già un certo impegno personale, ciò nonostante sono facilmente proponibili alla maggior parte dei giovani.

Ma quando un educatore si imbatte con un giovane al quale non è più sufficiente vivere il cristianesimo assolvendo solo ad alcuni doveri essenziali, ma sente prepotentemente in sé il bisogno di prendere con coraggio il Vangelo e lasciarsi mettere in questione da esso fino in fondo, in tutta la sfera della loro vita personale, come nel loro essere e agire nella Chiesa e nella società, allora è indispensabile proporre l’esperienza degli ES. Per questo giovane che vive il difficile momento delle scelte definitive e che si pone quotidianamente di fronte alla domanda “Che cosa esige il Vangelo per essere vissuto fino in fondo?” Gli ES possono costituire un’occasione propizia per aiutarlo a compiere un salto di qualità nella sua vita.

Lo scopo, infatti, degli ES è sintetizzato dal Card. Martini con questa frase: “esperienza forte della Parola che porta ad una conversione e donazione a Cristo e alla Chiesa nelle circostanze attuali concrete”[1] e da S. Ignazio di Loyola con queste parole: “…che io abbia un’intima conoscenza del Signore Gesù: perché conoscendolo lo ami e amandolo lo segua” (ES 104).

Pertanto deve essere ben chiaro agli educatori che propongono gli ES e ai giovani che accettano di farli che non ci si potrà accontentare di uscire dagli ES con qualche atteggiamento esteriore diverso, con qualche buon proposito di vita: mi impegnerò a pregare di più… sarò più paziente… cercherò di essere più servizievole…; né è sufficiente terminare gli ES con un po’ più di entusiasmo o di carica spirituale.

Gli ES devono essere proposti a quei giovani seriamente intenzionati ad esaminare con lucidità e con chiarezza le radici evangeliche della vita che stanno vivendo per chiedersi: “è veramente conforme al Vangelo?”. Quanti educatori sono consapevoli di chiedere questo ai giovani proponendo loro gli ES e quanti giovani si rendono conto del “rischio” a cui vanno incontro accettando di partecipare agli ES?

 

Quali contenuti?

“Da questo prima che da ogni altra cosa noi riconosciamo il giovane: l’indeterminazione. È una forza vergine che nessuna specializzazione confisca: non rinuncia ancora a niente; tutte le strade lo chiamano”[2].

Se l’indeterminazione caratterizza la vita di un giovane è anche vero che questa non può e non deve prolungarsi per tutta la vita. E ogni educatore sa bene che la sequela evangelica di Cristo, trasformata dalla vocazione in progetto di vita, dona senso e unità vera a tutta l’esistenza del giovane.

Perciò al di là dei temi che si possono proporre deve essere ben chiaro in chi guida gli ES che questi devono essere una contemplazione serena e ricca d’amore di Gesù Cristo, ponendo sempre in rilievo, molto più che le diverse circostanze concrete o gli aspetti esterni della sua vita, i suoi atteggiamenti vitali e le dimensioni essenziali della sua esistenza[3].

 

Cristo ci rivela il Mistero del Padre

“Se vuoi sapere ciò che sei non guardare ciò che sei stato, ma contempla l’immagine che Dio aveva davanti nel crearti: Gesù Cristo” (Evagrio il Pontico).

Ad evitare che gli ES diventino un’introspezione più o meno psicologica della propria vita andando a rinvangare il passato e restandone invischiati come nelle sabbie mobili, è opportuno che sia sviluppato nella riflessione e nella preghiera il tema centrale del Mistero, così come lo intende S. Paolo.

Bisogna annunciare con forza che Dio Padre ha su ciascuno di noi un disegno, un proposito, un piano o progetto di salvezza, che comprende la nostra stessa creazione, la nostra redenzione, la nostra personale vocazione nel mondo e la nostra glorificazione eterna. Il mistero, nel senso paolino, è proprio questo disegno di Dio, che si centra e si concentra in Cristo e che in lui si realizza storicamente.

