Per una parrocchia comunità tutta ministeriale
L’aggiunta iniziale al titolo, per, esprime l’intenzione e il senso compiuto di questo intervento. Intendo dire che occorre guardare avanti (Cfr. Fil 3,13-14), fugando la tentazione di voltarsi indietro – come ammonisce il Vangelo – e cercando di non appiattirsi sul presente. Un presente che vede le nostre parrocchie non migliori della gente che le popola, oscillante tra il rimpianto di un passato immaginario e un futuro che si vorrebbe diverso ma ad opera di altri, in particolare dei responsabili della politica. Solo una minoranza di parrocchiani ha scienza e coscienza per non credere a dietrologie e a velleità e per “pagare di persona”. Questa minoranza è grazia, è realtà.
Guardare avanti significa partire da questa minoranza con la lucida intuizione che ci sono punti di non ritorno per una Chiesa che vuole essere memoria viva e profezia del suo Signore e del grande evento del Vaticano II, al quale la Chiesa stessa guarda “come grazia di Dio e dono dello Spirito Santo, come legittima e valida espressione o interpretazione del deposito della fede, come si trova nella Sacra Scrittura e nella viva tradizione della Chiesa” (Sinodo dei Vescovi 1985, Relazione finale, 1,2).
Uno dei punti di non ritorno è la ministerialità che struttura la Chiesa, contribuendo a darle il genuino volto di Chiesa di Cristo che si mette a servizio.
Che le parrocchie oggi abbiano maggiore o minore coscienza di dover essere comunità ministeriali e che alla coscienza aggiungano in maggiore o minore misura l’impegno quotidiano a diventare comunità tutta ministeriale appartiene di per sé alla ricerca sociologica, qui di non nostra competenza e capacità; a noi compete proporre e crescere in quell’impeto che, almeno in alcuni, non può mancare, affinché le parrocchie diventino “ciò che sono”; a noi occorre una mentalità progettuale e la capacità di aiutare tutti ad “andare oltre”.
Ministerialità e ministeri nella Chiesa
Due testi del Vaticano II orientano con lucida precisione verso l’affermazione e la comprensione dei ministeri nella Chiesa e, prima ancora, della ministerialità dell’intera Chiesa.
“Il Signore Gesù, prima di immolare in assoluta libertà la sua vita per il mondo, organizzò il ministero apostolico e promise l’invio dello Spirito Santo, in modo che entrambi collaborassero, sempre e dovunque, nella realizzazione dell’opera di salvezza. Ed è ancora lo Spirito Santo che in tutti i tempi unifica la Chiesa tutta intera nella comunione e nel ministero e la fornisce dei diversi doni gerarchici e carismatici, vivificando – come loro anima – le istituzioni ecclesiastiche ed infondendo nel cuore dei fedeli quello spirito missionario da cui era stato spinto Gesù stesso. Talvolta anzi previene visibilmente l’azione apostolica, come incessantemente, sebbene in varia maniera, l’accompagna e la dirige” (AG 4).
“I cristiani, avendo carismi differenti, (Rm 12,6), devono collaborare alla causa del Vangelo, ciascuno secondo le sue possibilità, i suoi mezzi, il suo carisma e il suo mistero (1 Cor 3,10). Tutti dunque, coloro che seminano e coloro che mietono (Gv 4,37), coloro che piantano e coloro che irrigano, devono formare una cosa sola (1Cor 3, 8), affinché tendendo tutti in maniera libera ed ordinata allo stesso scopo”, indirizzino in piena unanimità le loro forze all’edificazione della Chiesa” (AG 28).
Nei due testi risaltano le seguenti affermazioni che si possono considerare come “coscienza” attuale della Chiesa.
– Tutta la Chiesa è mossa dallo Spirito Santo con un’azione mirata a unificarla nella comunione e nel servizio (koinonia e diaconia). Ne segue che la Chiesa nella sua integralità è comunionale e diaconale.
Inoltre tutta la Chiesa è fornita dallo Spirito di doni gerarchici, apostolici e carismatici, cioè la Chiesa è nella sua integralità apostolica e insieme carismatica. Carismi e ministeri non si oppongono ma si richiamano a vicenda.
– Accanto alle persone come soggetti titolari di carismi e ministeri viene posto un soggetto collettivo: la Chiesa in quanto popolo di Dio. Anzi secondo la logica propria del Vaticano II, “prima” è il popolo di Dio, un popolo sacerdotale – profetico – regale (o comunionale – profetico e liturgico – ministeriale)) e, in esso, esistono i diversi doni (carismi e ministeri) tutti tendenti “al bene di tutto il corpo” (LG 18). I ministri ordinati, dotati di sacra potestà, “sono a servizio (inserviunt) dei loro fratelli” (ivi).
