N.01
Gennaio/Febbraio 2026

Delitto e castigo. E salvezza

“Persino adesso che lo stava riparando, sapeva che l’Inferno non poteva essere vuoto e il Paradiso pieno. Per il semplice fatto che vittime e carnefici non dovevano mai, mai, mai, nemmeno alla fine dei tempi, ritrovarsi”.

Silvia Avallone, Cuore nero, Rizzoli

 

Emilia e Bruno hanno poco più di trent’anni e sono dei vinti, avrebbe detto Verga. Ciascuno a proprio modo hanno già attraversato un personale inferno e conosciuto il male da vicino, troppo vicino. Due solitudini che si incontrano in uno sperduto borgo tra i monti: così in alto che quasi si tocca il cielo, così silenzioso che tocca ascoltare i pensieri. Per arrivare a Sassaia c’è soltanto un sentiero nascosto, in salita, che si percorre a piedi nello sterrato, nel fango, nella neve. Un’ascensione al Calvario senza confessare né la propria croce né il peso che ha. Uno dei due porta il fardello di una colpa, l’altro il dramma del sopravvissuto, uno vittima, uno carnefice, eppure entrambi sommersi e soffocati da un dolore che morde il cuore, toglie le parole e ti trasforma in un muto blocco di rabbia, facendoti scappare da tutto e da tutti. Il passato è un abisso spaventoso impossibile da dimenticare, che è necessario raccontare – e accettare – per poter sopravvivere. Anche a se stessi. E perché l’amore, per esistere, ha bisogno di coraggio e di verità. Perfino quando questa verità è terribile, quando non lascia scampo alla responsabilità, quando mette in discussione le nostre convinzioni: “Buttate via la chiave! Buttate via la chiave! Ma fuori che ne sanno? È davvero tua, la colpa? Se hai quindici anni?”. L’istituto penale minorile è quel posto dove ci si può perdere per sempre; se si ha la fortuna di trovare dirigenti in gamba è principio di salvezza: pagando la propria pena, ricostruendo un futuro che sembrava scritto, che sembrava destino. Fuori da lì, il mondo presenta il conto senza sconti: il tempo passa, ma i delitti non vengono dimenticati e c’è sempre chi ti identifica con il tuo errore.  La Avallone ci consegna due protagonisti nudi e feroci nella loro fragilità e ci accompagna, senza morbosità e senza buonismi ma con grande compassione, allo svelarsi di una storia che parla di espiazione, redenzione, accettazione, perdono. Ma anche di ostinazione, spes contra spem, sotto forma di improbabile ma sincera amicizia, di granitico amore paterno, di funzionari che credono nel valore della scuola. Perché non esiste colpa così grande che non possa essere perdonata: “La cosa migliore che puoi fare… anche per lei, è non buttare via questo dopo. Ricostruirlo”.