Il giovane deve essere aiutato a scoprire che questo disegno è rigorosamente eterno, libero, sapiente e ricco d’amore e che è strettamente personale, come strettamente personale è il suo amore: si rivolge a ciascuno chiamandolo per nome e personalmente, in modo inconfondibile e unico: “Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni… tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo” (Is 43, 1.4). E tuttavia è un progetto di amore comunitario4. Riguarda tutti gli uomini, però non singolarmente, ma in fraterna relazione gli uni con gli altri. L’amore di Dio non separa mai; unisce e lega sempre, crea legami ogni volta sempre più stretti e forti tra coloro ai quali si indirizza.

 

Gli ES tempo di “riconoscenza”

I giorni degli ES sono particolarmente propizi per coltivare l’atteggiamento e lo spirito di riconoscenza, nel duplice senso che questa parola possiede: riconoscere = conoscere di nuovo, conoscere con maggiore profondità; e anche riconoscenza nel senso di gratitudine. La riconoscenza davanti a Dio è contemporaneamente consapevolezza e proclamazione della grandezza di Dio e della propria piccolezza, della sua bontà e del nostro peccato, della sua misericordia e della nostra radicale indegnità, della sua generosità e della nostra totale assenza di meriti. Perciò, è confessione che si trasforma in lode, in adorazione e in azione di grazia. E questo è, in fondo, il contenuto e l’essenza stessa della preghiera cristiana.

Gli ES, come momento forte nel processo di rinnovamento e di rivitalizzazione della identità cristiana dei giovani e della loro vita spirituale, devono essere un chiaro e urgente invito alla riconoscenza e, perciò stesso, un chiaro e urgente invito alla vera preghiera. Ciascuno deve sapersi personalmente implicato nel mistero, cioè nel disegno o progetto eterno, libero, sapiente, ricco d’amore e personale che Dio ha su ciascuno di noi[5].

 

“Chiunque segue Cristo, l’Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41)

Durante gli ES i giovani non devono solo essere aiutati ad incontrarsi con Cristo, Parola definitiva che rivela il mistero del Padre, ma devono anche essere sostenuti perché accolgano Cristo, Parola definitiva sull’uomo: “Cristo proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22).

I giovani di tutti i tempi si sono lasciati sempre affascinare, afferrare e convincere da Cristo, perché hanno visto in Lui l’uomo pienamente libero e totalmente per gli altri. Oggi, però, Gesù Cristo sembra esercitare un fascino tutto particolare sull’animo dei giovani, perché si presenta loro come la risposta forte e convincente a tutti i loro interrogativi espressi o inespressi e a tutte le loro “invocazioni” più o meno consapevoli.

Il suo grande potere di attrazione deriva dal fatto che Egli unisce in se stesso meravigliosamente il vigore e la tenerezza, la forza più virile e la più estrema delicatezza. È perfettamente Uomo e Uomo perfetto. Ma al di là di tutti quegli atteggiamenti che risplendono in modo straordinario nella vita di Cristo e che ogni educatore vorrebbe testimoniare con la propria esistenza e proporre con forza ai suoi giovani, ci chiediamo: qual è il “cuore” che pulsa nella vita di Gesù?

Vivere per il Regno, cioè per il Padre e per i fratelli! Visse filialmente per il Padre (consacrazione, verginità, sacrificio sacerdotale, obbedienza, povertà, preghiera…) e fraternamente per i fratelli (donazione di se stesso, atteggiamento permanente di servizio, annuncio del Regno, segni e miracoli in favore dei più bisognosi…).

Durante gli ES il giovane, contemplando il Cristo nella preghiera, sarà aiutato a riscoprire la grandezza del dono della vita e il senso da dare alla propria esistenza per essere costruttori del Regno di Dio. “Giovani, non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di durevole amore!… State in guardia contro l’inganno di un mondo che vuole sfruttare o far deviare la vostra energica e potente ricerca della felicità e del senso della vita. Ma non evitate la ricerca delle risposte vere alle domande che vi stanno di fronte. Non abbiate paura!”[6].

 

“Cristiano è chi sceglie Cristo e lo segue” (RdC 57).

Contemplare attraverso le pagine del Vangelo la vita di Gesù non è solo fonte di conoscenza, ma anche sorgente di nuovo amore. “La conoscenza affermava S. Gregorio di Nissa, si converte in amore” e S. Gregorio Magno aggiungeva: “Lo stesso amore è conoscenza”. Conoscere veramente Cristo vuol dire amarlo e amarlo e il modo migliore per conoscerlo veramente.