Esiste dunque un ministero (equivalente di ministerium, diakonia) proprietà – per così dire – dell’intera Chiesa che si esprime in vari ministeri. Le implicanze pastorali sono notevoli. Ad esempio, soggetto pieno di liturgia e di azione pastorale non è il pastore, ma il popolo di Dio (nelle sue forme di Chiesa locale, “assemblea”, comunità).
– L’origine, la sorgente dei ministeri è carismatica, risiede cioè nei doni o carismi dello Spirito diffusi con mirabile ampiezza e sapienza (AG 28; Cfr. LG 12, AA 3, AG 4). Struttura apostolico – ministeriale e struttura carismatica della Chiesa sono come poli distinti e correlativi. Di qui sgorgano i criteri di responsabilità e corresponsabilità, di sussidiarietà e “sinodalità”, di unità e di sana autonomia (Su questo Cfr. AG 28), di “organizzazione” generale dei ministeri ecclesiali (AG 29): tutti vanno “vivificati” e vissuti nello Spirito.
– Carismi e ministeri sono attinenti, anzi sono componenti della missione della Chiesa. L’evangelizzazione si compie attraverso il contributo qualificante di persone portatrici di carismi e ministeri.
Valore e limiti di una formula
Non è dunque infondata l’espressione: Chiesa ministeriale con la sua accentuazione: Chiesa tutt’intera ministeriale.
In questo senso si espressero i Vescovi francesi[1] e i Vescovi italiani[2].
Occorre però riconoscere che l’espressione può essere un po’ riduttiva non lasciando bene evincere l’elemento di carisma. Ciò dipende dall’uso storico che si è fatto del termine “ministero” e da un vocabolario odierno un po’ confuso[3].
L’evoluzione del termine ministero e ministerialità peraltro non ha mancato di suscitare dubbi, sospetti e apprensioni ai vari livelli di ricerca teologica, di prassi pastorale e di disciplina ecclesiale. Eco autorevole se ne è fatto il Sinodo dei Vescovi 1987 sia nella sua preparazione (Cfr. Instrumentum laboris) sia nel suo svolgimento (Cfr. interventi e “propositiones”, nn. 18-19). Il documento post-sinodale Christifideles laici, recepisce e chiarifica la perplessità e le esitazioni “pratiche” e orienta in modo sereno, elencando precise acquisizioni: si possono chiamare punti di non ritorno e lasciando aperte alcune questioni.
Le acquisizioni universali, cioè appartenenti alla “coscienza” dell’intera Chiesa, sono le seguenti:
– La Chiesa è mistero di comunione (nn. 18-19). Ciò che è comune viene “prima” di ciò che è distinto.
– La comunione è organica: vive dei due poli di unità e diversità. La legge portante è la complementarietà: ogni fedele è in relazione con tutto il corpo e ad esso porta il suo contributo (Cfr. n. 20). Ciò che distingue il fedele (christifideles) “non è un di più di dignità ma una speciale e complementare abilitazione al servizio” (ivi).
– Esiste, fin dalla tradizione apostolica, una “costituzione ministeriale” della Chiesa e delle Chiese. Si esplica nei ministeri, come pure nei doni e compiti ecclesiali, che sono molteplici e diversi (Cfr. n. 21). I ministeri ordinati hanno carattere fondante, specifico, necessario e abilitante al servizio di tutto il popolo di Dio (Cfr. n. 22). Ministeri, uffici e funzione dei fedeli in condizione laicale vanno affermati, rispettati nella loro qualità sacramentale, e promossi; vanno poi esercitati “in conformità alla loro specifica vocazione laicale, diversa dai ministeri ordinati” (n. 23). I carismi sono espressione della “carismaticità” della Chiesa; dati a persone singole possono però essere condivisi e si esercitano nella Chiesa “con riferimento e sottomissione ai Pastori della Chiesa” (n. 24).
Restano aperte invece questioni di “diversi problemi teologici, liturgici, giuridici e pastorali sollevati dall’attuale grande fioritura di ministeri affidati ai fedeli laici” (n. 24) e della ministerialità nella Chiesa delle donne. Aperta mi sembra anche la questione di considerare a se stanti ministeri e carismi.
