Vivere dello Spirito e camminare secondo lo Spirito
La vocazione dell’uomo a percorrere la strada dell’identità e della scoperta piena di se stesso e del senso del suo essere nel mondo viene descritta da Paolo nella lettera ai Galati come una “chiamata alla libertà” (cfr. Gal 5,14). Essa non sottrae l’uomo dalla fatica del riempire di contenuto questa libertà per non renderla la prigione del proprio “io”. Nella prospettiva cristiana il contenuto della libertà è offerto dallo Spirito Santo che spinge i “chiamati” alla libertà a ritrovare proprio in lui il “cammino” della libertà, cioè il percorso sul quale orientare questa libertà perché possa giungere all’amore, perché possa condurre la persona al cuore stesso di Dio, dal quale e verso il quale lo Spirito tende. In questo contributo cercheremo di analizzare dapprima il senso dell’espressione “vivere dello Spirito” per poi passare in rassegna i contesti su cui fare esperienza di questa libertà nello Spirito per una più profonda maturazione vocazionale della persona. Fa da sfondo a questa riflessione il cap. 5 della Lettera ai Galati cui rimandiamo per un’attenta lettura ed in particolare i vv.13-25.
Vivere dello Spirito e camminare secondo lo Spirito
Nell’epistolario paolino troviamo espresso con chiarezza come all’indicativo di salvezza, che ha raggiunto l’uomo nel mistero pasquale di Cristo e nell’effusione dello Spirito Santo, corrisponda la ricerca dell’uomo di ampliare e di far risuonare tale salvezza, di cui egli è stato fatto partecipe nell’illuminazione battesimale, nell’imperativo della legge morale come esigenza scaturente dalla cura della persona non tanto di se stessa, ma per la custodia consapevole del dono della salvezza[1]. Così l’indicativo di salvezza (“Cristo vi ha liberati”) si articola nell’imperativo di salvezza (“Camminate nella libertà”). La custodia del dono della libertà si rivolge alla responsabilità della persona per trovare attraverso il paziente esercizio del vivere stesso per lo Spirito, dello Spirito e nello Spirito, il contenuto buono dell’agire cristiano. La consapevolezza di tutto ciò non esime l’uomo dall’esercizio, cioè dalla cura provvidente di sé, per far sì che la qualità della relazione tra indicativo ed imperativo di salvezza non venga a rompersi in qualche modo. Tale esigenza di esercizio, che è nient’altro che il dispiegarsi della vita virtuosa nella persona che accoglie consapevolmente il dono dello Spirito[2], si rende evidente, infatti, proprio a partire da alcune rotture tipiche del rapporto tra indicativo ed imperativo di salvezza che possono determinare “patologie spirituali” di vario genere.
Quella dell’estraneità reciproca tra indicativo ed imperativo che porta ad una vera e propria frattura tra fede e vita, come due sfere relativamente impermeabili, e che può portare ad uno spiritualismo disincarnato e senza vitalità.
Quella della sottolineatura unilaterale dell’indicativo di salvezza, fino a farlo diventare una copertura alla propria debole intelligenza di penetrare fino in fondo le dimensioni operative della libertà del cristiano nella fede o una specie di vernice atta a scusare ogni tipo di comportamento, difforme dall’amore, con la debolezza della propria volontà.
Quella di una sottolineatura unilaterale dell’imperativo di salvezza fino a far apparire insopportabile la fede cristiana ormai tramutata in un pallido moralismo, frutto di convenzione e buone regole senza fondamento e privo della convinzione che proprio nell’agire noi siamo chiamati a custodire il dono della fede.
Un’altra riflessione, particolarmente attinente al tema dell’“esercitarsi nello Spirito”, merita di essere sottolineata. L’articolazione indicativo, imperativo di salvezza si allarga, nel testo paolino cui si faceva cenno, nell’esortativo di salvezza. L’apostolo non è solo colui che propone ai suoi ascoltatori il “giogo” della libertà nello Spirito. Accanto al “camminate secondo lo Spirito” di Gal 5,16, egli pone – quasi come inclusione del brano – un esortativo: “camminiamo secondo lo Spirito” (Gal 5,25). Rifiutando ogni ruolo direttivo, l’apostolo si scopre preso nello stesso dinamismo che vuole proporre ai suoi ascoltatori. Così anche lo Spirito è realtà che misura non solo l’esercitando, ma anche l’esercitatore, non solo il “figlio spirituale”, ma la stessa “guida spirituale”. La guida non è dispensatore di una certezza che riposa dentro di lui, ma è lo scopritore di un dono che gli è più grande, che l’ha conquistato e a cui si mette umilmente a servizio. Proporre di camminare secondo lo Spirito non sottrae la guida stessa dal lasciarsi giudicare essa stessa dal cammino che vuol proporre. In questo senso l’umiltà di chi si lascia plasmare dallo Spirito non fa del rapporto tra “esercitatore” ed “esercitato” un rapporto di pesante dipendenza, ma di autentica ricerca comune di qualcosa che è più grande e che entrambi abbraccia: la libertà di rispondere e corrispondere al dono dello Spirito.