Ma, come affermava C. de Foucauld, “l’amore porta con sé un impellente bisogno di imitazione”. E solo l’incontro personale con Gesù è capace di trasformare qualcuno dal di dentro, dalle sue profonde radici: “Dal momento in cui ho compreso che c’era Qualcuno che mi amava, ho anche capito che non potevo più vivere senza di lui” descrive così C. de Foucauld l’esperienza della sua conversione-vocazione[7].

Come a Cesarea di Filippo (cfr. Mt 16), Gesù rivolge a ciascun uomo la stessa domanda personale e inequivocabile: “E tu che dici che io sia? Chi sono io per te? Che spazio occupo nella tua vita?”. Questa domanda è sempre attuale, ma si ascolta con una forza tutta particolare durante un corso di ES, che deve essere un’occasione strategica per provocare l’incontro personale di Cristo con i giovani e aiutarli a configurare la propria vita secondo le esigenze del Vangelo. Seguire Gesù Cristo, infatti, vuol dire essere chiamati personalmente da lui (= vocazione), per vivere con lui e con gli altri suoi discepoli (= comunione, nel suo duplice dinamismo: “cristocentrico” e “fraterno”), vivendo come lui (= consacrazione) e continuando la sua stessa azione nel mondo (= missione).

L’incontro del giovane con Cristo, durante gli ES, non può non essere pro-vocante. “Giovani, grida con passione Giovanni Paolo II, lasciate che Cristo sia per voi la Via, la Verità, la Vita! Lasciate che sia la vostra salvezza e la vostra felicità: che afferri la vostra vita tutta intera, perché raggiunga con lui tutte le sue dimensioni”. Ma è questo l’obiettivo che si prefigge di raggiungere colui che propone gli ES e il giovane che vi partecipa?

 

Per una buona riuscita

Senza avere la pretesa di consegnare “ricette pronte per l’uso”, ma scavando nell’esperienza personale, vorrei concludere queste considerazioni soffermandomi un po’ su alcuni accorgimenti “tecnici”, che possono aiutare i giovani a vivere bene gli ES.

Il silenzio esteriore che favorisca il silenzio interiore e la preghiera, è indispensabile e va esigito con forza.

La preghiera personale e comunitaria, in un corso di ES che merita questo nome, devono avere un tempo sufficientemente ampio, ma non esageratamente. Tutto durante gli ES deve essere filtrato dalla preghiera e con la preghiera; le stesse riflessioni presentate dalla guida del corso devono essere orientate sempre alla meditazione contemplativa e devono suscitare l’adorazione, la lode, il ringraziamento.

La liturgia eucaristica, come azione e orazione personale di Cristo in noi e con noi, e con la Chiesa intera, è, senza dubbio, la migliore e più perfetta adorazione, lode e azione di grazie. Perciò è necessario riconoscerle e concederle la massima importanza, dedicandole un ampio spazio di tempo e riservandole il miglior luogo e i momenti migliori della giornata, perché sia una vera celebrazione e diventi il centro vivo degli ES.

Spesso si nota da parte di alcune guide di ES una ricerca quasi spasmodica ad “inventare segni” che aiutino, si dice, la preghiera. Ma proprio per il fatto di essere “segni straordinari” il più delle volte anziché favorire la preghiera, la disturbano, perché attirano troppo l’attenzione su di sé invece di essere come degli indici puntati sul mistero che si celebra. Perché, invece di dar libero sfogo alla fantasia, non valorizzare i segni che la liturgia già prevede? Non si aiuterebbero in questo modo i giovani a partecipare “pienamente, attivamente e consapevolmente” alla liturgia?[8].

Tutti siamo consapevoli che il protagonista degli ES è lo Spirito Santo, per questo l’azione e la preoccupazione del direttore devono orientarsi, soprattutto, a non disturbare lo Spirito; e, meglio ancora, a facilitare la sua azione, a lasciarlo fare e agire liberamente, servendolo come strumento attivo e docile. La tentazione di essere protagonisti non risparmia nessun direttore di ES.

In ciascun giorno sia proposto un unico tema che dia il tono a tutta quanta la giornata, per favorire la concentrazione ed evitare la dispersione mentale.

Un quaderno su cui appuntare le proprie riflessioni può essere utile non solo per meglio focalizzare il tema proposto, ma anche per “fare memoria” di ciò che lo Spirito ha suggerito nella preghiera, quando, terminati gli ES, si ritorna a casa.

