N.02
Marzo/Aprile 1995

Lo Spirito Santo primo attore dell’orientamento vocazionale

Nel 1968, a Uppsala, in occasione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, il metropolita Ignatios di Latakia sottolineò con parole mirabili l’importanza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa. Disse: “Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui: il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, il Cristo risuscitato è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, l’autorità è servizio liberatore, la missione è Pentecoste, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano è deificato”[1].

Giovanni Paolo II, nell’Enciclica “Dominum et vivificantem”, scrive: “Il soffio della vita divina, lo Spirito Santo, nella sua maniera più semplice e comune, si esprime e si fa sentire nella preghiera. È bello e salutare pensare che, dovunque si prega nel mondo, ivi è lo Spirito Santo, soffio vitale della preghiera. È bello e salutare riconoscere che, se la preghiera è diffusa in tutto l’orbe nel passato, nel presente e nel futuro, altrettanto estesa è la presenza e l’azione dello Spirito Santo che ‘alita’ la preghiera nel cuore dell’uomo in tutta la gamma smisurata delle situazioni più diverse e delle condizioni ora favorevoli, ora avverse alla vita spirituale e religiosa”[2].

E, nella Lettera Apostolica “Tertio millennio adveniente” il Papa, citando il n. 51 della “Dominum et vivificantem”, osserva: “La Chiesa non può prepararsi alla scadenza bimillenaria in nessun modo se non nello Spirito Santo. Ciò che, nella pienezza del tempo, si è compiuto per opera dello Spirito Santo, solo per opera Sua può ora emergere nella memoria della Chiesa”[3].

Entriamo, allora, nel mistero affascinante della presenza dello Spirito Santo: in Lui si coglie il senso che lega ogni cosa e si entra nell’ebbrezza d’amore, che è la festa eterna di Dio.

 

 

Il tempo della promessa

La Bibbia, che inizia con il racconto gioioso e luminoso della creazione, approda subito al dramma tenebroso del peccato; il peccato, infatti, modifica l’opera di Dio e introduce nella storia il germe della frantumazione e della morte.

Dice la Scrittura: “Udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei?” (Gn 3,8-9). L’uomo si è perso. Dopo il peccato, l’uomo fugge lontano da Dio: ma, frantumato l’anello della comunione con Dio, ogni altro anello di comunione salta e impazzisce.

L’orgoglio, infatti, non può generare comunione, perché l’orgoglio è sempre generatore di distanza: e allora anche i popoli, composti da uomini segnati dall’orgoglio, diventano incapaci di comprendersi e di accettarsi e di aiutarsi. Inizia il dramma delle guerre, che bagnano di sangue tutto il percorso della storia umana. Allora, è morta la speranza? Il peccato è l’ultima parola? Dio si rassegna a questa distruzione?

No! Dio si sobbarca della fatica divina di ricostruire l’unità: nell’uomo, tra l’uomo e il creato, tra gli uomini, tra i popoli. Dice la Scrittura: “Il Signore disse ad Abram: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione…” (Gn 12, 1-2). Dio prende l’iniziativa di ricostruire l’unità: Abramo è il primo seme che Dio getta nei solchi violenti dell’umanità. D’ora in poi la “fatica” di Dio consisterà nel formare un popolo, che, come un lievito, diventi fermento di unità dentro la storia. Quali le vie che Dio seguirà?

 

 

La “fatica” della promessa

Attorno ad Abramo si costruisce la prima famiglia della nuova umanità: Abramo è come il lembo del mantello, che Dio afferra per attirare tutta l’umanità nella via che conduce alla comunione. Ma il cammino è lungo. La decisione di Dio si fa faticosa.

Mentre si raduna, con il passare degli anni, la prima “convocazione di umanità” emerge ancora il peccato nel cuore dell’uomo e Dio è costretto a ricordare: “Circoncidete il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra nuca; perché il Signore vostro Dio è il Dio degli dei, il Signore dei Signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero…” (Dt 10,16-19). Singolare il senso di questo richiamo: Dio presenta il suo comportamento misericordioso come via che il popolo deve percorrere. Lentamente affiora la grande rivelazione di Dio-Amore.

Intanto Isaia, attraversato da un raggio di luce che gli illumina tutta la storia, annuncia che l’unità si realizzerà: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti… Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,2-4).

Ma come sarà possibile tutto questo? Isaia parla di un misterioso “germoglio”, che spunterà da un tronco apparentemente morto. Questo germoglio raccoglierà tutto l’impegno e tutta la speranza di Dio: “Un germoglio spunterà dal tronco di Lesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di Sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore…” (Is 11,1-2).

Chi è questo “germoglio”? Chi è questo “spirito”? Sarà la storia a rispondere, perché Dio ha scelto la storia come luogo in cui manifestarsi e manifestandosi Dio salverà la storia.

 

 

La promessa “rinnovata”

Sofonia, confermando la fedeltà di Dio alle sue promesse, dice: “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà col suo amore…” (Sof 3,17).

Geremia, mentre si consuma la tragedia della distruzione di Gerusalemme nella quale sembra annegare ogni sogno e ogni promessa, solennemente conferma: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova… Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo…” (Ger 31, 31-33).

