Vedevo chi era il prete e di quale Amore si nutre…
“Tutto avevo pensato su di te e sul tuo futuro, ma prete mai!”. Questo fu quello che mio padre mi disse quando gli comunicai la decisione che in cuor mio avevo preso. E gli devo dare ragione: niente infatti di ciò che avevo fatto fino a quel momento poteva far pensare a che io prendessi una strada del genere, almeno nessun fatto in particolare: mi ero diplomato come tanti miei coetanei in un istituto tecnico; avevo i miei amici con i quali facevamo quello che tutti i ragazzi di 18/20 anni fanno; ho avuto un’esperienza di fidanzamento di un paio d’anni vissuta con serietà; frequentavo la parrocchia; un lavoro che mi garantiva anche una indipendenza economica (e avevo 20 anni…). Il tutto condito da una sana e comune vita familiare, di cui apprezzo sempre più il valore. Che c’era di speciale in me perché mi venisse fatto dono della vocazione? Niente di speciale, assolutamente niente: ecco la risposta che emerge, unitamente alla consapevolezza che proprio questa situazione manifesta la vocazione come un dono. Era necessaria tale premessa perché questa è la terra che il Signore ha dovuto coltivare affinché potesse portare frutto; e utilizzando strumenti quali la mia famiglia, la mia storia e il mio parroco, d. Pietro. Questo ha rappresentato per me quanto S. Paolo dice: “Paolo ha piantato, Apollo ha irrigato, ma solo Dio ha fatto crescere!”.
È stato con d. Pietro che la mia vocazione è cresciuta (dopo essere stata partorita, doglie comprese) e prendeva forma; lui, insieme ai viceparroci più e meno giovani che sono passati nella mia parrocchia, mi hanno mostrato quanta felicità si possa trovare nell’essere pastori, della e per la gente (o “da cortile”, come dice lui). Non so se ai suoi occhi avevo dato segni premonitori da cui potesse leggere qualcosa della mia scelta; in ogni caso è entrato nella mia storia vocazionale solo quando io, cosciente di averne una, anche se non sapevo ancora in quale direzione andasse, gli ho aperto la porta. Fino a quel momento sapevo che lui stava dietro questa “porta” alla quale bussava (attraverso la sua vita) e forse senza che neanche se ne accorgesse. Io vedevo attraverso d. Pietro chi era il prete, di quale Amore si nutre nella cura dei suoi parrocchiani e di quelli che bussano alla sua parrocchia. Sarebbe stato superfluo, non esagererei se dicessi che avrebbe fatto violenza, se avesse agito in modo diverso. Questa infatti è la prima cosa che ho imparato della “pastorale vocazionale” dalla sua testimonianza: la prima, e forse più efficace, “pastorale vocazionale” viene fatta dalla vita del prete, non i suoi discorsi né tantomeno chissà quali “tecniche pastorali”.
Dopo questa lunga preparazione, in cui tutto scorreva liscio, si fece impellente per la mia vita una scelta che le desse un senso, del quale sentivo il desiderio ma che non si stava realizzando. Alcune tappe hanno segnato questo cammino. Ho vissuto la prima da solo, con Dio: io e Lui, davanti a me nell’Eucaristia, l’uno di fronte all’Altro: lì si doveva decidere qualcosa. Perciò Gli dissi (mai con tanta serietà): “Caro Dio, io sto qui, zitto e disponibile ad accogliere la tua volontà. Ora sta a Te farmi vedere cosa hai preparato per me”. Tante volte infatti avevo sentito dire da d. Pietro che prima o poi arrivava il momento in cui una persona doveva tacere, per far parlare Dio: e forse l’avevo già abbastanza “stordito” con le mie chiacchiere al punto che non avevo più niente da dirgli di me. Così nei giorni successivi a questo incontro gradualmente emergeva dentro di me un pensiero circa il diventare prete, di fronte al quale con la stessa gradualità tutti gli altri perdevano d’attrattiva. Ecco come Dio mi rispondeva e come le parole del pio parroco venivano confermate.