Si deve essere attenti a cambiare il luogo degli incontri, per favorire il cambio di stile in chi parla e stimolare meglio l’attenzione dei giovani ed evitare la monotonia. Per es. i momenti più propriamente di preghiera si tengano in chiesa, mentre le riflessioni è opportuno tenerle in una sala.

L’orario può favorire od ostacolare la preghiera. Il direttore degli ES dovrà discernere le esigenze concrete del gruppo tenendone conto quando formula l’orario. Sarebbe opportuno, per non rischiare di improvvisare o di cambiare ogni giorno, che i partecipanti agli ES si incontrassero qualche giorno prima e insieme col direttore elaborassero l’orario giornaliero. Questo li farebbe sentire più responsabili e più impegnati di fronte ad un orario che loro stessi hanno elaborato.

L’incontro da farsi qualche giorno prima che inizino gli ES è necessario soprattutto se i giovani provengono da esperienze diverse e non si conoscono tra di loro. Questo incontro servirà non solo a mettere a punto l’organizzazione degli ES, ma anche a conoscersi un po’ e porre così le basi per creare durante gli ES un clima fraterno che eviti la freddezza e l’anonimato e favorisca la preghiera.

 

Conclusione

Il giovane, durante un corso di ES si sente chiamato a scelte personali e definitive, non può non esser consapevole della sua debolezza e della sua fragilità, soprattutto nel portarle a compimento, e, a volte, è tentato di relegare il tutto nel regno delle “pie illusioni”. Deve essere, pertanto, aiutato ad immergersi nella preghiera e trovarvi la forza di esclamare con S. Paolo “tutto posso in Colui che mi dà la forza”. Per questo è importante sottolineare, dall’inizio alla fine, che il grande protagonista degli ES è lo Spirito Santo: a Lui deve obbedire l’educatore nel proporre l’esperienza degli ES ad un giovane; è con Lui che deve operare ogni direttore, mettendosi da parte quando è necessario; è a Lui che deve obbedire ogni giovane che desideri dare una svolta alla propria vita. Per questo è indispensabile sollecitare il giovane ad offrire allo Spirito Santo un animo aperto, disposto a tutto, senza “condizionamenti” (non facendo dire a Dio ciò che uno desidera ascoltare, né cercando “profeti” che confermino le proprie scelte), con sincerità profonda, senza rifiutare le possibili richieste di Dio. Infatti, solo se si permette allo Spirito Santo di lavorare, accogliendo la sua azione e acconsentendo attivamente con essa, ci si comporta veramente come figli di Dio: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito sono figli di Dio” (Rm 8,14).

“Giovani, accostatevi al Cristo per restare giovani!”[9], affermava S. Agostino. Credo debba essere questo l’intento di chi propone gli ES ai giovani e l’atteggiamento dei giovani che vi partecipano, perché solo l’incontro con Cristo nella preghiera può aiutare un cuore a restare sempre giovane, nutrendo un grande desiderio di “volare sempre ad alta quota”, rifuggendo la mediocrità e confidando nell’aiuto del Signore.

 

 

 

 

Note

[1] C.M. Martini, Sequela Christi, Milano ed. CVX 1990, p. 29.

[2] F. Mauriac, Le jeune homme, p. 10.

[3] Cfr. RdC 38.

[4] “Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse” (LG 9).

[5] Sarà opportuno invitare i giovani a meditare e contemplare – per lo meno nel primo giorno degli ES – in questa prospettiva di mistero e con questo atteggiamento fondamentale di riconoscenza testi tanto ricchi di contenuti come i seguenti: Ef 1,1-14; Col 1,15-23; 1 Cor 3,10-15; Rm 8,28-39; Fil 3,7-13.

[6] Dal Messaggio di Giovanni Paolo II per la celebrazione della Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 1985.

[7] “Il messaggio della fede può sorreggere il cristiano, se diviene per lui prospettiva organica e dinamica di tutta l’esistenza, luce di Dio nella sua vita” (RdC 53).

[8] “Occorre ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà, che significano, e il popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria” (SC 21).

[9] “Querite, o iuvenes, Christum, ut iuvenes maneatis” (S. Agostino, Ad frates in eremo. Sermo XLIV).