L’articolazione reciproca tra indicativo di salvezza ed imperativo di salvezza è possibile, dunque, attraverso l’accoglienza e l’azione dello Spirito Santo. “Lo Spirito che è la fonte della vita cristiana è pure la norma che regola questa vita. Lui in persona è la legge del Nuovo Testamento. S. Paolo esorta: Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito (Gal 5,25). Grandissima è la nobiltà della legge che governa la morale cristiana, è quella che motiva Dio stesso nelle sue azioni della quale vive il Cristo nella risurrezione: La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù” (Rm 8,2)[3].
Alla luce di queste osservazioni, il vivere secondo lo Spirito diventa la modalità di corrispondere pienamente alla vocazione dell’uomo pensato e creato per essere immagine e somiglianza di Dio. Tale immagine e somiglianza non è realtà statica, ma dinamica, e viene a toccare il modo di esistere inteso come un’acquisizione progressiva della modalità di agire di Dio. La sequela diventa così imitazione, assimilazione dello Spirito, per fare proprio lo “stile di Dio”, come garanzia dell’autenticità dell’uomo. È la stessa esperienza di Gesù, guidato dallo Spirito, che viene donata ed offerta all’uomo attraverso l’assimilazione delle Scritture e la partecipazione al mistero eucaristico. La “legge dello Spirito” dunque acquista alcune caratteristiche proprie della “vita dello Spirito”.
Spinge verso il centro interiore
È una forza che personalizza, cioè spinge la persona tenacemente verso il suo centro interiore, verso il suo cuore dal quale parte l’impulso al bene o l’inclinazione al male. È forza che edifica di fronte al rischio della disgregazione del peccato, che separa l’uomo da se stesso e da Dio, che soffoca l’anelito dello Spirito che dall’intimo vuole giungere a innervare tutta la persona e a renderla responsabile del suo agire.
Incide sulla volontà
È una forza che dinamizza la volontà rendendola capace non solo di “volere Dio”, ma di volere imprimere nelle cose e in sé il segno di Dio. La riflessione sui frutti dello Spirito, secondo Gal 5,22 si inserisce qui. Essi rappresentano gli atteggiamenti con i quali la persona imprime nelle cose di ogni giorno il marchio della sua appartenenza a Dio. Le cose di ogni giorno, allora richiamano la persona a iscrivere in esse il marchio dello Spirito della gioia, della pace, della bontà, della pazienza… Le cose di ogni giorno richiamano il credente che già accogliendo lo Spirito egli si è disposto verso di esse per far maturare in esse i frutti dello Spirito. In questo senso la volontà di Dio non è un volere esterno, ma, proprio perché “nello Spirito”, è intimo alla persona e fa comprendere le esigenze dell’amore non come altre, alternative, ma come l’unica possibilità propria del credente di pensare tale rapporto con le cose.
Sorregge un cammino di santità
Vivere dello Spirito significa come per Cristo fare esperienza di morte e resurrezione. La mortificazione dei desideri coincide con la resurrezione del vero desiderio dell’uomo, quello di diventare nella vita ciò che è già nell’intimo: un figlio di Dio. È lo Spirito a resuscitare continuamente nei fedeli la certezza che la “crocifissione delle passioni e dei desideri” rappresenta il momento, non esente da sofferenze, per comprendere pienamente la propria identità e per ricomprenderla continuamente davanti al ripetersi inevitabile delle esperienze della “vita secondo la carne”. Per questo lo Spirito è il presente, cioè colui che sta presso la persona, l’advocatum, chiamato a fianco dell’uomo perché la definitiva vittoria del Cristo risorto non solo venga comunicata una volta per tutte nel battesimo, ma sia presente alla persona nella sua storia di vita.
Apre orizzonti sempre nuovi
Vivere dello Spirito significa rendere il cammino dell’esistenza perennemente aperto. La chiamata a libertà dello Spirito significa per l’uomo la perenne disposizione ad avere i “fianchi cinti” e le “lucerne accese” per intraprendere il cammino mai pienamente concluso della propria conformazione a Cristo. In questa luce si comprende come la morale cristiana sia una morale aperta, aperta all’insopprimibile voce dello Spirito che chiama fuori l’uomo dalla sicurezza apparente di aver raggiunto la meta, la propria pace interiore.