Il senso da attribuire a questa “legge interiore”, nella quale consiste la nuova alleanza, diviene ancora più chiaro quando si confronta la profezia di Geremia con quella che, una ventina di anni più tardi, pronuncerà Ezechiele. Questi, infatti, vuole certamente commentare e spiegare Geremia, di cui di proposito riprende i termini. Evita soltanto di usare il termine “legge” che poteva risultare ambiguo, e parla invece di “cuore” e di “spirito”: “Vi darò un cuore nuovo, porrò nel vostro intimo uno spirito nuovo” (Ez 36, 26).

Nel versetto 27 Ezechiele spiega ciò che sarà questo “cuore nuovo” e questo “spirito nuovo”; sarà lo Spirito stesso di Dio: “Porrò nel vostro intimo il mio Spirito…” (Ez 36, 27).

Siamo al vertice della Rivelazione del Vecchio Testamento: Dio annuncia il dono del Suo Spirito per dare all’uomo la capacità di amare come ama Dio: soltanto così sarà possibile superare le lacerazioni operate dal peccato e sarà possibile costruire la comunione dei figli di Dio.

 

 

Il compimento delle promesse

“L’economia dell’Antico Testamento – scrive il Santo Padre Giovanni Paolo II – è essenzialmente ordinata a preparare e annunziare la venuta di Cristo Redentore dell’universo e del Suo Regno messianico. I libri dell’Antica Alleanza sono così testimoni permanenti di un’attenta pedagogia divina. In Cristo questa pedagogia raggiunge la sua meta: Egli infatti non si limita a parlare a nome di Dio come i profeti, ma è Dio stesso che parla nel suo Verbo eterno fatto uomo. Tocchiamo qui il punto essenziale per cui il cristianesimo si differenzia dalle altre religioni, nelle quali si è espressa sin dall’inizio la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Nel cristianesimo l’avvio è dato dall’Incarnazione del Verbo. Qui non è soltanto l’uomo a cercare Dio, ma è Dio che viene in Persona a parlare di sé all’uomo ed a mostrargli la via sulla quale è possibile raggiungerlo”[4].

Qual è la via di Dio? La risposta di Gesù è inequivocabile: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). E, concludendo la preghiera al Padre, Gesù esclama: “Padre giusto…, io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi ed io in loro” (Gv 17, 26).

Ma, com’è possibile tutto questo? Chi opererà questo prodigio inaudito? Risponde ancora Gesù: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga sempre con voi, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14,16-17).

E, nel momento in cui Gesù sulla croce completa il dono di sé in un atto totale di amore, in quello stesso momento inizia il dono dello Spirito d’Amore: “E chinato il capo, emise lo Spirito” (Gv 19, 30); “il sangue di Cristo, che, con uno spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà le nostre coscienze dalle opere morte” (Eb 9, 14).

La Chiesa vive per il continuo dono dello Spirito di Gesù. Essa sa che la Pentecoste è la sua perenne stagione e, pertanto, invoca e attende continuamente lo Spirito del Suo Signore.

 

 

Lo Spirito Santo animatore della Chiesa

Cerfaux ha descritto la Pentecoste in una pagina mirabile: “Quando l’uragano della Pentecoste si fu placato e le lingue di fuoco svanirono, i volti estasiati dei primi cristiani, traslucidi alla luce soprannaturale, espressero qualcosa del mistero che si era compiuto. Nello stesso tempo le loro bocche ‘profetavano’ e cantavano ‘in lingue’ la potenza di Dio… Lo Spirito Santo ‘completa’ i ‘cristiani’. Quelli di Gerusalemme erano vissuti con il Cristo e restarono imperfetti fino al giorno della Pentecoste. Solo allora ricevettero la suprema consacrazione cristiana. Si erano fino allora maldestramente sforzati di capire il loro Maestro; lo Spirito, nel giorno di Pentecoste, compì l’opera. Talvolta Rubens prendeva il pennello dalla mano di un allievo e, sulle linee esistenti, faceva passare il soffio della vita…”[5].

Lo Spirito Santo è all’opera: Lo si sente, ad ogni pagina degli Atti, più presente ed attivo degli stessi uomini di cui si descrive la storia e si citano i nomi. È Lui che suggerisce le parole da dire davanti al Sinedrio, ai Proconsoli o ai Governatori di Roma; è Lui che anima la predicazione degli apostoli: “La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2, 4-5).

È Lui che spinge Filippo: “Disse lo Spirito a Filippo: va’ avanti e raggiungi quella casa” (At 8, 29). È Lui che dà la forza ai martiri: “Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra” (At 7, 55). È Lui che guida Pietro: “Pietro stava ancora ripensando alla visione, quando lo Spirito gli disse…” (At 10, 19).

È lui che orienta le decisioni della Chiesa: “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso di non imporvi nessun altro obbligo…” (At 15, 28). È Lui che indica la strada agli apostoli: “Attraversarono la Frigia e le regioni della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia dell’Asia. Raggiunta la Misia si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro” (At 16, 6-7).

È lui… È Lui… ancora oggi!

 

 

 

 

Note

[1] Conseil Oecuménique des Eglises, Rapporto d’Uppsal 1968, Ginevra, 1969, pag. 297.

[2] Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem, Roma 1986, n. 65.

[3] Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, Roma 1994, n. 44.

[4] Ivi, n. 6.

[5] L. Cerfaux, La communauté apostolique, Ed. du Cerf, Parigi 1956, pp. 13-14.