In conclusione, la Chiesa e, in essa la Parrocchia, è e può dirsi comunità-ministeriale e la sua ricchezza, cioè la forza per la sua missione, è data dai carismi e ministeri in essa presenti. Lo è se fa spazio non tanto a molteplici servizi, funzioni e attività ma se è profondamente carismatica, dunque vocazionale e protesa al servizio mediante i doni. E se vive la sua ministerialità in coerenza con il suo essere mistero e missione.
Nella prassi ecclesiale, si evidenzia un certo ritardo nell’accogliere e nell’approfondire il rapporto vigente tra la Chiesa e lo Spirito Santo. La Chiesa è certamente creatura dello Spirito Santo ma si può dire che ne è anche sacramento, cogliendone le implicanze pastorali. Non si dimentichi poi che lo Spirito Santo è sempre lo Spirito di Cristo e nessuna antitesi può esserci tra lo Spirito e Cristo.
Parrocchia, ministerialità e vocazioni
L’ultimo accenno invita ad indagare sul rapporto tra ministeri e vocazione/i e sul compito specifico della parrocchia in ordine a tale rapporto. Il rapporto tra ministeri e vocazioni esige qualche chiarificazione.
Chiarificazione di terminologia.
Vocazione è termine a sé, irriducibile ad altri significati oppure è sinonimo di carisma e di ministero?
Propenderei per la seconda opzione non tanto nel senso che si possono usare i vari termini indistintamente, cioè confusionalmente, ma nel senso che, ricondotti ad unità, i termini esprimono il medesimo contenuto, la stessa mirabile realtà, pur con accentuazioni proprie.
“Ogni vocazione è dono (carisma/ministero nel significato paolino) dello Spirito; e soltanto nello Spirito si percepisce la vocazione e ad essa è possibile dire di sì. Come ancora nello Spirito è riposta la fecondità vocazionale della Chiesa; e per mezzo della consacrazione (unzione) dello Spirito ogni vocazione diventa dono di Dio stesso, per la Chiesa e per il mondo” (P.P.V. n. 4). Cioè diventa ministero (in senso ampio).
Si notano nel testo sia il medesimo contenuto sia le accentuazioni proprie di ogni termine. Vocazione è vocabolo che accentua la derivazione della fonte cioè dello Spirito (in ciò è simile al carisma) e mette in risalto anche la risposta umana; mediante il sì umano, la vocazione si fa dono – ministero a favore degli altri. Ministero mette l’accento sulla visibilità, sull’incarnazione e “umanizzazione” del dono – vocazione che diventa in tal modo un impegnato servizio.
Chiarificazione circa il “dinamismo vocazionale”
“Un vero dinamismo vocazionale si nasconde nel profondo della Chiesa ed appartiene al suo essere prima ancora che al suo operare. La vocazionalità della Chiesa affonda così le sue radici nel mistero trinitario che essa ha in sé, e soltanto da questo ogni vocazione prende origine e significato nella Chiesa. Ma la Chiesa, che è vocazione per nativa costituzione, è anche generatrice di vocazioni. Ciò riguarda senza dubbio la Chiesa universale ma in modo speciale si attribuisce alla Chiesa particolare. Verso tutte le vocazioni, ma in particolare verso quelle di speciale consacrazione, essa esercita una vera funzione mediatrice, grazie: ‘alla sua natura sacramentale’, che fa della comunità cristiana un vero ‘segno’ e ‘luogo’ in cui si afferma il primato del Padre che chiama mediante Cristo nello Spirito; ‘al suo mistero di comunione’, perché “servire la comunione nella Chiesa significa curare le diverse vocazioni ed i carismi nella loro specificità ed operare affinché si completino reciprocamente, così come le singole membra nell’organismo” ed infine ‘alla sua missione’, in quanto le vocazioni sono per la missione, la quale esige vocazioni perché sia operante nella storia la “diaconia” di Cristo e la Chiesa nel mondo si mostri ‘sacramento universale di salvezza’ (P.P.V., n. 5). La Chiesa genera vocazioni in forza del suo essere carismatica – ministeriale.
La parrocchia per le vocazioni
“La Chiesa particolare deve essere sempre in stato di vocazione e di missione, di appello e di risposta… È quindi suo dovere essenziale accogliere, discernere e valorizzare tutte le vocazioni[…]La vocazione e la missione della Chiesa particolare si esprimono soprattutto nella comunità parrocchiale. Essa è luogo privilegiato di annuncio vocazionale e comunità mediatrice di chiamate attraverso ciò che ha di più originale e caratterizzante: la proclamazione della Parola che chiama, la celebrazione dei segni della salvezza che comunicano la vita, la testimonianza della carità e il servizio ministeriale. L’annuncio vocazionale deve dunque innervare tutte le espressioni della sua vita. Nella pastorale ordinaria di una comunità parrocchiale, la dimensione vocazionale non è dunque un qualcosa in più da fare ma l’anima stessa di tutto il servizio di evangelizzazione che essa esprime” (P.P.V., n. 26).