È sorgente di perenne comunione
Vivere dello Spirito significa vivere la comunione. Lo Spirito è dono fatto a ciascuno, ma di una realtà indivisibile che unisce, che porta l’uomo alla riunificazione antropologica (in se stesso tra l’ideale ed il reale), teologica (tra l’uomo e Dio) e socio-ecclesiale (tra i membri della chiesa e tra la chiesa ed il mondo). Alla luce di questa operazione di riunificazione i singoli contenuti, per esempio, delle norme morali possono essere colti come richiami pressanti a cercare la comunione nello Spirito nei diversi ambiti della vita umana (nella verità dell’esistenza personale, interpersonale, sociale, religiosa ed ecclesiale).
Per una piena maturazione vocazionale
In questa seconda parte, dopo aver tratteggiato alcuni aspetti del “vivere dello Spirito” vogliamo mostrare come tale vita si esplichi nella libertà cristiana. L’esercizio spirituale allora si propone di far prendere coscienza di tutte le dimensioni della libertà. La conoscenza di queste dimensioni conduce la persona a trovare lo spazio vero ed efficace per una scelta vocazionale matura.
Libertà nello Spirito come “libertà da”
Una prima dimensione della libertà cristiana che guida alla maturazione vocazionale è quella della libertà dall’angoscia, dalla paura. L’ansia di vedere “persa” e “perdente” la vita nell’adesione a Cristo può affiorare più volte nell’esperienza spirituale. Il confronto con i modelli della nostra società genera l’angoscia davanti al tempo che scorre che la vera felicità sia altrove dalla fedeltà a Cristo e ad un progetto di vita in Cristo. Il dono dello Spirito è allora lo stimolo a superare quella che i monaci antichi chiamavano l’akèdia, cioè la noia, l’ansietà, la tristezza che fa perdere di slancio alla tensione interiore che anima l’uomo dello Spirito e che rende opache e pesanti le occupazioni di ogni giorno attraverso le quali l’uomo esperimenta la libertà nello Spirito[4]. La pesantezza, la stasi, il ritorno alla nostalgica memoria o l’affiorante desiderio di riscrivere la propria biografia paralizzano l’uomo chiamato proprio dentro la libertà nello Spirito a trovare l’orizzonte della propria vocazione. Lo Spirito ricorda che il Cristo ci ha già liberati dal peccato e dalla morte e per questo non altri desideri che l’essere in lui debbono animare il credente. L’esercizio spirituale deve allora puntare a ripercorrere momenti e situazioni in cui appare tale paralisi della libertà e pazientemente stimolare la persona a misurare le possibilità della sua libertà proprio a partire da queste situazioni. La tenacia di smascherare tutte le suggestioni che portano la fantasia verso le forme dell’altrove, dell’altrimenti possibile, del non irrevocabilmente scelto[5] ha nel rivitalizzare l’esperienza dello Spirito la sua alleata più potente. Questa libertà dalla paura di aver giocato invano la vita rappresenta solo il primo grado della libertà nello Spirito. È una libertà negativa che attende di essere riempita di contenuto positivo.
Libertà nello Spirito come “libertà per”
La libertà nello Spirito è anche energia positiva per costruire la persona, che contribuisce alla sua integrale liberazione. Nella “libertà per” emerge la tensione progettuale della libertà che non vive come “passione inutile”, ma come forza di apertura per ogni seria conversione che esige il ritorno e la riconferma su di una traiettoria ben precisa: quella segnata dalla sequela di Cristo. Nello Spirito c’è libertà e il contenuto di questa libertà è Gesù. La libertà della sequela di Cristo rappresenta dunque questa libertà riempita di contenuto, che vive della tensione affascinante del mistero di Gesù. Il cristiano, come Paolo, è un “dimentico del passato” e un “proteso verso il futuro”, ben sapendo che la traiettoria del suo futuro è tratteggiata dalle orme di Cristo del quale egli si mette alla sequela. Lo Spirito, dunque, ricorda all’uomo che fin dal suo nascere biologico, la sua vita è coincisa con il fuoriuscire da se stesso, con il rischio, con l’affidamento. La libertà dello Spirito segnala che questo esodo da stessi ha il contorno e la figura del Cristo.