Un’altra tappa fu quando comunicai a d. Pietro quello che stavo decidendo. Da quel momento la sua guida fu quella di un vero pastore (che conosce le sue pecore) il quale, con fermezza come con amorevolezza, guida un adolescente nella fede a diventare un adulto capace, cioè, di fare scelte importanti, definitive. Fu così che vivemmo insieme momenti in cui mi metteva davanti le difficoltà che avrei incontrato, come altri in cui dovette sostenermi, perché da solo non ce la facevo. Qui ho visto la sua serietà e il suo amore disinteressato.
Qualche semplice fatto.
Appena una settimana dopo che ebbi informato d. Pietro della decisione che volevo prendere, mi arrivò un telegramma che mi comunicava che avevo vinto il concorso fatto in precedenza per un posto di lavoro al Ministero dei Lavori Pubblici. Era piena crisi. Eppure in quell’occasione, che lui capì bene, ebbe il coraggio di dirmi che forse era meglio ripensarci e accettare il lavoro. Sul momento fu per me una momentanea liberazione; ma… ero stato serio con Dio e riconobbi come in quell’evento Lui fosse altrettanto serio facendomi subito vedere a cosa avrei rinunciato se l’avessi seguito. Così cominciai sì il lavoro, ma con la consapevolezza che se fossi entrato in seminario (niente infatti era per me deciso, ero ancora aperto a tutte le soluzioni) quei mesi di stipendio sarebbero serviti per pagarmi gli studi.
Circa un paio di mesi dopo, d. Pietro mi disse che era necessario che parlassi col Vescovo di settore, perché potesse fare un primo discernimento (solo qui in seminario ho poi capito chi è il Vescovo e che ruolo ha nella Chiesa). Per me il passo sembrava più lungo della gamba: non lo conoscevo personalmente; poi ero appena all’inizio di tutto; forse non ne ero neppure sicuro fino in fondo. Inoltre in coscienza non mi sentivo tranquillo nei confronti dei miei genitori: loro non sapevano niente (come nessun altro) e avrei dovuto dire il più grande segreto della mia vita a un estraneo? Fosse stato per me avrei mandato tutto all’aria. Ma questa era una prova che dovevo superare. Dopo tutto sentivo che dovevo verificare anche me stesso. Nel frattempo d. Pietro non fece niente se non aspettare con pazienza la mia decisione. E andai dal Vescovo, col risultato che mi confermò il tutto.
Venne il momento di dirlo ai miei. La lotta che avevo nell’anima è inesprimibile: dirlo? Perché non tacere? Tornare indietro? Ma dovevo dirglielo. Come l’avrebbero presa? Non me la sentivo proprio, so poi che avrei fatto loro del male. In questa situazione d. Pietro mi ricordò di Abramo e del sacrificio di Isacco (che avremmo letto poi la veglia di Pasqua, pochi giorni dopo). Mi consigliò di sentirmi disposto per Dio a mettere sull’altare del sacrificio il mio legame con mamma e papà, come Abramo con Isacco, Dio Padre con Gesù sulla croce. Questo però con la certezza che come Abramo riebbe suo figlio, come il Padre risuscitò il Cristo, così i miei affetti familiari più intimi avrebbero avuto nuova vita, quella vera. Feci come dovevo fare (con questi sentimenti fui io a leggere la lettura di Abramo). E dopo quattro anni di seminario io amo mio padre, mia madre e mia sorella come mai avrei potuto immaginare.
Certo questi fatti possono non dire niente e sicuramente dicono poco rispetto a tutto quello che abbiamo vissuto insieme, io e d. Pietro, con le sofferenze necessarie per partorire questa vocazione seguite però dalla gioia perché ormai essa è venuta alla luce e cresce sana. E ora riconosco, vedendo i risultati, come il suo ruolo è stato quello di discernere quale era la cosa migliore per me, mettendomi sempre di fronte a scelte serie, che stava a me fare, con tutta e solo la mia libertà; col rischio anche che io mi ribellassi buttandomi tutto alle spalle, cosa che d’altronde avevo già fatto quando decisi di prendere questa strada (e lui lo sapeva bene). In questo si è anche dimostrato coraggioso.
Tutto ciò mi ha insegnato da una parte come il pastore cammina insieme alle pecore, stando anche in mezzo al gregge, per poter frenare chi accelera troppo il passo o per incoraggiare e sostenere chi invece cammina a stento (e questo è quello che d. Pietro ha fatto con me); dall’altra che con Dio a volte bisogna saper rischiare, perché “chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto”.