La parrocchia è un luogo privilegiato perché basico, fondamentale. Più che primario (si deve dire piuttosto della famiglia) lo chiamerei appunto fondamentale: offre i fondamenti dello sviluppo delle vocazioni verso la loro destinazione storica, la ministerialità multiforme e operosa.
I ministeri parrocchiali per le vocazioni
Ogni ministero operante nella parrocchia tende, in via generale, a “edificare il corpo di Cristo che è la Chiesa”. Edificare riguarda i fondamenti, le strutture portanti e le integrazioni, più o meno necessarie.
Ai fondamenti e alle strutture portanti appartengono le vocazioni di speciale consacrazione: quelle ordinate, come espressione della “apostolicità”; quelle “religiose” come espressione della carismaticità dell’intera Chiesa.
Si profila dunque una priorità, anzi un’obbligatorietà nei confronti di tali vocazioni da parte della comunità ecclesiale parrocchiale, presa nel suo insieme, e da parte dei ministri in essa presenti e operanti.
Di qui promanano due conseguenze: la non settorialità dei ministeri. Si vuol dire che ogni ministro nella Chiesa è a favore di tutta l’azione ecclesiale. Quando prevale una concezione settoriale, intenta soltanto al proprio compito, si traduce di fatto in assenza e indifferenza verso la crescita delle comunità; un richiamo a parrocchie e “ministri” (in particolare a quelli collettivi come associazioni e movimenti): quale fruttuosità mostrate in campo vocazionale? non rischiate di essere parassiti che utilizzano preti e religiosi/e senza darne alla Chiesa?
Istanze e potenzialità da sviluppare
Nell’ottica scelta all’inizio, quella di guardare avanti, ciò che importa ora, ai fini del nostro lavoro specifico, è di partire dall’esistente e dal vissuto delle parrocchie. In essi emergono istanze ed è possibile individuare potenzialità; le prime vanno ascoltate e prese sul serio, le seconde sono da sviluppare e, meglio, da portare in fase di piena realizzazione.
Sinteticamente riassumo in proposte – o anche provocazioni – quanto la sapienza e la creatività degli operatori pastorali e, in particolare, i CDV possono mettere a disposizione delle parrocchie[4].
1) Stimolare e sostenere le parrocchie ad attuare il “principio del rinnovamento”, aprendosi all’azione dello Spirito e crescendo nella fedeltà a Dio e all’uomo.
2) Esorcizzare ogni forma di “parrocchialismo”, puntando ad una forma di comunità parrocchiale “popolare”, flessibile, integrata. L’integrazione con altre forme di aggregazione e di comunità va cercata anziché subita.
3) Concorrere in modo adeguato alla vita delle parrocchie perché si realizzino secondo la loro nota caratteristica di “comunità di servizio”. La comunità parrocchiale rende adulte le sue caratteristiche di comunità di fede, di preghiera, di annuncio e catechesi, di liturgia viva e partecipata se diventa e opera come una comunità di carità, di amore operoso e solidale. La parrocchia forma al servizio i suoi membri mentre ne accoglie e ne utilizza l’attività molteplice.
Così si realizza “nel territorio”, considerandolo non tanto come un contenitore quanto un “luogo” teologale e pastorale. Si apre lo spazio per l’esercizio della gratuità e del volontariato (note non sempre presenti – lo dico per inciso – nelle nuove generazioni, anche quelle “vocate”).
4) Infine aiutare le parrocchie ad accogliere con gratitudine e a vivere con maggiore dedizione la complessità di una comunità ministeriale. Il passaggio della concezione della parrocchia da territorio ecclesiastico a “una certa comunità dei fedeli”, recepita e sancita nel Codice di Diritto Canonico, risponde ad una logica profonda che si vuole persino rivoluzionaria. Soggetto unitario di santità, di mediazione salvifica e quindi di azione pastorale, di compresenza e di corresponsabilità non è tanto un singolo elemento della Chiesa – sia pure singolare nella sua origine e autorevolezza come è il “pastore” – quanto il popolo di Dio nella sua forma storica di comunità ecclesiale che vive di comunione – per – la missione. Non esiste dunque il parroco come sinonimo della parrocchia o come separato da essa; esiste una comunità ecclesiale nel cui seno la grazia del Signore suscita responsabilità ministeriali varie e molteplici per un integrale servizio missionario. Ministero ordinato e ministeri “laicali” si armonizzano reciprocamente, senza snaturarsi e senza sopraffarsi.
