La vita dell’uno è legata alla vita dell’altro
Un reciproco annuncio vocazionale
Quando si parla di vocazioni e si intende riferirsi ad una vocazione specifica (il ministero, il matrimonio, la vita consacrata, il laicato) si corre il grave rischio di perdere di vista l’intero e non intendersi più. Ricordo alle scuole elementari le lezioni in cui la maestra ci regalava – a nostra insaputa – i rudimenti della logica con la teoria degli insiemi. La linea bianca e polverosa tracciava sul nero della lavagna ellissi che, come recinti, raccoglievano elementi accomunati da caratteristiche simili. Certe intersezioni ne costringevano alcuni a una doppia o tripla appartenenza delineando aree che come terre di mezzo davano la curiosa impressione di una realtà complessa e ci liberavano dallo schema di credere di poter definire le cose in maniera univoca: «Le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà» (LS, 63).
Pensare le vocazioni specifiche somiglia quasi sempre e in tutti gli ambiti alla demarcazione di linee di confine che permettano di descrivere l’identità dell’uno o dell’altra per differenza o per analogia, quasi mai per complementarità. Nel corso degli anni il Magistero e la teologia hanno lavorato per definire l’identità e la missione del presbitero, la vocazione alla vita consacrata, la teologia del diaconato permanente, la spiritualità matrimoniale e quella dei laici. Molto si è studiato, scritto e insegnato ed è un tesoro prezioso aver indagato e descritto le caratteristiche e le peculiarità dei singoli insiemi intendendoli – nel pensare comune – come insiemi disgiunti. Tuttavia, perché si possa progredire è necessaria una conversione, un rinnovato cambiamento di mentalità e immaginare non soltanto le intersezioni, ma soprattutto le interazioni reciproche. Si tratta, in altre parole, di imparare ad osservare non alla maniera statica del concetto quanto secondo il dinamismo, il movimento, la reciprocità della quale tutta la realtà fa parte. «La convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS, 16) ci può far considerare che ogni connessione – come accade nella rete – è scambio di comunicazione e di energia, veicolo che trasporta un messaggio, un annuncio di vita. Non solo è così fin dall’inizio delle Scritture, «la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro» (Gen 44,30) ma è il modo proprio del propagarsi del Vangelo– «da persona a persona» (EG, 129) – e della vita dello Spirito che scorre nella Chiesa e nella storia come attraverso un reticolo di vasi sanguigni che porta la linfa a tutto il corpo.
Gli uni per gli altri
In questa prospettiva, diventa interessante approfondire la vocazione non soltanto per ricomprendere la sua essenziale caratteristica comunitaria[1] ma soprattutto per mettersi alla ricerca di quel singolare annuncio di vita affidato ad ognuna delle vocazioni, che sono a servizio le une delle altre: «La missione al cuore del popolo [infatti] è qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi» (EG, 273). In altre parole, se esiste una vocazione dell’intero corpo ecclesiale che è la missione di annunciare il Vangelo e portare a tutte le genti la Salvezza che viene dal Signore, se esiste la vocazione di ciascuno dei suoi membri che rende carne e fa prendere corpo alla chiamata universale della Chiesa stessa, esiste anche una parola che risuona nel reciproco e complementare annuncio delle loro vocazioni, a servizio di tutti coloro che la vogliano ascoltare.
Forse, il pensiero è ancora acerbo e l’intuizione ha bisogno di ulteriore approfondimento, ma il sentiero che guida la ricerca è segnato da una conversione di sguardo che permetta anzitutto di considerare, conoscere, stimare le singole vocazioni nella Chiesa per riconoscerne il sapore, l’importanza, la missione specifica di marcare un tratto di Vangelo a servizio di tutto il Corpo. Si tratta di riconoscere che le vocazioni nella Chiesa non demarcano territori esclusivi, ma sottolineano aspetti complementari dell’unica vita cristiana che è la vita di Cristo donata «per la vita del mondo» (Gv 6,51). Cristo, infatti, è forse diviso? (cf. 1Cor 1,13). La sua opera si realizza attraverso una distinzione di compiti soltanto, oppure ogni singola vocazione occupandosi di un aspetto particolare del Vangelo ne richiama l’importanza a tutti? Che cosa – è la postura che possiamo assumere – questa forma vocazionale, diversa dalla mia, mi annuncia? Si tratta, in questo modo di ‘interessarsi’ delle vocazioni, gli uni degli altri, non solo per riconoscere l’opera condivisa, ma anche per imparare ad ascoltare l’annuncio che mi riguarda.
La vita consacrata, ad esempio, che fa della professione dei consigli evangelici il nodo portante che dà forma alla vita, ne annuncia la ricchezza per la vita di ciascuno: castità, povertà e obbedienza, infatti, sono il modo di vivere di Cristo, riguardano ciascun battezzato e sono annuncio di vita piena per ogni uomo (cf. GS, 22). L’amore sponsale che riguarda in maniera particolare la vocazione matrimoniale annuncia alla vita dei celibi la drammatica concretezza dell’amore che dona la vita nel concreto della storia, costringe ad una fedeltà che è chiamata ad attraversare la buona e la cattiva sorte, in tutti i giorni della vita e annuncia a chi vive nel celibato l’esigenza di un amore concreto, che si realizza nei fatti, più che nelle parole. Viceversa, la coppia riceve dal celibe l’annuncio riguardo la destinazione ultima della vita, la possibilità di affidare a Dio il frutto dei propri gesti e l’orizzonte da mantenere sempre ampio, dell’amore. La vita missionaria marca in maniera insistente la spinta del Vangelo a non poter essere contenuto, invita a lasciar correre la Parola fino agli estremi confini della terra perché anche i confini più ristretti, della propria casa, del proprio ambiente lavorativo, della propria quotidiana realtà, possano essere riconosciuti come terreno nel quale disperdere il seme buono di Dio, da persona a persona (EG, 169). La clausura, non solo nell’eterno ritorno del chiostro, annuncia che l’unica via d’uscita possibile di molte situazioni della vita è lo sguardo rivolto verso il Cielo ma soprattutto rimarca l’esigenza della custodia nelle relazioni, il riconoscimento di quella preziosità dell’altro, delle sue parole e della sua vita che esige quel pudore che sempre si riferisce all’intimità della persona[2] perché ne sia custodita. C’è un interesse reciproco tra le vocazioni, ancora tutto da esprimere e osservare attentamente per imparare ad ascoltarne il racconto, la narrazione che la meravigliosa opera dello Spirito ha tessuto lungo i tempi, nella Chiesa e nella storia.
[1] Ogni vocazione, infatti, si declina necessariamente al plurale perché non è mai soltanto la ‘mia’ ma sempre la ‘nostra’. Ciò è evidente nella vocazione matrimoniale che non esiste senza la coppia, senza che i due futuri coniugi abbiano acconsentito e riconosciuto un’opera comune, l’uno per l’altra e insieme per gli altri. Il medesimo orizzonte è in ogni vocazione ecclesiale che traccia un’appartenenza più o meno marcata sia con chi condivide la medesima ‘forma di vita’ sia con le altre vocazioni all’interno della Chiesa.
[2] K. Wojtyła, Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale, Genova-Milano 1980, 1983; orig. polacco, Mitość i odpowiedzialność, Krakow 1960, 211.