La libertà nello Spirito: “liberi in”
È ancora l’immagine dell’Esodo a fare da sfondo a questa ulteriore dimensione della libertà cristiana. Il popolo è chiamato ad essere libero nella terra che Dio ha dato ai suoi padri. La libertà si radica nei luoghi in cui la persona gioca quotidianamente la sua esistenza. La forza reale del cambiamento sta nella tenacia dell’amore per quelle esperienze, per quelle situazioni, per quelle realtà in cui l’uomo è venuto a costruire la sua identità di persona. L’esercizio spirituale dovrebbe aiutare le persone a ritrovare per la libertà un luogo. La libertà tocca allora le relazioni familiari, la Chiesa, il gruppo di appartenenza. Qui e non altrove l’uomo concretizza la forza dello Spirito. La libertà cristiana conduce la persona ad appropriarsi in modo responsabile di tutti gli spazi in cui vive. Al di là di ogni separazione tra fede e vita. La sua coscienza critica di uomo del suo tempo lo porterà ad amare la sua terra e a volere per essa un progetto di libertà. Tutto questo significa a livello vocazionale la coscienza che la libertà di rispondere al Cristo che chiama si radica nella comunità cristiana, come luogo in cui tale libertà è stata suscitata e in cui viene spesa. La libertà trova la sua collocazione nella terra e nella storia, ma anche spinge la persona a far sì che proprio per quella terra e per quella storia si compia lo stesso progetto di libertà che in lui lo Spirito viene compiendo.
Libertà nello Spirito come “libertà con”
La vita secondo lo Spirito è comunione di destino con quanti con me e come me sono chiamati a libertà. La qualità delle relazioni coltivate rappresenta questa dimensione della libertà nello Spirito. In Cristo Gesù, nel suo Spirito, come ricorda Paolo, non c’è separazione. Per questo la mia libertà inizia (e non finisce!) solo dove c’è la libertà dell’altro. La libertà diventa la capacità di superare ogni formalità falsamente rispettosa dell’altro. La libertà del cristiano sa prendere a cuore la libertà del fratello, anzi in nome della sua debolezza è anche libera di rinunciare della propria libertà. Infatti, la libertà è – come ogni altra realtà dell’esistenza cristiana – misurata dalla carità. Solo l’amore può essere comandato come forma di “rapporto con l’altro” perché solo in esso vi è garanzia di libertà. L’amore dà i contorni veri della libertà sia nella sua audacia (la parresia evangelica), sia nella rinuncia ad ogni superiorità nei confronti del fratello per saper camminare con lui, perché insieme chiamati alla libertà e alla santità. L’esercizio spirituale non può allora far a meno di misurare la consistenza di questa libertà nell’amore, perché solo a partire dal dono di sé trovano inveramento tutte le vocazioni cristiane.
Conclusione
La presenza dello Spirito delinea così, come abbiamo sommariamente descritto, i tratti di quella libertà interiore che consentono di porre con verità la scelta vocazionale. Lo Spirito rappresenta, però, anche la risorsa cui riandare nei momenti di verifica e di consolidamento di tale scelta. Il superamento d’ogni ritornante ansietà, la sequela di Gesù come liberazione, la misura degli spazi della libertà e l’apertura relazionale all’altro nell’amore rappresentano così alcune caratteristiche di questa libertà interiore di chi agisce e vive secondo lo Spirito. In questi tratti possiamo trovare altrettante caratteristiche della realtà dello Spirito Santo, che non comunica qualcosa all’uomo, ma semplicemente se stesso. Lo Spirito nella Trinità è garanzia della conservazione dell’identità del Padre e del Figlio attraverso la reciproca distanziazione, lo Spirito è il luogo in cui si effonde l’amore eterno tra il Padre e il Figlio, lo Spirito è l’Uno con il Padre e con il Figlio, lo Spirito è la memoria vivente del Cristo perché davanti al Padre ogni uomo – chiamato nello Spirito a conformarsi a Cristo – possa apparire come il Figlio, unico ed amato eternamente. Un’autentica spiritualità ed un’etica sinceramente cristiana trovano proprio a partire dalla teologia dello Spirito il loro fondamento. L’esercizio cristiano della vita nello Spirito e del cammino secondo lo Spirito assume, così, i tratti di quella divinizzazione che gli antichi Padri greci vedevano come l’azione della grazia per il più perfetto compimento dell’uomo, perché l’uomo corrisponda alla sua vocazione originaria.
Note
[1] Questo è particolarmente evidente dal fatto che, per conservare il dono della salvezza, per non spegnere la voce dello Spirito che vive in lui, l’uomo può anche mettere a repentaglio la propria vita e – come nel caso del martirio – rinunciare ad essa.
[2] Cfr. per alcune idee circa il concetto di virtù P.D. Guenzi, Totalità tra valore, legge e virtù, in ‘Vocazioni’ 1/1993, 22-26.
[3] F.X. Durrwell, Lo Spirito Santo alla luce del mistero pasquale, EP, Cinisello Balsamo 1984, 133. A questo testo mi sono richiamato più volte per la prima parte dell’articolo.
[4] Per questa idea dell’akèdia cfr. l’interessante testo di G. ANGELINI, Le virtù e la fede, Glossa, Milano 1994.
[5] Ivi, 61.