Tutto ciò pone una non breve serie di interrogativi sulla qualità pastorale dei presbiteri e dei laici. Il paradigma a cui deve ispirarsi la prima è la presidenza dell’Eucaristia e, dunque, della comunità.
Il presbitero è chiamato a una presidenza tanto ospitale quanto imprevedibile, con viva coscienza – come ho già ricordato – che lo Spirito Santo “talvolta previene visibilmente l’azione apostolica, come incessantemente in vari modi l’accompagna e dirige” (AG 4).
Quanto ai laici, il problema vero mi sembra essere quello che essi diventino, oggi, e si costituiscano come soggetto di pastorale anziché restare solo oggetto destinatario. Con quali modi e strumenti? La risposta è ancora acerba, a cominciare dall’ “empasse” posto dal Diritto Canonico che non riconosce ancora ai “cristiani comuni” nessuna modalità per esprimersi come soggetto collettivo. Si aggiunga l’esilità degli strumenti a disposizione per influire sulle decisioni che contano; lungi dal voler discutere il diritto di chi ha autorità per “prendere la decisione”, mi sembra che si debba rivendicare il diritto ad “elaborare” o preparare le decisioni.
In questa prospettiva sembra opportuno ripensare la funzione dei gruppi e delle associazioni giovanili che, talvolta, al di là delle intenzioni, contribuiscono a fare dei giovani altrettanti soggetti separati della vita ecclesiale parrocchiale, visti soltanto come utili strumenti per attuare quanto altri pensano, impostano e decidono.
Conclusione
Due richiami o, meglio, due fraterne sollecitazioni.
– Il clima in cui si sviluppano i ministeri va individuato in una comunità fortemente partecipata, con notevole capacità di amicizia e vivente in una logica di speranza più che di efficienza: una comunità che si accolli anche la fatica di riflettere sulla propria fede, onde situarla e confrontarla con altre sensibilità, senza complessi. Crescita culturale, dunque.
– Vocazione e vocazioni sono un dono che chiedono di diventare impegno: donum et mandatum.
Oggi le parrocchie sono più attente all’attività o all’attivismo che non al dono di cui sono continuamente gratificate dallo Spirito. “Guardando avanti”, occorrerà l’essere docili allo Spirito. Dunque, crescita spirituale.
Note
[1] Cfr. Assemblea plenaria – 1973; un resoconto è in Tutti responsabili nella Chiesa? Il ministero presbiterale in una Chiesa tutt’intera “ministeriale”, LDC, Leumann, 1975.
[2] Si tengano presenti i documenti principali, di cui si dà qui un preciso riferimento: Evangelizzazione e ministeri 1977, nn. 62 e 72. Inoltre Cfr. n. 18: Chiesa tutta ministeriale; nn. 35-48: servizio pastorale e sacerdotale (in senso ampio) – la Chiesa serva e ministra dell’opera della glorificazione di Dio e della santificazione degli uomini – servizio dell’umanità; n. 49: il ministero della Chiesa e in esso, l’attuazione dei ministeri ordinati nn. 50-61, dei ministeri istituiti nn. 62-66 e dei ministeri non ordinati, di fatto, “laicali” ecc. nn. 67-77. Esiste anche una ministerialità collettiva, laicale propria di associazioni e movimenti “apostolici” e/o ecclesiali nn. 78-82 – Comunione e comunità, 1981: la Chiesa “comunione dei santi” n. 21; comunità gerarchicamente ordinata e arricchita della varietà dei carismi n. 34; ministerialità generale della Chiesa che si esprime nella complementarietà, compresenza e corresponsabilità e nella specificità della propria vocazione e del proprio servizio n. 65 – Comunione e comunità missionaria, 198: n. 13,14 e 16.
[3] Mi permetto rinviare ai miei articoli, Ministeri “laicali”. Aspetti teologico pastorali e spirituali, in “Lateranum”, LIII (1987), n. 2, pp. 256-267; Nuove forme di ministeri. Note per una lettura teologico -pastorale, in “Credere oggi”, VIII (1988), n. 44, pp. 68-84, con bibliografia.
[4] Ho sviluppato più ampiamente le proposte in Parrocchia, voce del Dizionario di pastorale giovanile, LDC, Leumann, 1989.